All’Italia serve un consiglio per la sicurezza nazionale
di Maurizio Molinari , di Maurizio MolinariLa guerra in Ucraina, i migranti da Nordafrica e Balcani, l'allarme terrorismo nel Sahel, l'emergenza energetica in Europa, gli attacchi cyber alle infrastrutture civili e la sfida con la Cina sull'intelligenza artificiale sono crisi simultanee e globali che portano la sicurezza nazionale al centro della vita del Paese. La quantità di queste sfide, e il salto qualitativo che alcune rappresentano, pongono l'Italia di fronte alla necessità di dotarsi di uno strumento di governo che i nostri maggiori alleati già possiedono e adoperano: un consiglio per la sicurezza nazionale.
Il nostro Paese si trova nel bel mezzo del Mediterraneo ovvero nel cuore geografico del Pianeta dove si incrociano le sfide strategiche fra le grandi potenze gr…
La guerra in Ucraina, i migranti da Nordafrica e Balcani, l'allarme terrorismo nel Sahel, l'emergenza energetica in Europa, gli attacchi cyber alle infrastrutture civili e la sfida con la Cina sull'intelligenza artificiale sono crisi simultanee e globali che portano la sicurezza nazionale al centro della vita del Paese. La quantità di queste sfide, e il salto qualitativo che alcune rappresentano, pongono l'Italia di fronte alla necessità di dotarsi di uno strumento di governo che i nostri maggiori alleati già possiedono e adoperano: un consiglio per la sicurezza nazionale.
Il nostro Paese si trova nel bel mezzo del Mediterraneo ovvero nel cuore geografico del Pianeta dove si incrociano le sfide strategiche fra le grandi potenze grandi rivali del XXI secolo: la Russia di Vladimir Putin ha invaso l'Ucraina anche per consolidare la sua presenza nei mari del Sud a scapito della Nato e la Cina di Xi Jinping ha bisogno dello stesso specchio d'acqua per realizzare la dimensione marittima della "Nuova Via della Seta". Tanto Mosca per tornare ad avere una propria area di influenza oltre il Bosforo quanto Pechino per insediarsi stabilmente, con beni e servizi, sui mercati più ricchi del Pianeta hanno bisogno di avere presenze stabili nel Mediterraneo, e dunque hanno un conseguente interesse ad allontanare quanto più possibile l'Italia dalle sue tradizionali alleanze, Ue e Nato. Se a questo aggiungiamo il Mediterraneo come punto di incontro fra le rotte dei migranti, che alimentano ogni sorta di traffici illegali, e quelle dei terroristi islamici, che hanno i loro nuovi paradisi fra il Lago Ciad e il Corno d'Africa, non è difficile arrivare alla conclusione che il nostro Paese è fra i più minacciati dalle nuove intemperie geopolitiche globali. È la geografia stessa a decretarlo.
Siamo davanti ad uno scenario di accelerazione della Storia e di cambiamento della natura della minaccia che, accanto alle sfide tradizionali, richiede di affrontarne altre, articolate su più terreni, con gli strumenti più adatti. I tentativi di Russia e Cina, ad esempio, di influenzare le scelte politiche e strategiche del nostro Paese, possono essere articolati non solo nell'ingerenza tradizionale - dallo spionaggio alla corruzione - ma anche attraverso vettori nuovi e inaspettati, dalla penetrazione industriale alla cooperazione accademica. Ciò impone all'Italia di dotarsi di una strategia di sicurezza nazionale e di un organo istituzionale che permetta a chi guida il governo di coordinare ed armonizzare, in maniera celere, costante ed efficace, tutte le politiche necessarie per fronteggiare ogni sorta di minacce, garantendo nel miglior modo possibile la sicurezza dei cittadini e la prosperità, presente e futura, del Paese.
Il "consiglio per la sicurezza nazionale" è uno strumento del potere esecutivo che, con formulazioni diverse, già esiste a tal fine negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia, in Germania ed in Giappone. Washington è stata la prima a crearlo con il "National Security Act" del 1947 quando, all'indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, il presidente Harry Truman comprese la necessità di affrontare le nuove responsabilità globali dotandosi di un foro che vede il consigliere per la sicurezza nazionale nel ruolo di armonizzare scelte ed agende dei vari dicasteri sui temi strategici, per fornire al presidente le opzioni migliori al fine di affrontarli. Ed è interessante notare che gli altri alleati si sono dotati di organismi simili in epoca assai più recente, dopo la fine della Guerra Fredda, reagendo a loro volta all'impatto delle crisi globali sulle rispettive agende nazionali. Quando l'alleanza con gli Stati Uniti si è dimostrata non essere più un ombrello sufficiente a proteggersi su ogni fronte.
La Germania approva il proprio consiglio di sicurezza nel Libro Bianco del 2006, sulla spinta dell'impatto degli attacchi dell'11 settembre 2001 e del conseguente intervento della Nato in Afghanistan, e lo aggiorna fino all'edizione del 2016 assegnando formalmente al governo la "responsabilità di coordinarsi sulla politica di sicurezza". La Gran Bretagna vara la sua "National Security Strategy" nel 2008 "per coordinare tutti i ministeri, le agenzie e le forze impegnate nella sicurezza nazionale", e quello stesso anno il presidente francese Nicolas Sarkozy firma il "Libro Bianco sulla Difesa e Sicurezza" che si richiama agli esempi americano e britannico, con una particolare attenzione a includere anche la componente economica, industriale e tecnologica. Emmanuel Macron, arrivato all'Eliseo, guida la revisione della strategia francese nel 2017. In Giappone è invece il premier Shinzo Abe, nel 2013, a istituire il "Consiglio nazionale di sicurezza" sotto la guida diretta del premier, preoccupato da simultaneità e complessità delle minacce ibride poste da Corea del Nord, Cina, dal cyber e dai terroristi.
In ognuno di questi Paesi, tutti membri del G7 come l'Italia, le valutazioni sono state convergenti: il concetto di sicurezza cambia alla radice, abbracciando ambiti in precedenza estranei o inesistenti, e quindi serve maggiore coesione ed agilità da parte del governo nel suo complesso per affrontare, su base quotidiana, un'agenda disseminata di incognite e sfide.
Il nostro Paese è rimasto ai margini di questa evoluzione per tre fattori convergenti: l'instabilità politica, con governi e premier che durano troppo poco per varare riforme di ampio respiro; una scarsa attitudine delle forze politiche in Parlamento a misurarsi con i temi della sicurezza nazionale; l'esistenza del Consiglio Supremo di Difesa, previsto dalla Costituzione e ritenuto sufficiente per affrontare situazioni di crisi, come avvenuto nel caso degli interventi in Iraq nel 2003 e in Libia nel 2011.
Ma a ben vedere questi ostacoli sono ora superabili. Al netto di eventi imprevedibili, il governo Meloni sembra avere dinanzi a sé un orizzonte sufficiente per varare tale riforma. L'invasione russa dell'Ucraina e l'assertività cinese hanno portato una nuova consapevolezza, a livello politico e di opinione pubblica, sulla sicurezza nazionale. E da questa consapevolezza discende la necessità non di un organo "di crisi" che si riunisce in situazioni di emergenza, bensì di un tavolo permanente per coordinare politiche di sicurezza, con uno sguardo di lungo periodo.
Un simile foro deve avere alcune caratteristiche. Anzitutto, essere composto da funzionari esperti nelle principali tematiche di rilevanza strategica, per informare e aggiornare il governo. In secondo luogo, essere permanente per garantire la fusione continua delle posizioni di tutti i principali attori. Infine, dipendere dalla presidenza del Consiglio per poter svolgere un ruolo davvero efficace.
Gli esempi più evidenti della necessità di fondere i diversi punti di vista vengono dalla lotta alla pandemia, che ha investito ogni istituzione sul territorio, e dalla sicurezza delle infrastrutture civili perché richiedono un coordinamento costante fra intelligence, ministeri ed anche privati per coordinare protezioni fisiche e cyber. E ancora: l'intelligenza artificiale perché pone questioni talmente complesse e innovative - dalla rete 5G al social TikTok - che nessun ministero da solo può affrontare.
Il governo Meloni, che afferma di avere un'idea alta dell'interesse nazionale e registra una convergenza con gli alleati sui temi della sicurezza, può decidere di impegnarsi su questo terreno chiedendo alle opposizioni di condividere una scelta che deve essere bipartisan per avere successo. Mettendo a disposizione del Paese intero uno strumento capace di aumentare coesione, velocità ed efficienza nell'affrontare i temi della sicurezza che distinguono il nostro tempo. Perché quando la Storia accelera, bisogna adattarsi in fretta alle novità: restare indietro espone a gravi rischi.