Editoriali

La distanza tra i due presidenti

25/04/2023 Milano. Manifestazione per il 78esimo anniversario dalla Liberazione italiana dal nazifascismo. Nella foto Elly Schlein
25/04/2023 Milano. Manifestazione per il 78esimo anniversario dalla Liberazione italiana dal nazifascismo. Nella foto Elly Schlein  (agf)

La lettura dei due testi certifica l’imbarazzo della leader davanti alle date capitali della storia nazionale

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Non c’è stato nulla di rituale, quest’anno, nella celebrazione che il presidente della Repubblica Mattarella ha fatto del 25 aprile. Anzi, è come se il Capo dello Stato sentisse l’urgenza e l’obbligo di uscire dalla liturgia abituale dei 78 anni che ci separano dal 1945, per ridefinire davanti al Paese il significato di quel giorno che contiene in sé la natura della nostra recuperata democrazia, i suoi costi in termine di sacrificio, e la genesi della Repubblica costituzionale fondata sulla libertà riconquistata: proprio il 25 aprile. Eravamo dunque scivolati fin qui, fino al punto in cui le ambiguità politiche e le confusioni storiche, ma anche le provocazioni e le falsificazioni della memoria nazionale hanno costretto il presidente a fissare alcuni punti fermi nel calendario civile che un Paese deve avere, come riferimento morale di tutti i cittadini.
Mattarella ha svolto esattamente questo compito, da solo, perché nella complementarietà dei poteri di vertice dello Stato l’altra autorità alla guida del Paese — la presidente del Consiglio Giorgia Meloni — ha scelto di rimanere un passo indietro: non solo sui gradini dell’altare della patria, come vuole il protocollo di omaggio ai Caduti attraverso gli onori al milite ignoto, ma anche e soprattutto nel riconoscimento dei valori di libertà della lotta partigiana, e quindi dell’antifascismo come fondamento del nuovo patriottismo costituzionale della Repubblica. Non si tratta di esaminare ancora una volta il tono, le parole e gli equilibrismi del Premier, perché conta e basta l’intonazione generale che una leader esperta come Meloni ha voluto dare alla sua lettera sul 25 aprile inviata al Corriere della sera, i riconoscimenti che ha ribadito alla Liberazione senza mai estenderli ai partigiani, i limiti della sua revisione storica che ancora una volta ha scelto di non varcare.
È la lettura parallela dei due testi che parla da sola, certifica l’imbarazzo equivoco e dunque reticente della leader davanti alle date capitali della storia nazionale che non riesce ad abitare compiutamente facendosi carico del loro significato in termini di moralità civile, come è già stato dimostrato dal suo silenzio esplicito il giorno del centesimo anniversario della marcia su Roma.


Una naturalità democratica perfettamente coerente, invece, nella giornata di Sergio Mattarella, a partire dalla geografia politica per arrivare alla biografia della nazione.
Il Capo dello Stato ha infatti scelto tre città del Nordovest — Cuneo, Boves e Borgo San Dalmazzo — per celebrare la terra dei dodicimila partigiani, dei duemila caduti in combattimento, delle duemilaseicento vittime delle stragi nazifasciste, delle 34 medaglie d’oro al valor militare, 174 d’argento, 228 di bronzo, in 27 Comuni che sono ognuno una capitale della Resistenza: in una provincia che è terza in Italia, dopo Roma e Trieste, per numero di deportati nei campi di sterminio in ragione dell’origine ebraica. Lo ha fatto per una ragione precisa: “È qui, su queste montagne, in queste valli — ha spiegato — che la Repubblica celebra oggi le sue radici con la festa della Liberazione”.
Dunque il messaggio è preciso, e di forte significato: l’origine della Repubblica democratica è nella ribellione morale della gioventù di allora chiamata in montagna da Duccio Galimberti, per ribaltare la guerra “fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista, fino alla vittoria del popolo italiano che si ribella contro la tirannia mussoliniana”. Soprattutto e in particolare, questo fondamento civile della democrazia repubblicana è nella scelta di combattere, in un’insurrezione di resistenza armata all’oppressore e all’invasore. È questo atto di coraggio e di sacrificio che porta alla riconquista della patria, e come ha ricordato Mattarella trasforma i partigiani nei veri patrioti, a cui tocca il compito, dopo essere stati traditi dal fascismo, “di rifare la storia d’Italia e di costituire il popolo italiano”. Il presidente ha quindi voluto sottolineare il legame naturale tra la ribellione armata della Resistenza, la libertà riconquistata, la scelta repubblicana, le istituzioni democratiche e la Costituzione “figlia della lotta antifascista”, frutto diretto del 25 aprile. È questa coerenza nella costruzione di un sistema democratico che si riconosce quando si giura sulla Costituzione.


Non ci sono certo gli stessi accenti, non c’è lo stesso spirito nelle parole di Giorgia Meloni, come se i due presidenti si rivolgessero a due diversi Paesi. Ma la storia è una. La premier ribadisce la sua scelta per la democrazia e la libertà, “con la serenità di chi queste riflessioni le ha viste maturare compiutamente tra le file della propria parte politica ormai 30 anni fa, senza mai discostarsene. Da molti anni infatti i partiti della destra hanno dichiarato la loro incompatibilità con qualsiasi nostalgia del fascismo”. C’è poi il riconoscimento che “il frutto fondamentale del 25 aprile è stato, e rimane senza dubbio, l’affermazione dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato e che ritroviamo scolpiti nella costituzione repubblicana”. Meloni accusa chi usa il fascismo “come una sorta di arma di esclusione di massa”, critica la “concezione proprietaria” che ha impedito alla lotta di liberazione di diventare patrimonio condiviso, riconferma l’impegno “per l’unico vero antidoto contro tutti i totalitarismi”, la democrazia.


Secondo la premier, dunque, tutto a destra è già stato compiuto con una svolta altrui, quella di Fini, non ci sono altre parole da pronunciare, come se il giudizio su una dittatura durata ventun anni fosse una tassa amara, che non si paga due volte, e non un’occasione di verità storica e di responsabilità morale. Ma se anche davvero tutto fosse già stato detto, perché la destra non è coerente con quel giudizio e ricade continuamente nel vizio della provocazione, della falsificazione, dell’ambiguità, con uomini che ha portato al vertice delle istituzioni? È questa lettura strumentale e capziosa della storia che impedisce di pronunciare la parola “antifascismo” e ostacola la concordia nazionale auspicata dalla Premier.
Se non si elimina l’ambiguità sulla natura della Repubblica, per la destra il calendario continuerà ad essere una pietra d’inciampo.
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