Meloni-Biden, la destra e la terra di nessuno
di Ezio MauroPoco per volta la realtà si incarica di tagliare i nodi che la politica fatica a sciogliere. La visita di Giorgia Meloni alla Casa Bianca non è stata una foto-opportunity diplomatica ma un’occasione politica per definire la posizione internazionale dell’Italia, il suo ruolo nel campo occidentale, il suo tradizionale rapporto con gli Stati Uniti alla prova degli eventi che hanno inaugurato il nuovo secolo e le sue incognite.
E quindi, di riflesso, è servita a mettere a fuoco l’identità del nostro Paese, i suoi obblighi e le sue ambizioni, il suo spazio di movimento in un mondo che deve reinventare ogni giorno il suo disegno perché tutto è precario e ogni equilibrio è provvisorio, da quando non c’è più una mappa condivisa che regola gli ambiti e i limiti degli Stati e funziona da sistema di controllo e di regolazione dei conflitti.
Un vero e proprio crash test di collaudo sulla rotta e sulla tenuta dell’Italia, dunque, preparato con attenzione dalle due parti in questi mesi di gu…
Poco per volta la realtà si incarica di tagliare i nodi che la politica fatica a sciogliere. La visita di Giorgia Meloni alla Casa Bianca non è stata una foto-opportunity diplomatica ma un’occasione politica per definire la posizione internazionale dell’Italia, il suo ruolo nel campo occidentale, il suo tradizionale rapporto con gli Stati Uniti alla prova degli eventi che hanno inaugurato il nuovo secolo e le sue incognite.
E quindi, di riflesso, è servita a mettere a fuoco l’identità del nostro Paese, i suoi obblighi e le sue ambizioni, il suo spazio di movimento in un mondo che deve reinventare ogni giorno il suo disegno perché tutto è precario e ogni equilibrio è provvisorio, da quando non c’è più una mappa condivisa che regola gli ambiti e i limiti degli Stati e funziona da sistema di controllo e di regolazione dei conflitti.
Un vero e proprio crash test di collaudo sulla rotta e sulla tenuta dell’Italia, dunque, preparato con attenzione dalle due parti in questi mesi di guerra, che per necessità hanno costretto la prassi ad anticipare la teoria, spingendo i Paesi del secondo anello, fuori dal fronte, a mettere in campo scelte e comportamenti dettati dall’urgenza e dalla drammaticità degli eventi.
Joe Biden sapeva dunque perfettamente di trovare in Giorgia Meloni un’alleata convinta della storica scelta atlantica italiana, come ha confermato la prova del fuoco della guerra in Ucraina.
Ma proprio per questo il momento era giusto per fare punto e a capo e andare oltre, con le nuove domande che aprono la prossima stagione: fin dove arriva e dove porta l’atlantismo del governo Meloni, cosa c’è dopo la guerra che stiamo vivendo, e cosa resterà infine una volta superata l’emergenza?
Il vertice si è svolto a metà strada tra queste due fasi, una delle quali è chiara e risolta, mentre l’altra è ancora piena di interrogativi in attesa di risposta.
Si può dire che, per quanto riguarda la collocazione dell’Italia in un mondo sottosopra dopo l’aggressione russa, la visita a Washington è stata un successo perché il rapporto di conoscenza e fiducia tra Biden e Meloni è una prima risposta alle domande e ai dubbi che la vittoria elettorale della destra estrema di memoria post-fascista aveva sollevato in tutto l’Occidente.
Il paesaggio politico americano si è predisposto secondo lo schema prevedibile: pragmatismo utilitaristico da parte dell’amministrazione, che incassa la partnership convinta del governo di Roma al pacchetto di sanzioni a Mosca e di aiuti a Kiev, in un quadro in cui la guerra domina ancora l’orizzonte, assorbe tutte le preoccupazioni, gerarchizza le strategie; attenzione preoccupata da parte del mondo intellettuale e dalla cultura liberal, sensibili (ben più degli intellettuali italiani) alle zone d’ombra ancora presenti nel cammino di Meloni, al suo rifiuto di formulare un giudizio storico e politico netto sulla natura del fascismo come negazione della democrazia, limitandosi a condannare i singoli episodi più gravi del ventennio — come la deportazione degli ebrei — quasi fossero deviazioni dalla via maestra del regime, e non l’inevitabile prodotto della sua ideologia.
Biden ha privilegiato le scelte di politica estera dell’Italia, com’era ovvio col conflitto ancora aperto. Ma al di là dell’interesse specifico degli Usa, quello del presidente americano è anche un riconoscimento della leadership personale di Meloni, che in questi mesi ha via via assorbito e sterilizzato le crepe centrifughe che attraversavano la coalizione governativa di destra aprendo spazi di ambiguità, legati alle indulgenze amichevoli di Berlusconi nei confronti di Putin e alla più solida relazione d’interessi di Salvini con il sottobosco del Cremlino, certificata dalle magliette-poster di Putin esibite dal leader della Lega sulla piazza Rossa.
Non era dunque scontato che sotto la guida di una destra divisa da spinte contrapposte l’Italia non finisse alla deriva nell’Atlantico, cancellando la sua storia dal 1945 ad oggi per muoversi a tentoni tra velleità sproporzionate e tentazioni opportunistiche. Meloni lo ha evitato, trascinandosi dietro l’intera maggioranza.
Insieme con la chiarezza della scelta atlantica, è tuttavia evidente il suo limite. Non è la nostra adesione ai valori occidentali che ci fa schierare nel fronte atlantico, infatti, ma al contrario è la nostra adesione alla Nato che ci definisce come occidentali: perché altro non c’è, nell’interpretazione di Meloni, come se la dimensione militare superasse gli ideali e non fosse invece al loro servizio, semplice strumento politico di un’alleanza che almeno in teoria poggia sulle idee di libertà, di giustizia, di deterrenza, di sicurezza cooperativa e di prevenzione delle crisi.
Questa interpretazione di destra conduce inevitabilmente a una politica a-occidentale: una volta soddisfatti i suoi obblighi di schieramento con la Nato, l’ingaggio dell’Italia è finito, il campo è libero per una moderna politique d’abord.
Non si fa mai riferimento a una cornice europea che sostenga e indirizzi le scelte e le radichi nella vicenda comune del nostro continente, manca una lettura condivisa della storia d’Europa e delle lezioni che ne conseguono, non c’è un riconoscimento dello Stato di diritto come valore di riferimento, della civiltà dei diritti e delle istituzioni come fondamento della democrazia occidentale.
Per giungere a questa scelta occidentale ristretta, di pura natura militare, Meloni si è svincolata nel rapporto con gli Usa da ogni concerto europeo, muovendosi da sola, nell’illusione nazionalistica dell’unilateralismo di modello trumpiano: e ha potuto farlo, fin qui, protetta dall’emergenza in Ucraina. Ma dopo la guerra, e addirittura prima, nella costruzione delle condizioni di pace, le velleità nazionali avranno scarso peso.
Occorrerà muoversi dentro la Ue per muovere l’Europa, portandola a dire la sua a qualunque tavolo di risoluzione dei conflitti, in nome dei suoi valori tradizionali, che sono costitutivi del concetto di Occidente quanto quelli degli Stati Uniti.
Qui la destra italiana è in ritardo, ferma nella terra di nessuno: eppure la condivisione e l’affermazione di quei valori è molto semplicemente ciò che distingue, oggi, un’alleanza da un impero.