Molti nodi stanno venendo al pettine, in questo disvelamento di sé che il governo Meloni sta facendo in questa fase tra ambizioni, opere e omissioni. Una maggioranza che non ha al momento alternative e non soffre di particolari insidie tuttavia fatica a trovare una cultura politica comune che la definisca, arranca sulle nomine, insegue il calendario sui fondi europei del Recovery, e sembra preoccupata soprattutto di mettere le mani sulla Rai con ogni mezzo, come se fosse lo scrigno magico da cui potrà nascere il nuovo pensiero di destra che inaugurerà la sfida decisiva per l'egemonia. Tutto questo con una mappa del mondo arbitraria che porta l'esecutivo a muoversi in una geografia immaginaria, con la Francia che da partner privilegiato diventa antagonista, i Paesi di Visegrad scelti come interlocutori ideali, l'Europa tollerata come casa comune transitoria in questa fase di redistribuzione delle risorse dopo la crisi, l'atlantismo che nella ferma c…
Molti nodi stanno venendo al pettine, in questo disvelamento di sé che il governo Meloni sta facendo in questa fase tra ambizioni, opere e omissioni. Una maggioranza che non ha al momento alternative e non soffre di particolari insidie tuttavia fatica a trovare una cultura politica comune che la definisca, arranca sulle nomine, insegue il calendario sui fondi europei del Recovery, e sembra preoccupata soprattutto di mettere le mani sulla Rai con ogni mezzo, come se fosse lo scrigno magico da cui potrà nascere il nuovo pensiero di destra che inaugurerà la sfida decisiva per l'egemonia. Tutto questo con una mappa del mondo arbitraria che porta l'esecutivo a muoversi in una geografia immaginaria, con la Francia che da partner privilegiato diventa antagonista, i Paesi di Visegrad scelti come interlocutori ideali, l'Europa tollerata come casa comune transitoria in questa fase di redistribuzione delle risorse dopo la crisi, l'atlantismo che nella ferma condanna della guerra russa si riduce alla Nato, bypassando i valori civili e ideali dell'Occidente.
Non è un caso che in questo quadro, e proprio a questo punto, la premier abbia deciso di giocare la carta del presidenzialismo. Giorgia Meloni non ha incontrato finora difficoltà rilevanti in Parlamento, né nel rapporto tra Palazzo Chigi e le altre istituzioni. Il rispetto reciproco delle figure e delle funzioni tra la presidente del Consiglio e il Capo dello Stato ha poi garantito una relazione corretta e proficua tra il governo e il Quirinale, ovviamente nell'autonomia dei due diversi ruoli. L'apertura formale della questione presidenziale non nasce dunque dalla necessità di superare ostacoli istituzionali o intralci evidenti alla funzionalità dell'esecutivo: la scelta non deriva da ragioni concrete, ma da motivi politici, legati all'identità di questa destra estrema italiana, e al suo processo di auto-definizione. Proviamo a capire perché.
Innanzitutto per Giorgia Meloni la vittoria elettorale non è un punto d'arrivo, ma di partenza. Interpretando la destra come un fenomeno sociale e politico, naturalmente, ma soprattutto culturale, la premier si muove con uno spirito che potremmo definire da pioniere, che dopo aver conquistato le nuove terre sa di doverle colonizzare, per ottenere i frutti sperati. La partita che sta per incominciare è dunque molto ambiziosa, perché va addirittura oltre la conquista del consenso, che è per definizione effimero, visto che la democrazia lo rimette continuamente in gioco, anche dopo una vittoria.
Questa è la vera differenza tra Meloni e Berlusconi: il Cavaliere era tutto interno alla religione del consenso, che coltivava chiedendo non solo un voto costante ma una vibrazione emotiva permanente, cui il leader rispondeva con l'esercizio del comando e la riduzione generica dei vincoli di Stato, venduta come libertà. Meloni sembra invece interessata ad una vera e propria opera di fondazione di qualcosa che non c'era: dopo aver portato la radicalità di destra alla guida del governo, vuole farla diventare una delle correnti di pensiero del sistema italiano, emancipandola da uno stato di minorità dovuto al suo legame col passato per insediarla dentro il senso politico comune del Paese.
Per raggiungere questo scopo la leader di Fratelli d'Italia poteva scegliere la strada dell'omologazione, neutralizzando l'anomalia originaria del suo mondo attraverso una sua regolarizzazione. Ma questo avrebbe significato accettare ciò che Meloni considera il pensiero dominante, l'ortodossia liberal-democratica. Decidendo invece di istituzionalizzarsi senza uniformarsi, la premier sceglie di governare mantenendo intatta quella natura, quindi marcando non solo la sua differenza, ma la sua alterità rispetto al sistema. L'obiettivo non è portare una destra residuale qualunque, estenuata e diluita, nel gran mercato italiano delle idee, oggi poco frequentato: ma portarci proprio "quella" destra, con la sua carica dirompente. È il modo che Meloni concepisce per compiere la storia della sua destra: attraverso un percorso opposto a quello di bemollizzazione che il pensiero liberal-democratico (antifascista) le ha chiesto invano per mesi.
Per arrivare fin qui, occorre quello che retoricamente si chiama una nuova fine e un nuovo inizio: una rottura, che segni l'ingresso in un'altra epoca. Niente è più travolgente dei vecchi equilibri di una riforma della Costituzione che tocchi il sistema di potere, anzi l'equilibrio tra le istituzioni di vertice, addirittura la forma stessa dello Stato. Entrando in questo territorio la destra chiude definitivamente la prima Repubblica e inaugura la seconda, che finora si era fermata alle doglie senza mai nascere, ingannandoci. Ma in questa seconda Repubblica la stessa destra si siede a capotavola, decidendo l'agenda e distribuendo le carte, poiché governa il mazzo.
Automaticamente (ed è la cosa che più conta) la destra estrema di Meloni diventa forza costituente della forma repubblicana che sarà: basata sul presidenzialismo o sul premierato si vedrà, ma comunque con l'impronta del potere forte, personalizzato, centrato sull'investitura popolare diretta e sulla semplificazione populista del concerto istituzionale, infine gerarchizzato. Saltano tutte insieme le eredità che portarono alla nascita della democrazia repubblicana: l'antifascismo come religione civile, l'intesa costituzionale tra le forze che avevano ripudiato il fascismo, il riconoscimento dei nuovi diritti nati dalla libertà riconquistata, la democrazia come metro comune di giudizio.
Da forza esclusa in questo processo, la destra radicale diventa forza costituente del nuovo ordine, rimanendo esattamente se stessa. Oggi si capisce perché Meloni non ha sciolto il nodo del passato, giudicando la natura del fascismo e ripudiandola in nome della democrazia, rendendo così la sua destra finalmente libera: perché voleva portare la sua storia integrale nel pantheon che riscriverà la Costituzione, legittimando così nei fatti quella storia, invece di emendarla. Ecco il bisogno, e la fretta, di dare alla destra quello che le manca, cioè il ruolo di madre costituente. Con una pulsione continua a cercare fuori dall'equilibrio esistente, in una forzatura-riscrittura delle regole, una sorta di dotazione supplementare di potere, come se la quota attribuita al governo dall'attuale Costituzione fosse insufficiente. È la lettura populista dell'equilibrio costituzionale: che adesso diventerà scrittura, senza essersi mai posto il problema del limite democratico.