Più che una replica, un’anticipazione di un nuovo ciclo politico, all’insegna della post-democrazia. Da normale scadenza elettorale di un sistema consolidato, le elezioni americane che a novembre porteranno alla Casa Bianca il 47° presidente degli Stati Uniti stanno diventando un passaggio decisivo che può sfociare nel tramonto di un’epoca e nell’inizio di una stagione sconosciuta, capace di segnare il corso di questo secolo indeciso e contraddittorio, finora impegnato soltanto a destrutturare le certezze della storia e le eredità politiche trasmesse fin qui dal Novecento: come se si dovesse preparare il terreno vergine per il nuovo esperimento culturale e sociale che dall’America come sempre si irradierà nel mondo.
Si tratta solo di un voto, si potrebbe obiettare, e della scelta di un leader che comunque resterà al potere appena quattro anni, in un sistema munito dei contrappesi istituzionali di garanzia, con una stampa vigile e un’opinione pubblica consapevole, nel culto condiviso d…
Più che una replica, un’anticipazione di un nuovo ciclo politico, all’insegna della post-democrazia. Da normale scadenza elettorale di un sistema consolidato, le elezioni americane che a novembre porteranno alla Casa Bianca il 47° presidente degli Stati Uniti stanno diventando un passaggio decisivo che può sfociare nel tramonto di un’epoca e nell’inizio di una stagione sconosciuta, capace di segnare il corso di questo secolo indeciso e contraddittorio, finora impegnato soltanto a destrutturare le certezze della storia e le eredità politiche trasmesse fin qui dal Novecento: come se si dovesse preparare il terreno vergine per il nuovo esperimento culturale e sociale che dall’America come sempre si irradierà nel mondo.
Si tratta solo di un voto, si potrebbe obiettare, e della scelta di un leader che comunque resterà al potere appena quattro anni, in un sistema munito dei contrappesi istituzionali di garanzia, con una stampa vigile e un’opinione pubblica consapevole, nel culto condiviso della libertà.
Trasformare una singola persona — sia pure con l’esperienza di un ex presidente e persino con la forza del candidato che guida la corsa dei sondaggi — in uno strumento rivoluzionario capace di rovesciare i codici dell’ordine mondiale, riscrivendoli nei fatti, è insieme una semplificazione e un’esagerazione, quindi un tipico cedimento alla fenomenologia populista dominante in questa fase: per cui il leader è soprattutto un performer che nasce dal disegno di una rottura sociale e costituzionale e impersona il disordine mentre lo crea, così come terremota il sistema invece di rappresentarlo.
Nella realtà, e negli Stati Uniti in primo luogo, esistono i normali meccanismi di salvaguardia di ogni democrazia, in grado di frenare gli eccessi, ribadire il senso del limite, arginare le deviazioni e infine riportare il quadro politico e istituzionale dentro gli argini di sicurezza della normalità repubblicana di ogni giorno.
Soltanto che queste parole perdono senso politico ogni ora che passa, e rischiano di ridursi a gusci vuoti proprio perché non esprimono più un significato riconosciuto, da spendere nella vita quotidiana. Salvaguardia, limite, argine, correzione, normalità, istituzioni e democrazia: un corredo di formule che si riassume nella norma di cittadinanza, la quale per operare ha bisogno di un circuito democratico attivo, a cui è necessario un minimo atto di fede o almeno di fiducia nella relazione tra l’individuo e la società politica.
Tutto questo è in crisi, e si sta consumando, a partire dal rapporto tra il cittadino e lo Stato, sempre più spesso costretti e convivere da separati in casa, con ogni passione civile spenta. L’apparato diffuso di reciproca garanzia che rinnovava a tutti i livelli il patto sociale così come veniva trasmesso dalle generazioni precedenti — in quella continuità che genera civiltà — gira a vuoto perché i presupposti sono saltati, o arrugginiscono inceppati.
La rappresentazione della politica, nelle sue forme tradizionali, trova il teatro vuoto: fa molto più rumore il circo populista, a due o tre piste, dove il leader esibisce la sua natura più che le sue idee, promette risarcimento collettivo al risentimento individuale, nobilita l’invidia sociale e la rabbia impolitica, raccoglie in un fascio i malcontenti diversi e distinti e li scaglia contro il vero nemico dell’epoca, il potere domestico e universale delle élite, e in particolare il suo plusvalore nascosto, camuffato, indistinto, comunque ingannevole. Trasformando la politica non in un’azione di cambiamento e di proposta, ma in un’occasione di vendetta e di indennizzo: impolitica.
La cultura politica tradizionale non riesce più a intercettare sentimenti e bisogni dei cittadini perduti, ma è pronta una controcultura che esce dalle istituzioni e germoglia direttamente dall’antipolitica, convertendo la sua energia negativa in una spinta radicale antisistema.
Trump è al crocevia perfetto tra le attese, le pretese e le delusioni. Non vende valori ma passioni, specialmente negative. Gareggia per tornare ad essere il rappresentante in capo della libera democrazia americana, e agisce come un sovversivo che fuoriesce dall’ordine costituzionale, denunciandolo perché corrotto.
Usa la regola suprema per tornare alla Casa Bianca, ma è già fuori dal sistema: e chiede il voto proprio per questa eccentricità totalmente inedita rispetto alla democrazia, anzi anomala, meglio ancora irregolare.
Ecco, l’irregolarità è la vera bandiera nera di questa fase. Perché ogni regola per i populisti è una costrizione, ogni limite una diminuzione. Via libera dunque alla violazione del codice fin qui condiviso, all’estraneità rispetto a ogni decalogo civico, all’obiezione permanente, all’eccezione costante.
L’establishment non riuscirà più ad acchiappare il pifferaio populista, che suona il suo richiamo su una lunghezza d’onda percepibile solo da chi sta fuori, isolato, deluso, naturalmente contro. Questa garanzia di perpetua anomalia è il vero patto tra il leader e la sua folla, e rigenera continuamente la sorgente antipolitica.
Inevitabilmente tutto si replica su scala internazionale, in un format ingigantito. Proprio adesso, proprio qui, si rompono le categorie storiche di democrazia, Occidente, atlantismo, europeismo che hanno guidato il Dopoguerra, mentre il nazionalismo neoautoritario si muove sciolto da ogni vincolo dentro e fuori le alleanze, l’Unione, i blocchi e gli imperi.
Il mondo si spezza frantumandosi perché si dissolvono i valori comuni che creavano identità, storia, futuro. Trump può smontare da fuori il sistema che mina da dentro, può tagliare e cucire, rovesciare il Novecento e cancellare la vicenda democratica delle relazioni euro-americane, l’alleanza atlantica, lo spirito dell’Occidente, traghettandoci in un altro mondo.
L’Europa deve reagire già oggi, subito, difendendosi per la prima volta da sola, anzi salvando l’Occidente per salvarsi. Resta una domanda inquietante: rappresentata da questa destra estrema, senza un ancoraggio liberal-democratico e senza radici costituzionali, cosa farà l’Italia davanti all’incantesimo populista di Trump?