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Russia, la bandiera nera issata sul Cremlino

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La partita di Vladimir Putin è la prova del fuoco dell’autocrazia, che riassume in sé i pieni poteri nella stagione del successo, ma si carica della piena responsabilità davanti a un fallimento
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E adesso? Come una bomba a scoppio ritardato, la guerra scatena i suoi effetti lontano dal campo di battaglia, fuori dal calcolo strategico iniziale, dentro il territorio dell’aggressore.

L’esplosione dell’aereo che secondo la versione ufficiale trasportava Evgenij Prigozhin, il Capo della milizia Wagner, è il tentativo di chiudere il varco aperto dalla rivolta inscenata dai mercenari, riaffermando la supremazia di Vladimir Putin ad ogni costo e con qualunque mezzo.

Ma è anche la conferma drammatica che a Mosca il blocco unitario del potere si è rotto, per la prima volta nella stagione post-staliniana dopo la sfida di Eltsin a Gorbaciov.

Allora era la Russia che si ribellava all’Urss, oggi è la stessa Russia che minaccia di ribellarsi a se stessa, non si sa ancora attraverso quale via di fuga, militare, oligarchica, civile, di nomenklatura.

Ma questa pressione anomala sul sistema, provocata da una guerra troppo lunga e dagli effetti imprevisti, costringe Putin a una prova di f…

E adesso? Come una bomba a scoppio ritardato, la guerra scatena i suoi effetti lontano dal campo di battaglia, fuori dal calcolo strategico iniziale, dentro il territorio dell’aggressore.

L’esplosione dell’aereo che secondo la versione ufficiale trasportava Evgenij Prigozhin, il Capo della milizia Wagner, è il tentativo di chiudere il varco aperto dalla rivolta inscenata dai mercenari, riaffermando la supremazia di Vladimir Putin ad ogni costo e con qualunque mezzo.

Ma è anche la conferma drammatica che a Mosca il blocco unitario del potere si è rotto, per la prima volta nella stagione post-staliniana dopo la sfida di Eltsin a Gorbaciov.

Allora era la Russia che si ribellava all’Urss, oggi è la stessa Russia che minaccia di ribellarsi a se stessa, non si sa ancora attraverso quale via di fuga, militare, oligarchica, civile, di nomenklatura.

Ma questa pressione anomala sul sistema, provocata da una guerra troppo lunga e dagli effetti imprevisti, costringe Putin a una prova di forza estrema sotto gli occhi del mondo, accettando l’immagine del despota pur di dimostrare di avere in pugno il controllo del Paese.

L’eliminazione fisica degli avversari da parte del vertice di comando crea un clima di moderno terrore, anche perché affonda nella memoria storica della Russia: e dunque consiglia prudenza ad ogni potenziale manifestazione di dissenso.

Prigozhin aveva creduto alla carta bianca che Putin gli aveva garantito per avere una sorta di esercito privato di pronto impiego, da usare a mano libera per operazioni non ufficiali, dunque tecnicamente irresponsabili.

Ma il comandante della Wagner non si era mai chiesto dov’era il limite del suo potere accumulato nell’ambiguità del sotto-Stato, anzi a un certo punto ha pensato di poterlo capitalizzare in proprio, per forzare Putin ad accettare una sorta di opa mercenaria sul dispositivo militare statale, impantanato nella resistenza ucraina dopo l’invasione.

Probabilmente spinto da pezzi di apparato che al momento dell’azione lo hanno poi lasciato solo (come dimostra la destituzione di Sergej Surovikin, il “generale Armageddon” che ha guidato l’Armata in Ucraina) Prigozhin si è lasciato catturare dall’eterna tentazione russa del cosacco che si fa Zar, e ha puntato sull’autonomia della forza, per mettere con le spalle al muro la politica in crisi.

La carica eversiva della sua azione è nell’immagine che tutta la Russia ha visto in televisione della colonna mercenaria in marcia verso Mosca, col Capo che annuncia la volontà di «arrivare fino in fondo».

Poi c’è stato il dietrofront, improvviso e mai spiegato ai miliziani e alla popolazione, con una tregua diffidente tra il potere e il contropotere esiliato in Bielorussia.

Ma a Mosca, dove la Wagner non è arrivata, erano ancora nell’aria le parole con cui Prigozhin aveva annunciato la rivolta, svelando non solo gli errori, ma le bugie del vertice russo di comando: «Il governo ci ha raccontato che gli ucraini volevano attaccarci insieme con la Nato, e invece la guerra non serviva a smilitarizzare e denazificare l’Ucraina, ma era necessaria per il clan che oggi è al potere in Russia, mentre gli oligarchi si spartivano i beni. La nostra sacra guerra si è trasformata in un furto. Dal 2014 al 2022 il Donbass è stato saccheggiato da vari personaggi. Tra questi, alcuni sono membri dell’amministrazione del presidente, altri fanno parte dell’Fsb, e poi ci sono gli oligarchi».

È questo atto d’accusa la vera prova dell’eversione, e Putin non poteva accettarlo, anche se il golpe si era sgonfiato, rientrando nei ranghi.

Con le sue parole Prigozhin aveva squarciato il velo che sulla guerra avviluppa la pubblica opinione, e nonostante la ritirata si era ormai trasformato per sempre in un soggetto politico potenziale pronto ad essere usato in qualsiasi manovra prossima ventura, quindi in una minaccia latente, disponibile ad ogni avventura e a qualsiasi alleanza.

Soprattutto dopo aver imparato che i golpe a metà sono un suicidio politico perché alla borsa della paura pesano solo nel momento dell’azione, per poi deprezzarsi immediatamente, senza alcun valore di scambio negoziale al tavolo del potere.

Putin doveva dunque cancellare quell’affronto, che nei giorni della sommossa aveva definito «un’azione criminale», una «pugnalata alle spalle», un «ammutinamento armato», «un tradimento che poteva avere conseguenze catastrofiche», fino al «rischio di una guerra civile».

L’incontro con Prigozhin, la mediazione di Lukashenko, erano soltanto tattica. Quel potere armato che si mette in proprio, aprendo l’età della secessione politica di vertice, doveva essere stroncato.

È questa logica delle cose (insieme con la lunga lista delle esperienze precedenti che hanno concluso l’esistenza degli oppositori per bloccare la loro azione) che ha portato tutto il mondo a leggere il disastro aereo non come un incidente ma come un assassinio politico, col mandante a Mosca.

La Russia ha respinto l’accusa, attaccando direttamente Biden, e in un sistema diventato poroso, fuori controllo, potrebbero venir fuori in qualsiasi momento verità sorprendenti.

Ma la logica politica non nasce dal nulla: siamo ormai al punto in cui anche soltanto il sospetto di un’azione coperta dei servizi russi per eliminare l’ultimo protagonista di un’insubordinazione è un atto politico, e allarga l’onda del terrore e della repressione attorno a Putin.

Il presidente russo capitalizza oggi la paura che frena ogni manovra: ma trasmette la sensazione di una nuova insicurezza nel vertice russo, che può diventare un incentivo per domani, se si creeranno le condizioni per un regolamento dei conti.

La scelta del pugno di ferro porta Dmitrij Medvedev ad annunciare che «lo Stato ucraino sarà cancellato dalla mappa del mondo»: ma il ricorso alla forza rivela la debolezza della politica.

E la bandiera nera issata sulla cupola del Cremlino fa risuonare a vuoto le parole pronunciate in video da Putin davanti ai Brics, a favore «di un ordine mondiale multipolare che sia giusto e basato sul diritto internazionale, nel rispetto dei principi chiave della Carta delle Nazioni Unite, compreso il diritto sovrano e il rispetto del diritto di ogni popolo al proprio modello di sviluppo».

In realtà la partita del presidente della Russia è la prova del fuoco dell’autocrazia, che riassume in sé i pieni poteri nella stagione del successo, ma si carica della piena responsabilità davanti a un fallimento.

È la vera sfida di Putin, che risente attraverso i secoli l’eco dell’antica condanna che nella storia russa ha sempre perseguitato il Cremlino: “lo Zar può essere soltanto sanguinario o insanguinato”.

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