Ci domandavamo se esiste un canone occidentale riconosciuto, accettato e condiviso per il nuovo secolo. Poco per volta arrivano le risposte. I canoni sono due, almeno in Europa. Il primo è quello della Ue, basato sui valori fondanti della democrazia liberale travasati in metodo per le istituzioni comunitarie, e incentrato sullo Stato di diritto. Il secondo è quello di una minoranza di Paesi nazional-populisti, mossi da una visione radicale di destra, che puntano sulle elezioni del prossimo anno - legittimamente, com'è ovvio - per sovvertire l'attuale maggioranza di centrosinistra che governa l'Unione, con l'obiettivo non solo di conquistarne il governo ma di cambiarne la natura e la cultura, soppiantando i valori e gli ideali di riferimento. La novità è che l'Italia, uno dei Paesi fondatori della Ue, sotto la guida di Giorgia Meloni ha cambiato campo, diventando con Polonia e Ungheria uno dei Paesi capofila di questa operazione ch…
Ci domandavamo se esiste un canone occidentale riconosciuto, accettato e condiviso per il nuovo secolo. Poco per volta arrivano le risposte. I canoni sono due, almeno in Europa. Il primo è quello della Ue, basato sui valori fondanti della democrazia liberale travasati in metodo per le istituzioni comunitarie, e incentrato sullo Stato di diritto. Il secondo è quello di una minoranza di Paesi nazional-populisti, mossi da una visione radicale di destra, che puntano sulle elezioni del prossimo anno - legittimamente, com'è ovvio - per sovvertire l'attuale maggioranza di centrosinistra che governa l'Unione, con l'obiettivo non solo di conquistarne il governo ma di cambiarne la natura e la cultura, soppiantando i valori e gli ideali di riferimento. La novità è che l'Italia, uno dei Paesi fondatori della Ue, sotto la guida di Giorgia Meloni ha cambiato campo, diventando con Polonia e Ungheria uno dei Paesi capofila di questa operazione che mira a correggere l'Europa, così come l'abbiamo conosciuta.
Il contrasto tra il governo e la Corte dei Conti sui controlli nell'impiego delle risorse del Pnrr contiene in miniatura tutti questi elementi che andranno a ingigantirsi man mano che ci avvicineremo al voto europeo. C'è un esecutivo in affanno per i tempi e i modi di esercizio dei duecento miliardi del fondo europeo di sviluppo, che vive come un'ingerenza indebita e un limite sovrano il controllo in corso d'opera della Corte dei Conti: al punto da varare due norme speciali che limitano l'intervento della magistratura contabile, aprendo così immediatamente un secondo fronte più largo, questa volta con la Ue. Che vede l'Italia avvicinarsi a quei Paesi come la Polonia e l'Ungheria - non a caso partner ideologici privilegiati di Giorgia Meloni -, dove l'insofferenza per i controlli di garanzia ha provocato forti tensioni con le magistrature, trasformando il potere legittimo dei governi in un privilegio di supremazia. Da qui il richiamo di Bruxelles, per ricordare all'Italia che i sistemi di controllo "rappresentano gli strumenti principali di protezione dell'interesse finanziario dalla Ue". Infine la replica di Palazzo Chigi che denuncia questi rilievi come "polemiche strumentali", cioè attacchi politici veri e propri, al di là del merito.
Siamo dunque arrivati al punto, che riguarda la disputa aperta in Europa attorno allo Stato di diritto. È questa infatti la frontiera su cui si scontrano le due diverse concezioni della sovranità, che la destra vuole libera e svincolata dai lacci e lacciuoli dei meccanismi incrociati di controllo con i quali la democrazia si traduce in procedura di garanzia, e che la sinistra vuole rendere sempre compatibile con il diritto, come forma di tutela dell'ordinamento e degli stessi cittadini. Lo Stato di diritto è esattamente il limite che il potere sovrano accetta di imporre a se stesso, a garanzia di tutti e soprattutto della democrazia. È un principio di razionalità nella libertà, un sistema di regolazione del sistema politico e istituzionale. Ed è infine un atto di subordinazione volontaria al primato delle leggi e della Costituzione, cioè all'ispirazione liberal-democratica e solidaristica con cui è nata e in cui si è sviluppata la democrazia repubblicana. In concreto lo Stato di diritto significa che anche il potere di governo è sottoposto al controllo di legalità da parte della magistratura, al controllo di legittimità da parte della Corte Costituzionale, al controllo politico delle minoranze in parlamento, al controllo sociale della libera stampa e della pubblica opinione. Tutti punti che all'atto pratico scricchiolano nei Paesi sovranisti della Ue: dobbiamo aspettarci che accada anche in Italia?
La partita è appena incominciata, e avrà riflessi evidenti non soltanto sulla vita, ma sull'identità delle nuove generazioni, formate da ragazzi cresciuti sentendosi cittadini europei. Ma di quale Europa? Questa è la domanda che il Paese dovrebbe farsi prendendo coscienza della posta in gioco, prima che il nuovo destino d'Europa si compia nel silenzio, dirottato a destra. Anche perché questo sarà il nucleo centrale della battaglia elettorale del 2024, con i concetti di destra e sinistra che riemergono fondamentali ai due poli contrapposti dell'Europa, dopo essere stati dichiarati prematuramente obsoleti negli Stati nazionali. Ma l'interpretazione moderna di quei concetti tradizionali assumerà una forma inedita: da un lato la regola, il diritto, la procedura, i controlli e le garanzie, che nel loro concorso assicurano la continuità del meccanismo democratico; dall'altro lato il privilegio del potere legittimo, la potenza del comando, la libertà del sovrano che marcando la sua supremazia realizza la volontà popolare espressa col voto. Com'è evidente ad occhio nudo, c'è il rischio che destra e sinistra si confondano le parti, tra conservazione e innovazione. Col contributo del cittadino che rischia di scambiare per innovatore un discorso pubblico pronto a disboscare il sistema di controlli e garanzie a cui sono sottoposti i governi, accettando un'interpretazione stagionale della democrazia: che funziona solo nelle fasi di benessere, quando c'è da redistribuire ricchezza, mentre nei periodi di crisi frena e limita l'espressione piena della sovranità, impedendo al potere di tagliare con la spada i nodi della complessità, che la vecchia politica si attarda ancora a sciogliere.
Era dunque inevitabile che la disputa si rivelasse in pubblico, con tutti i protagonisti in campo. Il Pnrr è l'occasione, la Corte dei Conti l'avversario figurato, l'Europa la scena di riferimento: ma il vero punto della contesa è il Sovrano, cioè colui che esce vincitore dalle urne, la configurazione che deve prendere, i limiti cui è sottoposto, il potere improprio che vuole conquistare, oltre alla dotazione istituzionale che gli spetta. Torna in gioco l'equilibrio tra lo scettro e la spada, che il secolo aveva superato e che la democrazia credeva di aver infine risolto. Siamo avvertiti.