Trasformando le persone in numeri, gli individui in ingombri e le loro storie in una minaccia, la destra che guida il Paese lancia un nuovo allarme sociale dichiarando l’emergenza migranti nel nostro Paese. Davanti alla crescita degli sbarchi non c’è una proposta complessiva di governo del fenomeno, ma una drammatizzazione politica immediata che punta a sollecitare l’opinione pubblica, presentandole l’immigrazione come un pericolo attuale per la sua sicurezza e per la sua identità, e l’esecutivo Meloni-Salvini come l’unico argine di contenimento, di difesa e di garanzia degli interessi della Nazione. Siamo al rovesciamento del mandato. Come ognuno può vedere non c’è (per fortuna) un popolo impaurito che chiede misure di tutela al potere, ma c’è un potere ideologico che ordina al popolo di avere paura: con una ricostruzione simbolica della realtà che genera nel cuore della modernità europea…
Trasformando le persone in numeri, gli individui in ingombri e le loro storie in una minaccia, la destra che guida il Paese lancia un nuovo allarme sociale dichiarando l’emergenza migranti nel nostro Paese. Davanti alla crescita degli sbarchi non c’è una proposta complessiva di governo del fenomeno, ma una drammatizzazione politica immediata che punta a sollecitare l’opinione pubblica, presentandole l’immigrazione come un pericolo attuale per la sua sicurezza e per la sua identità, e l’esecutivo Meloni-Salvini come l’unico argine di contenimento, di difesa e di garanzia degli interessi della Nazione. Siamo al rovesciamento del mandato. Come ognuno può vedere non c’è (per fortuna) un popolo impaurito che chiede misure di tutela al potere, ma c’è un potere ideologico che ordina al popolo di avere paura: con una ricostruzione simbolica della realtà che genera nel cuore della modernità europea del nuovo secolo un’immagine rattrappita dell’Italia come una cittadella assediata, chiusa in se stessa davanti al mondo ostile della globalizzazione che bussa alla sua porta. L’annuncio di questa emergenza decretata dalla politica e non dalla società serve a preparare un nuovo contratto sociale che metta alla sua base la diseguaglianza tra “noi” e gli “altri”, cercando il fondamento spaventato della differenza umana e ricreandolo politicamente, portando infine a compimento una cultura della distinzione e della gerarchizzazione cresciuta negli anni e ormai introiettata dal corpo sociale.
Fino a trasformare artificialmente l’Italia nello spazio europeo dove si realizza l’esperimento universale di contaminazione tra i due mondi, e dove di conseguenza si genera una politica che rifiuta e bandisce questa sovrapposizione agitando il timore atavico della dispersione identitaria e l’angoscia nuovissima di finire inghiottiti dal nulla della mondializzazione. In termini più concreti l’emergenza ideologica serve a legittimare il nuovo giro di vite contro i migranti, cancellando ogni tradizione italiana dell’accoglienza, qualsiasi politica d’integrazione e il concetto stesso di solidarietà, ormai arrugginito da tempo.
Sugli ambiti di sopravvivenza e di libertà dei migranti, e sul loro restringimento finale, si è giocata una negoziazione interna tra i partiti della maggioranza, con i leghisti che infine esultano perché a colpi di emendamenti sono riusciti a reintrodurre la sostanza delle vecchie “norme Salvini” anti-migrazione, su cui è già intervenuta la Consulta con i suoi rilievi. Soprattutto il decreto Cutro, nato dopo la vergogna dell’ultimo naufragio a poche decine di metri dalla costa calabra, con 94 vittime, rischia di rovesciare il senso comune nazionale dall’emozione all’esclusione: è pronto infatti il taglio della cosiddetta “protezione speciale”, una misura che annulla la possibilità di trasformare il permesso di soggiorno in permesso di lavoro fino a due anni, anche per chi è arrivato in Italia fuggendo dalle calamità naturali o cercando una cura medica per le sue infermità; mentre si interviene sul divieto di espellere persone colpite da patologie gravi restringendolo solo ai casi in cui queste malattie non siano curabili in modo adeguato nel Paese da cui i migranti provengono.
Sembrano misure tecniche di dissuasione per far capire che “la musica è finita”, così come Salvini e Meloni avevano già dichiarato finita “la pacchia”. La ferocia delle espressioni e la sommarietà brutale dei concetti vengono brandite come trofei di una nuova inclemenza politica, scommettendo sulla rendita elettorale del politicamente scorretto come manifestazione perfetta dello spirito dei tempi, in un cortocircuito emotivo e muscolare che è insieme allarme e presidio. Ma dietro le parole, si muove una scelta precisa di ridimensionamento dei diritti minimi dei migranti, veri e propri diritti nani, rimasugli marginali di altre stagioni nell’età sbagliata. Già oggi questa politica agisce direttamente sul corpo dei migranti — il vero fantasma dell’epoca — con pratiche differenziate di selezione, dall’esame dei denti dei ragazzi richiedenti asilo per capire se sono bambini, minori o adulti, ai segnalatori di battito cardiaco, ai rilevatori di CO2 al porto di Calais quando arrivano i camion, per scoprire dal respiro se ci sono esseri umani nascosti per passare la frontiera. Ma oggi, con gli ultimi restringimenti, si interviene legiferando sulle malattie, sulle richieste di cura medica, sulle infermità, usandole come strumento per la modulazione di una politica più restrittiva: e comprimendo di conseguenza i diritti umani più basici — come il diritto alla cura e alla tutela della salute — di chi è oggetto di queste scelte.
Il concetto che determina questo disegno è appunto la grande distinzione, l’inevitabile selezione, la conseguente separazione. Che producono una sensazione incombente di conflitto sospeso. Perché il migrante, presentato sotto questa veste, risulta fatalmente un intruso, un clandestino, un ospite abusivo, un parassita e soprattutto un concorrente nella riscossione pratica dei benefici di un welfare smagrito, che da dispositivo di solidarietà diventa un meccanismo di privilegio, rovesciandone le finalità.
Si induce così un’inedita gelosia del poco benessere disponibile, una nuova avarizia sociale, una privatizzazione dei diritti, un’esclusività della cittadinanza, un’indisponibilità a condividere. Perché il destino degli “altri” non ci riguarda più, siamo al riparo da ogni interpellanza altrui, sociale, religiosa, politica: non qui da noi, ma finiscano dove vogliono, finiscano come possono, finiscano comunque. Purché finiscano, con il loro doppio segno scandaloso della povertà (la nuova colpa sociale) e del peccato d’origine, la moderna forma del peccato originale. Il migrante riassume così in sé tutte le stigmate dell’avversario domestico: straniero, clandestino, nero, concorrente, con la sua pretesa di sopravvivere proprio sul pezzo di terra che consideriamo nostro perché l’abitiamo. E non ci accorgiamo che questa politica e questa cultura trasformano anche noi, in contrapposizione ideologica, nel bianco indigeno italiano: ciò che noi siamo, ma non ci siamo mai accontentati di essere, consapevoli che nella nostra identità raccogliamo i frutti di tutto ciò che abbiamo scoperto e imparato, di tutto quel che abbiamo vissuto, di chi abbiamo incontrato.