Quante destre ci sono oggi in Italia, all’ombra del governo Meloni? L’energia politica della Premier e la sua personalizzazione del comando, di fronte alla debolezza della squadra ministeriale reclutata sulla fedeltà più che sulla competenza, trasformano spesso nella propaganda dei media l’acqua in vino, trasmettendo un’immagine di compattezza: come se tutto ciò che è destra nel nostro Paese formasse un blocco unico, e la fusione delle esperienze, delle storie e degli interessi fosse già avvenuta. In realtà sotto la cenere dell’antica fiamma che la presidente del Consiglio non ha voluto spegnere entrando a palazzo Chigi dopo la vittoria elettorale, covano almeno tre diverse idee del Paese, dell’Europa e dell’Occidente, a dimostrazione del fatto che il nodo della destra italiana non è ancora sciolto definitivamente, convertendo un cartello elettorale in una cultura, vale a dire in ciò che definisce e determina una visione del mondo.
Quante destre ci sono oggi in Italia, all’ombra del governo Meloni? L’energia politica della Premier e la sua personalizzazione del comando, di fronte alla debolezza della squadra ministeriale reclutata sulla fedeltà più che sulla competenza, trasformano spesso nella propaganda dei media l’acqua in vino, trasmettendo un’immagine di compattezza: come se tutto ciò che è destra nel nostro Paese formasse un blocco unico, e la fusione delle esperienze, delle storie e degli interessi fosse già avvenuta. In realtà sotto la cenere dell’antica fiamma che la presidente del Consiglio non ha voluto spegnere entrando a palazzo Chigi dopo la vittoria elettorale, covano almeno tre diverse idee del Paese, dell’Europa e dell’Occidente, a dimostrazione del fatto che il nodo della destra italiana non è ancora sciolto definitivamente, convertendo un cartello elettorale in una cultura, vale a dire in ciò che definisce e determina una visione del mondo.
Anche Berlusconi, il suscitatore della destra italiana, aveva operato un assemblaggio di forze diverse, riunendo sotto la sua potestà i nazionalisti di Alleanza Nazionale e i separatisti della Lega di Bossi, oltre ai moderati sparsi. Ma sull’alleanza aveva impresso il marchio unificatore del berlusconismo come riferimento carismatico, ben oltre il peso del suo partito personale, Forza Italia. Sul piano culturale il Cavaliere ha svolto un ruolo opposto a quello della Dc nella Prima Repubblica: i democristiani drenavano un istinto di destra latente nel Paese e lo rivolgevano al centro, mentre Berlusconi ha ribaltato lo schema, virando a destra l’ impulso moderato che da decenni guidava l’Italia. È nata una destra morbida nei programmi e radicale nel metodo, egoista nella difesa dei suoi interessi, estremista con i poteri in conflitto col leader, sovraordinata rispetto alle leggi e alle regole, vagamente pagana nel culto del Capo. Come tutti i leader ossessionati da se stessi, anche Berlusconi non ha fondato una cultura capace di sopravvivere alla sua avventura, ma certamente ha creato e diffuso un modello antropologico, prima ancora che politico, capace di segnare un’epoca.
Il problema è che questa interpretazione delle forze conservatrici è talmente costruita su misura del Cavaliere da non essere trasmissibile oggi, dopo la morte del leader, né attraverso la procedura laica di una successione né mediante la cerimonia privata di un passaggio ereditario, alla ricerca del codice genetico originario della destra italiana, per renderlo eterno. Il patrimonio politico accumulato da Berlusconi si è in gran parte consumato nell’esercizio personale del carisma, e nell’individuazione di un campo colonizzabile da un’alleanza quasi obbligata, che riunisce insieme pulsioni reazionarie, tentazioni rivoluzionarie, nuovi sovranismi e vecchi nazionalismi, scorciatoie conservatrici e nostalgie restauratrici: senza filtrare queste diverse e contraddittorie opzioni nella rappresentazione esplicita e compiuta di una destra moderna, europea e occidentale, che all’Italia è sempre mancata: parallelamente a una sinistra finalmente risolta, sicura della sua scelta democratica e della sua pratica riformista, alla fine della guerra infinita con i suoi demoni eterni, però soltanto dopo la caduta del Muro.
Ma la destra oggi guida il Paese e il suo governo rappresenta l’Italia, dunque la sua identità e la sua rotta sono l’incognita più rilevante. È quasi incredibile che dopo tanto pedagogismo speso negli anni per spingere la sinistra a completare la sua evoluzione, liberandosi dai legami con l’eredità del mito comunista sovietico, oggi nel sistema politico-mediatico passi sotto silenzio questa incompiuta della destra. Eppure il limite è evidente: è come se quel mondo fosse in grado di produrre leader in grado di conquistare il consenso e di vincere le elezioni, da eccellenti “campaigner”, ma poi incapaci di trasformare il comando in governo e il potere in cultura politica diffusa. È un limite non soltanto politico, ma concettuale, addirittura storico, e spiega come sia possibile che un vicepresidente del Consiglio, nell’Italia del 2023 e tra l’imbarazzo dei suoi alleati, possa convocare a Firenze i campioni europei della destra più estrema, indicando al nostro Paese un destino possibile di deriva reazionaria come ultima perversione della modernità. E come la Premier nell’anno centenario dell’assassinio di Matteotti non senta la responsabilità morale e politica, proprio per la sua storia, di una condanna definitiva e senza ambiguità della natura del fascismo: semplicemente in nome della democrazia e della libertà, valori costitutivi dell’Occidente, di cui vorremmo continuare a far parte.
Ma la partita non è solo tra Salvini e Meloni, che si sfidano per il primato della destra più autentica e più radicale, uno con le scelte politiche e le alleanze, l’altra con la sua storia irrisolta e la sua alterità permanente al sistema che governa: perché l’estremismo che diventa governo chiama clamorosamente in causa i partiti centristi, che rischiano il destino della foglia d’insalata nel panino speziato della destra. Si fa presto a dirsi moderati quando c’è da lucrare uno spazio elettorale nell’alleanza: più scomodo condannare alla prova dei fatti l’estremismo reazionario in cui il Paese rischia di precipitare, senza neanche essere passato attraverso l’esperimento conservatore.