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L'ambiguità della zona grigia

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Meloni doveva sciogliere i nodi del passato, invece ha scelto di non farlo
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Dunque c’è del metodo, in questa follia di una Repubblica che celebra la festa della liberazione dal nazifascismo con l’evidente riserva della sua classe di governo. È una riserva ambigua, fatta di renitenza tangibile, di partecipazione riluttante, di provocazione permanente, cercando quotidianamente di forzare il limite della tradizione democratica italiana per fuoruscirne di soppiatto, spezzando il senso comune repubblicano: per sostituirlo con il mito della Nazione che a ogni stagione si rinnova nel popolo, nella terra e nel sangue, da sola, senza bisogno di un giudizio sulla storia. Non è quindi una difficoltà storica che ha impedito fino ad oggi a Giorgia Meloni e al nucleo ideologico che la circonda di pronunciare una condanna del fascismo e della sua vicenda liberticida in nome della democrazia, ma è una scelta. Fatta non per eredità ma nell’attualità, qui e adesso. Vale a dire un atto politico che segna una cul…

Dunque c’è del metodo, in questa follia di una Repubblica che celebra la festa della liberazione dal nazifascismo con l’evidente riserva della sua classe di governo. È una riserva ambigua, fatta di renitenza tangibile, di partecipazione riluttante, di provocazione permanente, cercando quotidianamente di forzare il limite della tradizione democratica italiana per fuoruscirne di soppiatto, spezzando il senso comune repubblicano: per sostituirlo con il mito della Nazione che a ogni stagione si rinnova nel popolo, nella terra e nel sangue, da sola, senza bisogno di un giudizio sulla storia. Non è quindi una difficoltà storica che ha impedito fino ad oggi a Giorgia Meloni e al nucleo ideologico che la circonda di pronunciare una condanna del fascismo e della sua vicenda liberticida in nome della democrazia, ma è una scelta. Fatta non per eredità ma nell’attualità, qui e adesso. Vale a dire un atto politico che segna una cultura e fissa la natura di questo governo: tanto che ieri Gianfranco Fini, il padre storico di An, ha sentito l’obbligo di invitare la premier a compiere il passo decisivo, riconoscendo che “libertà e uguaglianza sono valori democratici, sono della Costituzione, sono valori antifascisti: non capisco — ha aggiunto — la ritrosia a pronunciare questo aggettivo, e non la giustifico”.


Venendo dall’altro mondo, con una storia estranea alla scrittura della Costituzione e alla definizione dei suoi valori, la destra estrema dopo aver vinto le elezioni ha affrontato il rito repubblicano della vestizione dei paramenti sacri delle istituzioni democratiche. Poteva a quel punto esercitare il diritto (più ancora del dovere) di sciogliere i nodi del passato con un atto esplicito e definitivo di adesione alla religione civile dell’antifascismo. Meloni al contrario ha scelto la cabina elettorale come il luogo non solo della sua investitura, ma dell’assoluzione e consacrazione di tutta la vicenda storica della destra e delle sue radici, con il voto come risoluzione di tutte le contraddizioni, operata dai cittadini invece che dai leader. Entrando a palazzo Chigi ha deciso di istituzionalizzarsi, ma senza omologarsi, per non perdere quel carattere di outsider che le consente di mantenere il ruolo di eterna sfidante delle élite, con un piede dentro il sistema e uno fuori, contestandolo mentre lo guida. In questo rifiuto di “bemollizzarsi” c’è la piena coscienza di un’anomalia, e la volontà di conservarla intatta: e a tale proposito anche la provenienza dal buio post-fascista illuminato dalla fiamma diventa una conferma della differenza, anzi dell’alterità radicale rispetto a quel concerto repubblicano che il populismo di destra annega dentro la definizione onnicomprensiva di “casta”.


Fin qui la strategia: poi c’è l’ideologia. Che dev’essere ancora potente e costringente se assistiamo ogni giorno alla revisione di passaggi storici per sminuire le responsabilità criminali della dittatura mussoliniana, al tentativo di separare fascismo e nazismo, alle falsificazioni della memoria per cercare equiparazioni e bilanciamenti.

E soprattutto al rifiuto di considerare il fascismo come l’età italiana del disonore, condannandolo definitivamente. Col governo Meloni siamo entrati così in una zona storica d’ombra: non c’è evidentemente fascismo attuale ma non c’è antifascismo, il corpo mistico dello Stato non è più sorretto da uno scheletro di valori fondanti, ci stiamo avventurando dentro una democrazia anonima senza padri, senza peccati e senza giudizi, semplicemente estranea alla storia, e ai suoi obblighi. È esattamente dove questa destra radicale voleva portare il Paese. In una zona grigia in cui il passato si mescola e si confonde, tutte le vicende sono semplici affluenti del grande fiume della Nazione, in cui trova infine il suo approdo la lunga manovra di normalizzazione del fascismo storico, la banalizzazione della dittatura, il suo riduzionismo, il rifiuto di considerarla un’eccezione clamorosa alla democrazia.


Questa revisione reazionaria nega nei fatti la stessa svolta di Fini vent’anni fa, quando definì con chiarezza il fascismo come ‘”male assoluto”. La premier tacendo (fino ad oggi) autorizza la regressione culturale, politica e morale del suo partito, senza che dal carro dei legittimi vincitori arrivi un’opinione contraria. Dunque quello strappo nasceva da una convinzione personale del leader di An, ribadita anche ieri, e i colonnelli si sono allineati usi ad obbedir tacendo, conformandosi ad una decisione altrui, che evidentemente non condividevano. La svolta finiana infatti non ha avuto alcuno sviluppo in Fratelli d’Italia. E questa ambiguità lascia i suoi segni sull’azione di governo, con Meloni leale e convinta sostenitrice della Nato mentre è partner tiepida e critica delle politiche e degli ideali dell’Unione Europea, in un esperimento inedito di atlantismo caldo e occidentalismo tiepido: proprio nel momento in cui gli autocrati attaccano la democrazia liberale, proponendo una rivisitazione del modello senza lo Stato di diritto, come se l’Occidente si potesse ridurre a una caserma.
È ben evidente, a questo punto, come l’atteggiamento della destra sul fascismo sia rivelatore della sua concezione della democrazia, che è l’unico metro di giudizio in proposito. E dunque non stiamo parlando di ieri, ma di oggi: nel momento in cui l’universale del concetto democratico si spezza nel mondo, quale modello di democrazia ha in mente Giorgia Meloni per l’Italia? E quale idea di patria? I patrioti di questo secolo difendono la storia migliore del Paese, si riconoscono nel valore della libertà e nel rispetto dei diritti, sono consapevoli del legame tra la Resistenza come ribellione alla dittatura, la riconquista della democrazia, il varo della Costituzione, la nascita della Repubblica e delle libere istituzioni. L’antifascismo è la cultura, la memoria, l’impegno che lega insieme questi passaggi. Questa è la nostra storia, com’è storia italiana di sopraffazione la dittatura fascista: per questo non possiamo ignorarla e dobbiamo giudicarla, per definire chi siamo e che Paese vogliamo, rinnovando il nostro impegno per la libertà di tutti. Il 25 aprile in questo senso è una festa di libertà, ma è anche un obbligo pubblico di coscienza. Qui sta la radice della democrazia ristabilita. Chi salta quel giorno, chi non parla e non sente, sta invece fuori dalla storia: ma si può governare il Paese e scegliere un altrove rispetto alla democrazia?