Evitare l’oligopolio nell’Intelligenza artificiale
di Maurizio MolinariDavos (Svizzera), 18 gennaio: l'intervento di Sam Altman, ceo di OpenAi, al World Economic Forum
(afp)L’Intelligenza artificiale (IA) si è imposta come protagonista al Forum di Davos, ponendo leader e governi delle democrazie avanzate davanti all’interrogativo su come regolarla. Ed ora questo tema cruciale per lo sviluppo della tecnologia dell’innovazione è in cima all’agenda del summit del G7 a guida italiana.
Un recente studio del Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede che l’IA sia destinata ad avere conseguenze sulle attività di un decimo dei lavoratori su scala globale e del 60 per cento dei lavoratori nelle democrazie avanzate con effetti — per la metà degli economisti intervistati — “commercialmente dirompenti” sui mercati nel corso dell’anno appena iniziato.
Questo spiega perché Arati Prabhakar, direttrice delle politiche su Scienza e Tecnologia della Casa Bianca, affermi senza mezzi termini che «il potere dell’IA deve essere gestito perché i rischi devono essere affrontati».
Andrew Ng, docente di Scienza computeristica alla Stanford University, concorda sul principio gen…
L’Intelligenza artificiale (IA) si è imposta come protagonista al Forum di Davos, ponendo leader e governi delle democrazie avanzate davanti all’interrogativo su come regolarla. Ed ora questo tema cruciale per lo sviluppo della tecnologia dell’innovazione è in cima all’agenda del summit del G7 a guida italiana.
Un recente studio del Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede che l’IA sia destinata ad avere conseguenze sulle attività di un decimo dei lavoratori su scala globale e del 60 per cento dei lavoratori nelle democrazie avanzate con effetti — per la metà degli economisti intervistati — “commercialmente dirompenti” sui mercati nel corso dell’anno appena iniziato.
Questo spiega perché Arati Prabhakar, direttrice delle politiche su Scienza e Tecnologia della Casa Bianca, affermi senza mezzi termini che «il potere dell’IA deve essere gestito perché i rischi devono essere affrontati».
Andrew Ng, docente di Scienza computeristica alla Stanford University, concorda sul principio generale ma avverte che «i regolamenti imposti allo sviluppo della tecnologia dell’IA possono danneggiare l’innovazione, avere effetti anti-competitivi a favore delle aziende Big Tech e rallentare la capacità di garantire benefici ai consumatori».
Nel tentativo di individuare una strada di intervento fra necessità di regolamenti e garanzie per l’innovazione Wendell Wallach, co-direttore dell’Equality Initiative al Consiglio Carnegie di New York sull’Etica nelle relazioni internazionali, fa l’esempio del settore della Salute perché «tanto in Europa che negli Stati Uniti esistono regolamenti che impediscono alla tecnologia di sfuggire al nostro controllo» avendo come priorità l’etica del comportamento degli operatori sanitari verso i pazienti.
Sam Altman, ceo di OpenAI ed uno dei maggiori protagonisti di questo mercato, è andato oltre fino ad auspicare di affidare la gestione delle regole per l’IA ad «un’Agenzia globale sul modello di come opera l’Agenzia sull’energia atomica».
Dietro questo confronto, aperto e cristallino sull’entità di una sfida che investe direttamente ogni cittadino del Pianeta, c’è una realtà dell’IA che vede in questo momento i giganti della Silicon Valley — Amazon, Google, Facebook e Microsoft — avere un ruolo tale nello sviluppo di tale tecnologia da porre il rischio della nascita — in assenza di regolamenti efficaci — di un oligopolio.
Per comprendere di cosa si tratta bisogna entrare nell’AI stack ovvero l’integrazione verticale fra microchip, infrastruttura del cloud, modelli e application che consente all’Intelligenza artificiale di esistere ed operare. È una catena di montaggio avveniristica, su quattro livelli, che inizia dall’hardware e termina con le app sui nostri smartphone o laptop.
Alla base di questa catena di montaggio vi sono i microprocessori — i semiconduttori necessari per il computing — che vedono due aziende esercitare un ruolo dominante: Nvidia sul design e Taiwan Semiconductor Manifacturing Corporation sulla produzione.
Una volta prodotti, questi microchip vengono venduti alle aziende che gestiscono l’infrastruttura dei cloud — grazie a cui l’IA opera — e in questo caso il maggior attore è Amazon Web Services con Google Cloud Platform e Microsoft Azure nel ruolo di maggiori concorrenti. Sono questi cloud che servono a creare modelli che “apprendono” da enormi quantità di dati.
Sul mercato di questi modelli Google ha Bard, Meta ha LLaMa, Amazon ha investito di recente quattro miliardi di dollari su Anthropic e Microsoft possiede il 49 per cento di OpenAI. È dai modelli che, infine, si passa alle app — come nel caso di ChatGPT — oppure all’integrazione con prodotti specifici come il motore di ricerca Bing di Microsoft.
Non c’è dubbio che in questo momento il settore dove si sta più sviluppando la concorrenza sono le app ma affrontare la necessità di regolamentare l’IA significa evitare che i giganti del Big Tech riescano a controllare in maniera decisiva l’intera integrazione verticale fra i quattro livelli della catena di montaggio più innovativa della Storia dell’umanità.
Si tratta dunque di evitare concentrazione ed oligopolio, favorendo la competizione, consentendo a nuovi attori di accedere a questo mercato e proteggendo i diritti dei consumatori, su ognuno di questi livelli. Nella consapevolezza che cloud e modelli costituiscono per l’IA quello che l’elettricità era per le fabbriche all’inizio del XX secolo: la linfa vitale.
Non c’è dubbio che diversi attori internazionali — dagli Stati Uniti all’Unione Europea — abbiano già iniziato ad affrontare in maniera differente la sfida di regolare l’IA, così come è evidente che ci troviamo di fronte alla necessità di proteggere la concorrenza ed i consumatori in un settore strategico come l’elettricità, le telecomunicazioni ed i servizi bancari.
Ma l’accelerazione dello sviluppo di questa tecnologia rivoluzionaria e il rischio che viene dall’assenza di norme condivise, trasforma di fatto il summit del G7 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Italia, Francia, Canada e Giappone) nel forum dove poter tentare di coordinare le politiche delle democrazie avanzate.
L’Italia, presidente di turno da gennaio, ha già ricevuto più indicazioni dai partner — a cominciare dall’amministrazione Biden — sulla necessità di cercare una convergenza su questo strategico terreno in occasione del summit che avverrà in giugno in Puglia.
Ma per arrivare a questo impellente risultato serve da subito un impegno di qualità, scientifico prima che politico, del governo italiano su uno dei temi più difficili e cruciali dello sviluppo economico globale.