Il golpe tentato che non va in porto, nel linguaggio politico sudamericano si chiama intentona. Ma che nome dare a una ribellione armata che denuncia il potere per aver ingannato il popolo, assalta e neutralizza il centro logistico militare russo a Rostov, annuncia una “marcia per la giustizia” a Mosca, scende in strada con mezzi corazzati, e arrivata a 200 chilometri dalla capitale fa dietro-front e si ritira? Viene in mente un’altra Marcia, quella mussoliniana su Roma nel ‘22, alla testa delle camicie nere: lanciata per conquistare la città e il potere, venne in realtà fermata dal Duce per tre giorni sotto la pioggia, perché la sua minaccia era stata sufficiente per fargli ottenere la chiamata del Re per la guida del governo: era bastato far partire quella marcia eversiva, senza nemmeno vederla arrivare, perché lo Stato si arrendesse consegnandosi. Nei due casi - diversissimi tra loro - siamo di fronte più che a un golpe, alla sua clamorosa rappresentazione. Dunque a un uso politico…
Il golpe tentato che non va in porto, nel linguaggio politico sudamericano si chiama intentona. Ma che nome dare a una ribellione armata che denuncia il potere per aver ingannato il popolo, assalta e neutralizza il centro logistico militare russo a Rostov, annuncia una “marcia per la giustizia” a Mosca, scende in strada con mezzi corazzati, e arrivata a 200 chilometri dalla capitale fa dietro-front e si ritira? Viene in mente un’altra Marcia, quella mussoliniana su Roma nel ‘22, alla testa delle camicie nere: lanciata per conquistare la città e il potere, venne in realtà fermata dal Duce per tre giorni sotto la pioggia, perché la sua minaccia era stata sufficiente per fargli ottenere la chiamata del Re per la guida del governo: era bastato far partire quella marcia eversiva, senza nemmeno vederla arrivare, perché lo Stato si arrendesse consegnandosi. Nei due casi - diversissimi tra loro - siamo di fronte più che a un golpe, alla sua clamorosa rappresentazione. Dunque a un uso politico dell’insurrezione, inscenata come cornice eroica e drammatica della contesa per il comando. Gli esiti italiani li abbiamo sperimentati: cosa può succedere invece in Russia, dopo l’intentona?
La prima lezione evidente è che senza politica non si fa un golpe. Ogni piano militare di sovvertimento dell’ordine costituito pone la forza al servizio del disegno politico che la chiama in campo, mentre spiega e giustifica la sostituzione del potere che vuole realizzare. Qui siamo davanti a uno schema opposto e inedito, con la forza che si autonomizza, fuoriesce dai binari del sistema cercando la politica che non trova, e dunque segna il passo perché non ha un obiettivo verso cui indirizzarsi. A Mosca in questi due giorni la forza ha rivelato se stessa, ma non ha creato politica. I reparti della Wagner finora non hanno compiuto l’errore di considerarsi pretendenti al trono, principi ereditari, candidati alla successione.
Vogliono marcare la loro autonomia, rifiutano di sottomettersi alla burocrazia governativa dal I° luglio come ha stabilito il Cremlino, puntano a dimostrare nei fatti la loro capacità tecnica di mettere in stallo il sistema militare dell’Armata, entrando nelle roccaforti dell’esercito e impossessandosene senza nemmeno incontrare resistenza, dato il loro carattere ibrido, dovuto alla natura di mercenari: clienti, alleati a contratto, dipendenti, estranei. Così facendo dotano se stessi di una qualità che non conoscevano, perché diventano un soggetto impolitico di complemento, non in condizione di proporre un progetto per il Paese, ma in grado d’ora in poi di sedere al tavolo dove si imbandisce il futuro della Russia.
Più di ciò che conquistano, conta ciò che rivelano. Prima di tutto che l’anello di ferro con cui Putin tiene sotto controllo il Paese è arrugginito, ed è bastato uno scossone di rivolta perché si spezzasse. Naturalmente si è rotto proprio nel suo punto più debole, alla congiunzione tra il potere militare e il potere politico. Questo legame intrinseco è stato per settant’anni un elemento di sicurezza del regime sovietico, in cui addirittura il profilo ideologico e l’arte militare coincidevano nelle cariche di vertice dell’Armata Rossa. Con l’ultimo Maresciallo dell’Urss, Sergei Fedorovic Achromeev che portava sul petto insieme con l’insegna del comando anche le medaglie comuniste dell’Ordine di Lenin, della Stella Rossa e della Rivoluzione d’Ottobre, e s’impiccò quando capì che il fallimento del golpe nel ‘91 anticipava la fine dell’Urss “perché - lasciò scritto - tutto ciò a cui ho dedicato la mia vita si sta disintegrando”.
Ci eravamo chiesti già mesi fa se lo scollamento che si intravvedeva tra la politica e gli apparati militari russi poteva accentuarsi, con i reparti armati che entrano direttamente nella contesa per il comando senza più mediazioni, mettendo in campo obiettivi loro e sviluppando una propria teoria del potere, fino a condizionare i soggetti istituzionali. Oggi qui siamo, con molte domande ancora senza risposta, a partire dall’oggetto di scambio con la ritirata di Wagner (cos’ha chiesto Prigozhin, cos’ha ottenuto?), per arrivare a Putin (è vero che sapeva tutto dal giorno prima?), all’improvvisa arte di mediazione del presidente bielorusso Lukashenko, all’ipotesi che la convergenza dei mercenari su Minsk non sia una ritirata di sicurezza ma un concentramento da cui sferrare l’assalto a Kiev, alla convinzione delle opposizioni che tutto sia una manovra orchestrata col Cremlino per creare l’occasione di una purga generale di vertice.
Quello che è certo, perché evidente, è lo squarcio nella corazza di Putin, che ha un costo molto alto. Quel vestito scuro sulla camicia bianca, il volto tirato nel momento dell’appello televisivo rivelano l’ansia per la scoperta di una vulnerabilità, mentre il presidente denuncia al popolo “il tradimento della Russia e della causa per cui stiamo combattendo, con una pugnalata alle spalle”. È il primo saldo della guerra presentato al leader del Cremlino, mentre l’ accumulo dei 200 mila morti (in Afghanistan l’Urss contò 13 mila morti in dieci anni) da un insieme di lutti privati sta diventando un enorme problema politico per il Paese e per la popolazione, che rischia di trasformarsi proprio su questo tema in pubblica opinione giudicante.
Putin è stato sfidato ed esposto al mondo nella sua improvvisa fragilità, l’Armata si è rivelata incerta e interdetta davanti a un pronunciamiento, Wagner ha dimostrato che la forza è in vendita al miglior offerente, purché garantisca una continuità autoritaria. Qualcuno potrebbe essere interessato a comprarla. Prigozhin non è un samozvancy, un sedicente zar che cerca sudditi e fedeli, piuttosto ricorda il cosacco ribelle Stephan Razin che nel 1670 prima di essere ucciso sulla Piazza Rossa guidava i contadini alla ribellione contro i boiardi, e nella leggenda continua a battere quelle terre volando come falco sul Volga, perché la scintilla della rivolta non si deve spegnere.
Da questo sfondo riemerge la profezia di Aleksandr Dugin: “Abbiamo perso il nostro Paese due volte, nel 1991 e nel 1993, lo abbiamo consegnato ai liberali filo-occidentali, che stanno preparando il terzo round, perché non è stato dato loro il colpo di grazia. Il collasso della Russia è davanti a noi. Rovesceranno Putin, e il Paese morirà sotto le macerie”. Ecco cos’ha svelato il mezzo golpe di Wagner: l’instabilità provocata dalla guerra nel potere assoluto di Putin, e quando un’autocrazia è instabile tutti gli esiti sono possibili.