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La zona grigia

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Il prolungarsi dell’invasione russa dell’Ucraina logora il sostegno occidentale a Kiev che nasceva da scelte politiche e morali
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Il balbettio del G20 che riunisce in India i Grandi del mondo col 60 per cento della popolazione globale, il 75 per cento del mercato internazionale, l’80 per cento del Pil planetario, ma non riesce a pronunciare una formula di condanna della guerra in Ucraina è lo specchio ingigantito dello stallo diplomatico e politico, non soltanto militare, del conflitto. La controffensiva ucraina avanza nei territori occupati dall’aggressione russa, ma più lentamente del previsto, e intanto finisce questa estate scelta da Zelensky come la stagione del contrattacco, e spesa da Putin sul fronte interno per cancellare l’autonomia ribelle dei miliziani Wagner a qualsiasi costo, compresa la morte violenta di Prigozhin. Ora i contendenti sono faccia a faccia, col mondo impotente. Ma c’è un terzo soggetto, che non è neutrale, e che chiama in causa anche noi, riparati nelle retrovie: il tempo della guerra.

Il balbettio del G20 che riunisce in India i Grandi del mondo col 60 per cento della popolazione globale, il 75 per cento del mercato internazionale, l’80 per cento del Pil planetario, ma non riesce a pronunciare una formula di condanna della guerra in Ucraina è lo specchio ingigantito dello stallo diplomatico e politico, non soltanto militare, del conflitto. La controffensiva ucraina avanza nei territori occupati dall’aggressione russa, ma più lentamente del previsto, e intanto finisce questa estate scelta da Zelensky come la stagione del contrattacco, e spesa da Putin sul fronte interno per cancellare l’autonomia ribelle dei miliziani Wagner a qualsiasi costo, compresa la morte violenta di Prigozhin. Ora i contendenti sono faccia a faccia, col mondo impotente. Ma c’è un terzo soggetto, che non è neutrale, e che chiama in causa anche noi, riparati nelle retrovie: il tempo della guerra.

Nell’Arte della guerra il generale Sun Zi dedica un capitolo intero all’opportunità di sfruttare “i vuoti e i pieni”, gli effetti che la pressione psicologica determinata dal conflitto crea sul nemico, e conclude con un ammonimento che attraversa i secoli: “Non puoi tenere le truppe sul campo a lungo senza causare grossi danni”. Il fattore tempo pesa su entrambi gli eserciti, naturalmente: per la Russia è un rilevatore strategico, nel senso che smaschera l’improvvisazione con cui i vertici militari hanno predisposto l’invasione dell’Ucraina, sbagliando i calcoli fino al punto da considerare un blitz quella che invece è diventata una vera e propria guerra. Per Kiev il tempo ha invece dimostrato la presa del patriottismo nazionale sul Paese, il coinvolgimento della popolazione civile, la capacità di resistenza delle truppe e soprattutto l’abilità diplomatica del governo nel trasformare l’aggressione russa in un caso mondiale, costruendo una rete internazionale di sostegno all’Ucraina, creando un secondo fronte in Occidente.

Oggi appare chiaro che il tempo della guerra logora proprio questo fronte di sostegno, nato quasi automaticamente per ragioni di sicurezza globale, di salvaguardia delle regole di coesistenza, di rispetto del diritto internazionale, della sovranità degli Stati e della libertà dei popoli. Per l’Occidente c’era nell’ingaggio a fianco dell’Ucraina una ragione in più, che potremmo definire l’obbligo morale della democrazia: era evidente, infatti, che l’aggressione russa colpiva le città e le persone in Ucraina, ma calpestava nello stesso tempo le condizioni universali della democrazia, a qualsiasi latitudine. Erano le nostre stesse ragioni di convivenza civile ad essere prese d’assalto e negate con le armi: scoprivamo all’improvviso che la democrazia non ha confini, e soffre ovunque quando viene attaccata in un punto qualunque, come se esistesse una moderna internazionale democratica che nessuno si è mai sognato di convocare, appunto perché la sua universalità non è nelle alleanze, ma nei principi e nei valori, vale a dire nella difesa dei diritti, delle libertà e delle costituzioni-istituzioni che ne derivano. Ma tutto questo, tradotto sul campo, significa che l’Occidente sosteneva l’Ucraina non solo per solidarietà e fraternità, bensì perché si ribellava alla pratica dispotica dell’imperialismo russo. Una scelta politica e morale in nome della libertà.

Oggi quell’imperativo morale imposto dalla democrazia si sta visibilmente indebolendo: e il punto di cedimento è esattamente l’Occidente. La guerra è un peso insopportabile per tutti, e quando dura a lungo la pace può apparire un traguardo da raggiungere a qualsiasi costo. L’instabilità del mondo è aggravata dal conflitto, con conseguenze pesanti dal punto di vista economico, della libertà gli scambi, dell’agibilità dei commerci. La realpolitik degli interessi e della sicurezza guadagna terreno, propone soluzioni pacifiche a basso costo per noi e a tasso fisso per Kiev, nel senso che pagano solo gli ucraini. Il protagonismo di Zelensky, costretto a contrastare continuamente con la propaganda le ragioni del disincanto occidentale, diventa bersaglio di ironie e scherno, in una singolare inversione del nemico, col più debole venduto al più forte in cambio della nostra tranquillità lontana, coi paraocchi.

Ma non è soltanto una questione di avarizia morale. C’è qualcosa in più, un fenomeno nuovo che rischia di pesare sul futuro dei nostri Paesi contagiando la pubblica opinione: è il disprezzo per la democrazia. Se si avverte che Putin sta attaccando in Ucraina anche le regole di base del nostro modo di vivere e ciononostante non si sente più la necessità di difenderle, questo significa che si sta modificando la relazione tra il cittadino e la democrazia. È l’ultimo atto della crisi in cui viviamo da troppi anni, anzi delle crisi, che non si sommano ma si saldano, confermandosi: corrodendo la società, logorando le istituzioni, arrugginendo le fondamenta della civiltà quotidiana. Assistiamo all’indebolimento della democrazia, alla sua difficoltà, al risentimento dei tagliati fuori che le imputano il peccato capitale, l’esclusione. E vediamo crescere la tentazione di portare a compimento la grande semplificazione populista, tagliando dall’albero della democrazia tutti i rami dei controlli, delle garanzie, dei bilanciamenti per incoronare il potere scelto dal popolo nella sua forma più radicale, nella sua sovranità finalmente sciolta, libera perché liberata dal vincolo democratico, e dal suo senso del limite e dei doveri.

In questo quadro, come può resistere l’obbligazione morale a fianco di Kiev in nome del principio di libertà, quando quei principi non hanno più valore nella nostra vita di tutti i giorni? Siamo già entrati nella contro-realtà: si esalta ogni successo militare russo, si irride a ogni episodio bellico sfavorevole a Kiev, si dipinge la resistenza ucraina come un’ostinazione criminosa, si bestemmia la sacralità della pace usandola come una scorciatoia di convenienza, pronti a pagare la benevolenza del Cremlino con la terra ucraina. È la creazione di una zona grigia, senza principi e senza valori, dove ogni scambio diventerà possibile in base alla pura convenienza, grado zero della politica, dunque ultimo approdo naturale del populismo: che per anni ha presentato la democrazia come un inganno delle élite, e oggi completa l’opera cancellando la responsabilità democratica, l’obbligo che ne nasce. Nella zona grigia ognuno pensa per sé: fingendo di non vedere che questo nuovo egoismo politico può essere il fattore decisivo che squilibra la guerra, dunque l’Ucraina e insieme con lei l’Europa e i suoi destini.

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