Donald Trump e la tentazione della post-democrazia
di Ezio Mauro , di Ezio MauroL'appello alla piazza di Donald Trump, che annuncia il suo imminente arresto e chiama il popolo della destra radicale a manifestare per "riprenderci la nostra nazione", riporta immediatamente gli Stati Uniti in un clima di allarme democratico, perché i fondamenti stessi del patto americano tra i cittadini e il sistema vengono messi in discussione, e proprio da un ex presidente a cui gli elettori avevano affidato la guida del Paese e la salvaguardia della sua libertà.
Alla frode elettorale, nella denuncia di Trump si aggiunge ora il tradimento della giustizia da parte della procura di Manhattan con l'indagine sul leader repubblicano che secondo l'accusa avrebbe comperato il silenzio di una pornostar sulla loro breve relazione.
Nelle parole estreme dell'ex presidente ogni residuo di patriottismo costituzionale è travolto dall'egoismo politico personale: Trump fa precipitare il futuro stesso del Paese nel vortice del suo destino indivi…
L'appello alla piazza di Donald Trump, che annuncia il suo imminente arresto e chiama il popolo della destra radicale a manifestare per "riprenderci la nostra nazione", riporta immediatamente gli Stati Uniti in un clima di allarme democratico, perché i fondamenti stessi del patto americano tra i cittadini e il sistema vengono messi in discussione, e proprio da un ex presidente a cui gli elettori avevano affidato la guida del Paese e la salvaguardia della sua libertà.
Alla frode elettorale, nella denuncia di Trump si aggiunge ora il tradimento della giustizia da parte della procura di Manhattan con l'indagine sul leader repubblicano che secondo l'accusa avrebbe comperato il silenzio di una pornostar sulla loro breve relazione.
Nelle parole estreme dell'ex presidente ogni residuo di patriottismo costituzionale è travolto dall'egoismo politico personale: Trump fa precipitare il futuro stesso del Paese nel vortice del suo destino individuale, e incita i suoi sostenitori a una battaglia d'emergenza, da ultima spiaggia.
Si tratta addirittura di difendere "il sogno americano che è morto", con "il crimine e l'inflazione che stanno distruggendo il nostro stile di vita", mentre "gli anarchici della sinistra radicale hanno rubato le elezioni e il cuore del nostro Paese".
L'onda d'urto dell'assalto al Campidoglio il 6 gennaio del 2021, un'insurrezione scatenata da Trump con la denuncia di brogli dopo aver perso le elezioni, non si è dunque fermata, ma continua ad agitare il fondo più torbido della politica americana.
Due anni fa c'era stata la chiamata ambigua dell'ex presidente a una mobilitazione di massa che sconfessasse con la spallata popolare la scelta dei cittadini nelle urne: trasformata dai trumpiani in un imbroglio, perché nella mitologia egolatrica della destra populista estrema il leader non può essere sconfitto legittimamente, tutt'al più spodestato con l'inganno, in modo che l'interdetto sacrale della sua autorità rimanga intatto nel cerchio perfetto del carisma perenne.
Questa costruzione difensiva è in realtà offensiva, perché comporta una lesione evidente dei muri maestri del sistema politico-istituzionale e del libero meccanismo della rappresentanza. Se le elezioni sono truccate, infatti, c'è una congiura operante che coinvolge il centro e la periferia del Paese, i funzionari statali infedeli e pronti a deviare le scelte dei cittadini, una parte dell'establishment coinvolta e corriva, con una gigantesca truffa di regime che si insedia nel cuore dell'America.
Che un presidente degli Stati Uniti per salvare se stesso sia disponibile ad affondare la legalità del processo elettorale e a distruggere la legittimità di base dell'alternanza nel bipartitismo, è uno spettacolo drammatico oltre che inaudito: la Casa Bianca che rivela il marcio delle sue stesse fondamenta.
Quella lesione non è risanata dalla lettura minimalista dell'assalto al Campidoglio, che tenta di ridurla ai dettagli ridicoli del rivoluzionario con le corna di bufalo. Mentre la magistratura indaga sulle responsabilità dell'incitamento trumpiano alla piazza eversiva, quella crepa è ancora evidente: il sacrilegio costituzionale non si rimargina con facilità perché rappresenta simbolicamente il superamento di un limite, la rottura di un tabù, l'ingresso in un terreno inesplorato che era sempre stato considerato zona d'interdizione ai colpi di mano della politica.
Oggi Trump usa quel varco aperto dalla sua folla a Capitol Hill per chiedere ai suoi seguaci un secondo atto di sfiducia nel sistema, accettando prima di tutto la drammatizzazione estrema del conflitto tra l'ex presidente e le procure, e quindi aderendo alla denuncia che vuole gli inquirenti corrotti, politicizzati, infedeli, traditori, "finanziati da Soros".
Dunque attori politici che usano qualsiasi mezzo illegittimo per fermare la corsa che nel 2024 deve riportare il leader repubblicano alla Casa Bianca. Una raffigurazione che travolge lo Stato di diritto e riduce il rapporto tra politica e giustizia a una guerra per bande.
Al populismo arrembante, pronto a tutto per la partita decisiva, conviene l'estremizzazione del conflitto, la sollecitazione delle emozioni, la tensione permanente. Trump ha già scelto dove stare: oltre il varco che ha provocato nel costume costituzionale del Paese, quindi nel territorio dell'eversione. Siamo di fronte a un uomo che si candida per un'investitura elettorale legittima al vertice degli Stati Uniti mentre chiama i suoi seguaci ad aiutarlo a riprendersi la nazione con i moti di piazza.
In realtà ciò a cui stiamo assistendo è l'infragilimento della democrazia, attaccata da fuori dai leader neoautoritari come Putin che la dipingono incapace di mantenere le sue promesse, e ora anche da dentro, con la minaccia insurrezionale trumpista. Sotto i nostri occhi il potere si disgiunge dalla legittimità, cerca garanzie nella forza.
Al populismo radicale di destra la democrazia che conferisce il potere legittimo non basta più, deve inseguire una quota di potere supplementare, illegittimo, da conquistare fuori dalla regola. Stiamo sperimentando l'ultima tentazione, quella della post-democrazia.