Il futuro in ritardo del Pnrr
di Ezio Mauro , di Ezio MauroA che punto è la notte della crisi? Una politica strabica è già ipnotizzata dalla discussione prossima ventura sul Mes, mentre è ancora impigliata nella legge di Bilancio, e sembra non accorgersi che il vero saldo tra l'emergenza che abbiamo vissuto e le chance di ripresa su cui possiamo contare è scritto in un terzo dossier, circondato dal silenzio del Parlamento, dalle velleità del governo e dalla distrazione dei partiti: è il piano di attuazione del Pnrr, la tranche italiana del Recovery Fund, lo strumento per il rilancio del sistema economico dei Paesi colpiti dal Covid, all'insegna del sostegno, della crescita e dello sviluppo secondo gli indirizzi e gli obiettivi dell'Unione europea.
Si è sentito negli ultimi giorni qualche grido (per fortuna isolato) "di vittoria" dai palazzi di governo dopo l'incontro della presidente della Commissione europea Von der Leyen con Sergio Mattarella e col ministro d…
A che punto è la notte della crisi? Una politica strabica è già ipnotizzata dalla discussione prossima ventura sul Mes, mentre è ancora impigliata nella legge di Bilancio, e sembra non accorgersi che il vero saldo tra l'emergenza che abbiamo vissuto e le chance di ripresa su cui possiamo contare è scritto in un terzo dossier, circondato dal silenzio del Parlamento, dalle velleità del governo e dalla distrazione dei partiti: è il piano di attuazione del Pnrr, la tranche italiana del Recovery Fund, lo strumento per il rilancio del sistema economico dei Paesi colpiti dal Covid, all'insegna del sostegno, della crescita e dello sviluppo secondo gli indirizzi e gli obiettivi dell'Unione europea.
Si è sentito negli ultimi giorni qualche grido (per fortuna isolato) "di vittoria" dai palazzi di governo dopo l'incontro della presidente della Commissione europea Von der Leyen con Sergio Mattarella e col ministro degli Esteri Tajani, per la disponibilità di Bruxelles a considerare gli effetti della guerra in Ucraina sui tempi e sui costi di realizzazione del Piano: le conseguenze del conflitto sull'energia, sul gas, sulle materie prime e sull'inflazione sono sotto gli occhi di tutti, ed è inevitabile che il monitoraggio di attuazione del Recovery ne tenga conto.
In realtà non ci sono vincitori né vinti, perché solo un provincialismo ideologico può tentare di trasformare l'occasione continentale del piano di rilancio in una contesa tra Stati nazionali e Unione europea, una specie di gironi eliminatori di qualificazione finanziaria, una specie di anomala coda economica dei Mondiali di calcio: senza campioni in campo.
In realtà per la prima volta la sfida riguarda il sistema europeo nel suo insieme - i governi nazionali e l'autorità centrale di Bruxelles - e proprio per questa ragione la sua portata è tale che può addirittura cambiare il profilo istituzionale d'Europa.
Dopo la moneta unica, ambasciatrice dell'unione degli europei, assistiamo al finanziamento comune allo sviluppo, che fonda di fatto una nuova sovranità: sottovoce, perché la questione costituzionale resta un punto delicato nell'incompiuta europea.
Ma nei fatti, dalla politica monetaria comune si sta passando a una politica economica comune con un debito comune denominato in euro, e Bruxelles gestore e arbitro non solo delle regole astratte, ma della concretezza dei 750 miliardi stanziati per il piano di ristoro e di sviluppo.
Assistiamo infatti a un caso di scuola: lo stato d'eccezione imposto dalla necessità, dopo l'urto della pandemia, produce uno spostamento di potestà, e l'emergenza crea il nuovo sovrano.
Proprio la portata del piano, che fa dell'Unione non solo l'autorità di riferimento e di garanzia, ma la vera guida nel percorso di ripresa e di sviluppo dell'Europa, rischia di creare qualche problema alle destre nazionaliste e populiste: che non sono favorevoli a questa fondazione spontanea di nuova sovranità sovranazionale, attraverso gli indirizzi del Piano e le risorse per attuarli, ma nello stesso tempo non possono rinunciare a quei finanziamenti che rappresentano un'occasione straordinaria d'intervento dei governi nazionali sulle missioni di sviluppo concordate con la Commissione.
L'unica distorsione propagandistica può essere la rappresentazione di un lungo negoziato con cui i governi nazionali si impegnano a strappare "all'avarizia politica" di Bruxelles clausole di salvaguardia sui tempi e sui modi di attuazione del Pnrr nei singoli Paesi. Cioè l'invenzione di un contenzioso politico e programmatico in cui gli Stati possono mettere in scena un loro protagonismo tardivo per apparire cogestori con l'Europa del piano di rilancio economico.
Il dossier verrà aperto ufficialmente nelle prime settimane dell'anno. Ma già adesso, in previsione, la Commissione ha inviato nei vari Paesi una delegazione di esperti per misurare ritardi, potenzialità, proiezioni dei Piani nazionali di ripresa e resilienza (i Pnrr), incontrando ministri e funzionari.
C'è ovunque in Europa un ritardo nell'esecuzione del programma, che porterà quasi tutti i governi a chiedere a febbraio una modifica nei parametri del piano, adeguandoli alle difficoltà create dalla guerra. Un adeguamento quasi naturale, che non comporterà però un allineamento meccanico alla crescita dell'inflazione, ma una presa d'atto che per le condizioni alterate del mercato il programma rallenta, produce risultati inferiori al previsto e allunga i tempi.
Il monitoraggio in corso sul campo ha però dimostrato che il Recovery funziona, e soprattutto ha superato la preoccupazione principale dei suoi promotori, e cioè che la differente capacità di spesa dei singoli Paesi potesse creare una forte disparità nella crescita, rivelando una definitiva fragilità del sistema davanti ai mercati finanziari.
Invece la mutualità del debito per mettere insieme risorse comuni, rassicurando i mercati nell'aiuto ai Paesi meno forti, ha già prodotto i suoi risultati: la crescita del 2021 e del '22 in Paesi come Spagna e Italia è più forte che in Germania e Olanda, e anzi Roma è tornata ai livelli pre-Covid prima di Berlino, le distanze nello sviluppo tra i Paesi dell'area euro si sono ridotte, la redistribuzione a favore dei più deboli ha funzionato e la tendenza si conferma nelle previsioni per il prossimo anno.
In questo quadro generale, bisogna evidentemente fare ogni sforzo per non disperdere la potenzialità di questo intervento. La somma a disposizione dell'Italia è di 195 miliardi, con pagamenti di 40 miliardi all'anno in rate semestrali.
Finora Bruxelles ha versato in tutto 137 miliardi, di cui la metà è andata a 20 Paesi e l'altra metà all'Italia: questo perché il piano concordato dal governo Conte era più ambizioso e più impegnativo di quello sottoscritto da altri governi, puntando non solo su 85 miliardi di trasferimenti diretti, ma anche su 110 miliardi di prestiti, che ovviamente gonfiano la massa di denaro disponibile ma fanno debito, e vanno restituiti: in più 20 miliardi sono arrivati al nostro Paese come rata anticipata a valere su tutto il piano.
Resta il fatto che proprio per questa disponibilità finanziaria straordinaria (che ha favorito il nostro Paese in base a un algoritmo perequativo usato dalla Commissione, che avvantaggia gli Stati con alti livelli di disoccupazione e rischi sociali) bisogna ora fare ogni sforzo per non disperdere il potenziale di questo intervento.
Scontati gli emendamenti che l'Italia, come gli altri Paesi, proporrà al suo Pnrr. Ma la vera partita si gioca sulla nostra capacità di spendere i fondi europei, di tradurli in misure per l'innovazione, la competitività, la salute, l'inclusione, la transizione ecologica, la digitalizzazione, l'istruzione, le infrastrutture e la giustizia. Per la parte investimenti, l'Italia per ora è in linea con gli altri Paesi. Per la parte riforme, è più in difficoltà.
Tocca al governo, che pensa a un decreto per la velocizzazione e la semplificazione delle procedure, vigilare e insistere su questi obiettivi, che devono diventare un'ossessione quotidiana per tutto il Paese, perché è qui che si gioca la scommessa del nostro futuro. Purché questo governo sappia diventare parte, e non solo controparte, dell'Europa.