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Se Roma si allontana dall’Europa

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C’è un cortocircuito senza precedenti fra l’Italia e Bruxelles
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La bocciatura in Parlamento del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) da parte della maggioranza di destra è un evento carico di novità su tre fronti convergenti: il rapporto fra il governo Meloni ed i partner dell’Ue diventa conflittuale; il legame fra sovranisti e populisti nel nostro Paese torna ad imporsi; la coesione del centrodestra appare compromessa.

Bocciare la riforma di un accordo europeo rientra nei poteri di ogni Parlamento nazionale ma se ciò avviene al termine di un negoziato durato oltre un anno, all’indomani della convergenza Ue sulla riforma del Patto di Stabilità, con l’Italia ridotta ad essere l’unico partner a non firmare e contro l’opinione del proprio ministro del Tesoro, ciò significa che siamo davanti ad un corto circuito con ben pochi precedenti fra Roma e Bruxelles. Ovvero, il governo Meloni ha scelto la rottura sul Mes per affermare in maniera inequivocabile il proprio sovranismo nei confronti dell’Unione Europea. Per questo Meloni ha sposato la narrativa d…

La bocciatura in Parlamento del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) da parte della maggioranza di destra è un evento carico di novità su tre fronti convergenti: il rapporto fra il governo Meloni ed i partner dell’Ue diventa conflittuale; il legame fra sovranisti e populisti nel nostro Paese torna ad imporsi; la coesione del centrodestra appare compromessa.

Bocciare la riforma di un accordo europeo rientra nei poteri di ogni Parlamento nazionale ma se ciò avviene al termine di un negoziato durato oltre un anno, all’indomani della convergenza Ue sulla riforma del Patto di Stabilità, con l’Italia ridotta ad essere l’unico partner a non firmare e contro l’opinione del proprio ministro del Tesoro, ciò significa che siamo davanti ad un corto circuito con ben pochi precedenti fra Roma e Bruxelles. Ovvero, il governo Meloni ha scelto la rottura sul Mes per affermare in maniera inequivocabile il proprio sovranismo nei confronti dell’Unione Europea. Per questo Meloni ha sposato la narrativa della Lega sul Mes, penalizzando le posizioni di Forza Italia: ha preferito l’aperta conflittualità delle ultradestre verso le istituzioni Ue alle posizioni del partito popolare europeo al quale, fino a poche settimane fa, affermava di voler aderire.

La sorpresa che gran parte degli ambasciatori Ue nel nostro Paese hanno trasmesso per iscritto alle rispettive capitali nell’analizzare la scelta della maggioranza nasce dalla constatazione che l’Italia, co-fondatrice dell’Unione nel 1957, è diventata una nazione che preferisce generare i conflitti — anziché lavorare per i compromessi — nella cornice comunitaria. Siamo dunque diventati parte dei problemi, non più delle soluzioni, che costellano la strada europea. E, di conseguenza, l’Italia desta preoccupazione guardando all’agenda che l’Ue avrà dopo le elezioni di giugno, quando si tratterà di rafforzare l’integrazione e la sovranità dell’Unione per affrontare l’agenda dell’allargamento ad Est — Ucraina, Moldavia e Balcani Occidentali — dando all’Europa nuove regole comuni. Se Parigi e Berlino si preparano a questa sfida con la bozza di documento congiunto che immagina un’Europa a cerchi concentrici con più dossier su cui si voterà a maggioranza qualificata, Roma anziché partecipare a questa discussione, preferisce ridefinirsi davanti ai partner come il Paese fondatore più sovranista e imprevedibile.

Da qui alla rinnovata convergenza populisti-sovranisti il passo è breve. Come alcune feluche europee fanno notare, la scelta del Movimento Cinquestelle di sostenere il no al Mes di Lega e Fratelli d’Italia ha riproposto la sintonia populisti-sovranisti che distinse il governo gialloverde, formatosi nel 2018 e guidato da Conte. Anche allora l’ostilità nei confronti dell’Unione Europea teneva banco ed il fatto che, a quasi sei anni distanza, sovranisti di destra e populisti grillini si ritrovino nella stessa trincea lascia intendere quanto l’identità europea sia il vero spartiacque fra le nostre maggiori forze politiche.

Ed è proprio l’allontanamento della maggioranza di Meloni dal sentiero europeo che compromette la coesione del centrodestra perché, da quando Silvio Berlusconi lo creò vincendo le elezioni del 1994, prevedeva la convivenza delle sue tre diverse anime — moderati, leghisti ed ex missini — in una indiscutibile cornice atlantica ed europeista. A dispetto dei molti e gravi errori commessi da Berlusconi, non possono esserci dubbi sul fatto che l’entrata di Forza Italia nel Partito popolare europeo definì il legame di quel centrodestra con l’Ue. Ora invece ciò che resta di Forza Italia è stata obbligata ad astenersi sulla bocciatura del Mes dopo non essere riuscita a coronare con successo il negoziato FdI-Ppe, per il semplice motivo che Meloni, al momento di scegliere, preferisce sempre l’identità etnico-tribale della destra post-missina rispetto all’orizzonte europeo. Ciò significa che il centrodestra che abbiamo conosciuto negli ultimi venti anni semplicemente non c’è più, lasciando aperto un importante spazio politico nel centro moderato e cattolico del Paese, disponibile per chiunque sia intenzionato a dargli una vera voce.

Ecco perché la bocciatura del Mes ha riproposto l’Italia come laboratorio di populismo e sovranismo in Europa, disseminando timori di ogni sorta fra i partner dell’Unione, preoccupando quella maggioranza di cittadini che — come il sondaggio pubblicato ieri dimostra — avrebbe voluto l’approvazione della riforma del Trattato, e perdendo l’occasione di partecipare alla sfida che conta di più: la costruzione di un’Europa più forte e integrata per affrontare le sfide di un mondo che cambia a ritmi accelerati.

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