La contesa del lavoro
di Ezio Mauro , di Ezio Mauro"Non va disturbato chi produce". È il nuovo comandamento del governo annunciato da Giorgia Meloni agli industriali del Veneto, riassumendo in uno slogan propiziatorio un vero e proprio manifesto non solo politico ed economico, ma anche sociale e addirittura culturale. A Confindustria che critica la manovra "perché non ha visione" la presidente del Consiglio risponde proponendo un'alleanza di fatto, garantita dalle risorse destinate alle realtà produttive, nella convinzione che il meccanismo del welfare può reggere soltanto se a monte c'è chi genera ricchezza. Gli imprenditori quindi vengono prescelti dal governo non come un soggetto che opera nella società nel confronto e nel contrasto con altri interessi legittimi organizzati, ma come una sorte di nuovissima "classe generale" che ha in mano la leva del sistema, della crescita e dello sviluppo: mentre l'esecutivo assegna a se stesso un compito di garan…
"Non va disturbato chi produce". È il nuovo comandamento del governo annunciato da Giorgia Meloni agli industriali del Veneto, riassumendo in uno slogan propiziatorio un vero e proprio manifesto non solo politico ed economico, ma anche sociale e addirittura culturale. A Confindustria che critica la manovra "perché non ha visione" la presidente del Consiglio risponde proponendo un'alleanza di fatto, garantita dalle risorse destinate alle realtà produttive, nella convinzione che il meccanismo del welfare può reggere soltanto se a monte c'è chi genera ricchezza. Gli imprenditori quindi vengono prescelti dal governo non come un soggetto che opera nella società nel confronto e nel contrasto con altri interessi legittimi organizzati, ma come una sorte di nuovissima "classe generale" che ha in mano la leva del sistema, della crescita e dello sviluppo: mentre l'esecutivo assegna a se stesso un compito di garanzia, per sgombrare da ogni ostacolo il cammino virtuoso della creazione di ricchezza che si apre davanti ai produttori, dopo "il troppo tempo sprecato per distruggere la cultura del lavoro su cui è fondata la nostra Costituzione".
Nella grande metamorfosi italiana rispunta dunque il concetto politico del lavoro, che sembrava essersi infranto sulla barriera di fine secolo, andando in mille pezzi. Mondializzato, il lavoro perdeva l'unità di tempo e di luogo, si disperdeva nei rivoli separati delle parole che nell'ultima modernità soppiantavano la sua dimensione unitaria di un tempo: le competenze, le esperienze, le conoscenze, la professionalità. Disintegrato nella globalizzazione, non era più radunabile da una parola d'ordine generale, perché sfuggiva a ogni tentativo di ricomposizione in un insieme riconoscibile. I lavori, nelle loro differenze e nello specifico del loro sapere, sostituivano il lavoro nel suo significato immediatamente universale, e nella dispersione identitaria tipica della nostra epoca smarrivano la coscienza dei diritti generati naturalmente da questa sottomissione volontaria alla necessità: che diventava realizzazione di se stessi ed espressione delle proprie vocazioni e del talento individuale.
Oggi siamo davanti a un fatto nuovo. Mentre la sinistra non vede più nel lavoro il grande soggetto sociale che ha animato il Novecento, creando politica, e insegue piuttosto i singoli diritti post-materialistici, rilevanti ma disincarnati dalla vicenda sociale quotidiana, la destra prova a impadronirsi del concetto politico di lavoro ribaltando lo schema del Novecento. Lo può fare perché il campo è sguarnito, e la sinistra da tempo non monta più la guardia al suo tabernacolo di valori, temendo di scoprirlo vuoto. Ma in realtà c'è di più, perché l'operazione si realizza attraverso un rovesciamento di significato, che riguarda la concezione stessa del lavoro così come l'abbiamo conosciuta, in quanto le culture politiche della destra e della sinistra non sono per fortuna la stessa cosa.
La sinistra ha sempre guardato al lavoro come mezzo di produzione e di crescita ma anche come strumento di solidarietà generale e di emancipazione individuale, veicolo di cittadinanza, occasione per distribuire coscienza di classe o almeno consapevolezza di una condizione comune. La nuova destra è figlia del suo tempo, prescinde dal dibattito sul capitalismo, dalla discussione sul rapporto tra industria e finanza e cerca nel lavoro la garanzia della crescita, la formula del benessere, la promessa dello sviluppo, e soprattutto l'energia fondante della nuova fase: che trova proprio qui, nel lavoro, la sua moderna ideologia. Questa teorizzazione nasce nella battaglia con la pandemia, quando dopo il lockdown finisce la fase della subordinazione responsabile a una disciplina generale dettata dall'emergenza. Il Paese soffocato dalle restrizioni necessarie si riscopre corporativo, ogni interesse si autonomizza, il sentimento nazionale si frantuma in una contrapposizione di risentimenti privati in cerca di risarcimenti politici. La destra nazional-populista ha visto l'occasione per coltivare in questo sommovimento di ceti, gerarchie e bisogni una nuova rabbia antipolitica, e nella seconda fase dell'aggressione virale ha soffiato sul fuoco polemico del rifiuto per ogni restrizione, per qualsiasi regola di precauzione, per ogni norma di garanzia: creandosi un blocco sociale di riferimento insofferente e ribelle, che chiedeva libertà dai controlli in nome della libertà del lavoro.
Per la prima volta nella sua lunga storia sociale il lavoro si è così trovato trasformato da elemento politico in istinto che chiedeva soltanto di essere liberato, diventando automaticamente fattore di ribellione, strumento d'opposizione, denuncia di una soggezione regolamentare. Per questa strada radicale lavoro e salute si sono scoperti contrapposti, dopo decenni di lotte per la tutela della sicurezza. Nell'interpretazione della destra il lavoro si riduce alla prestazione, la prestazione alla produzione, la produzione al suo puro valore economico, in una paradossale conferma fuori tempo di Marx. Soprattutto si separa il lavoro dalla responsabilità, sconfessando il secolo, si rende il capitale autonomo e sovraordinato rispetto agli altri soggetti in campo, incrinando il patto occidentale tra lavoro, capitalismo, welfare e democrazia, che ha retto la nostra convivenza civile. Tutto questo proprio mentre il lavoro, dopo l'esplosione virale dello smart working, sta un'altra volta reinventando se stesso, cercando nuove forme di organizzazione e nuove modalità di realizzazione che creeranno necessariamente nuovi diritti, nuove spettanze, nuove opportunità. Fino ad una riscrittura del contratto sociale: che non disturba, ma tutela chi produce, che è pur sempre e prima di tutto un cittadino.