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Se la piazza torna a essere polis

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Bisogna andare alle radici della vita associata per recuperare le ragioni perdute del bene comune e il senso smarrito della comunità. La città - come Bologna durante Repubblica delle Idee - ridiventa il luogo della discussione, dell'interpellanza, della conoscenza
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Com'era forse inevitabile, dopo lo sconvolgimento universale provocato dall'urto delle tre emergenze congiunte (la pandemia, la crisi economico-finanziaria più pesante del secolo, il deficit di rappresentanza che svuota i seggi elettorali), bisogna ritornare alle radici della vita associata per recuperare le ragioni perdute del bene comune e il senso smarrito della comunità. E tra quelle radici riemerge inevitabilmente la polis, la città, la dimensione municipale, l'Italia dei Comuni.

Non è rimasta immune dal contagio della crisi: proprio la dimensione planetaria dell'attacco virale ha sconvolto la gerarchia tradizionale del potere, sopravanzando e soffocando l'autorità civica, messa fuorigioco da questa sfida che per forza di cose si è giocata su una scala globale e ha contaminato la scena urbana, paralizzandola mentre noi ci ritiravamo dalla vita sociale, indietreggiando per proteggerci.

Togliendo l'umano dal paesag…

Com'era forse inevitabile, dopo lo sconvolgimento universale provocato dall'urto delle tre emergenze congiunte (la pandemia, la crisi economico-finanziaria più pesante del secolo, il deficit di rappresentanza che svuota i seggi elettorali), bisogna ritornare alle radici della vita associata per recuperare le ragioni perdute del bene comune e il senso smarrito della comunità. E tra quelle radici riemerge inevitabilmente la polis, la città, la dimensione municipale, l'Italia dei Comuni.

Non è rimasta immune dal contagio della crisi: proprio la dimensione planetaria dell'attacco virale ha sconvolto la gerarchia tradizionale del potere, sopravanzando e soffocando l'autorità civica, messa fuorigioco da questa sfida che per forza di cose si è giocata su una scala globale e ha contaminato la scena urbana, paralizzandola mentre noi ci ritiravamo dalla vita sociale, indietreggiando per proteggerci.

Togliendo l'umano dal paesaggio municipale, tutto si era fermato, come se avessimo spento le nostre città soffocandole in una geografia innaturale, intatta ma inutile, con le bandiere sui palazzi comunali che sventolavano per nessuno e le campane delle cattedrali che risuonavano a vuoto.

Oggi tra le tante debolezze delle governance mondiali possiamo misurare a occhio nudo il vero recupero di sovranità che abbiamo realizzato contrastando la pandemia: una sovranità finalmente non ideologica ma semplicemente umana, che si realizza nella libertà delle persone, nell'indipendenza degli individui dalle costrizioni del male, nell'autonomia dei cittadini. La prova è la riscoperta della città, come infrastruttura della democrazia.

Con la città ritorna la piazza, luogo d'incontro e di riconoscimento reciproco, ma anche unità di misura dello scambio di relazioni e del dialogo quotidiano, quindi implicitamente della coesione sociale. La piazza italiana, col duomo, il municipio e la prefettura, simboli dei tre poteri che convivono nella tradizione, quei poteri che in quello stesso luogo vengono criticati e denunciati dai movimenti di protesta che proprio qui si radunano spontaneamente, come per un richiamo atavico.

La piazza dunque come esercizio della democrazia, in un Paese in cui è sorprendentemente più alto il livello delle diseguaglianze che la soglia del conflitto. Ma riemergendo dal buio della crisi, la piazza ridiventa addirittura agorà: il luogo della discussione, dell'interpellanza, della conoscenza.

Capita quando il cittadino supera la linea della paura che divide, separa e rinchiude, consumata individualmente: e va oltre, uscendo di casa per entrare nella dimensione civica collettiva, riversando nella comunità i suoi dubbi e le sue domande, nell'esigenza di capire per poter controllare, di conoscere per giudicare.

In queste circostanze la città diventa una sorta di soggetto politico nel senso più ampio del termine, perché di fronte alla smaterializzazione di ogni luogo, operata dalla globalizzazione, restituisce la coscienza del territorio con la sua storia e la sua cultura, quindi garantisce stabilità nello spaesamento, fornisce continuità nello sradicamento, genera identità nella dispersione di ogni ancoraggio sociale.

È da questo livello popolare della politica, intimo, a portata di mano, che può incominciare il recupero di un impegno civile che negli ultimi anni sembra smarrito. Dal bisogno di portare in piazza le proprie inquietudini e le domande a cui è difficile trovare una risposta, per cercare insieme una soluzione e una via d'uscita.

L'esperienza di Repubblica delle idee a Bologna dimostra - nel piccolo di un giornale - esattamente questo: la spinta che ha portato migliaia di persone ad uscire di casa per affollare piazza Maggiore e gli altri luoghi del dibattito è il bisogno di capire, la ricerca di un confronto, la necessità di sapere.

La guerra ovviamente assorbe e ingigantisce i dubbi e le inquietudini: che però quando vengono portati dentro il confronto pubblico subiscono una trasformazione attraverso il meccanismo informativo, e diventano opinione.

Lo sforzo di conoscere e capire, proprio per questo, non è soltanto culturale, ma anche morale, perché conoscere significa accettare il fardello di responsabilità che pesa su ogni cittadino consapevole, chiamato a distinguere e a decidere. La politica, se vuole riprendersi davvero lo scettro e non solo esercitare il comando, dovrebbe cercare le risposte a queste domande, senza lasciare che sia la crisi a imporre la resa cognitiva davanti al caos.

Le piazze, come a Bologna, cercano rappresentanza, ma sono nuovamente pronte, col contorno dei riti in cui si manifesta la democrazia quotidiana delle piccole cose, le passeggiate sotto i portici, lo scambio minimo ma rituale ai tavolini dei caffè, dove ozia la conversazione. È qui che la politica, senza inseguire soltanto le percentuali, può ritrovare le persone e la vita autentica di ogni giorno, che è più ricca, vera e sorprendente di un algoritmo.