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In difesa della libertà di informare

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L’attacco della premier al nostro giornale è stato condannato dalla Fnsi
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L’attacco della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, all’indipendenza del nostro giornale rivela una carenza di rispetto per la libertà di informazione che è stata condannata dalla Federazione nazionale della stampa, dall’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione internazionale dei giornalisti.

Nell’intervista che ha rilasciato a Quarta Repubblica Meloni ha delegittimato la nostra voce a causa della nostra proprietà e le prese di posizione avvenute da parte delle organizzazioni che rappresentano i giornalisti pongono la premier nella necessità di riaffermare, senza esitazioni o paludamenti, la volontà di ottemperare al dettato dell’articolo 21 della Costituzione italiana che garantisce e protegge la libertà di informazione nel nostro Paese. È Meloni che si è posta, per sua scelta e convinzione, in questa scomoda posizione perché da quando si è insediata a Palazzo Chigi è stata protagonista di attacchi diretti a trasmissioni tv, siti Internet e quotidiani — Report, Otto e Mezzo, …

L’attacco della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, all’indipendenza del nostro giornale rivela una carenza di rispetto per la libertà di informazione che è stata condannata dalla Federazione nazionale della stampa, dall’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione internazionale dei giornalisti.

Nell’intervista che ha rilasciato a Quarta Repubblica Meloni ha delegittimato la nostra voce a causa della nostra proprietà e le prese di posizione avvenute da parte delle organizzazioni che rappresentano i giornalisti pongono la premier nella necessità di riaffermare, senza esitazioni o paludamenti, la volontà di ottemperare al dettato dell’articolo 21 della Costituzione italiana che garantisce e protegge la libertà di informazione nel nostro Paese. È Meloni che si è posta, per sua scelta e convinzione, in questa scomoda posizione perché da quando si è insediata a Palazzo Chigi è stata protagonista di attacchi diretti a trasmissioni tv, siti Internet e quotidiani — Report, Otto e Mezzo, Piazza Pulita, Dagospia, Repubblica ed altri — di orientamento e posizioni assai diverse ma accomunati dal fatto di essere accusati di complottare contro l’esecutivo. Tutto questo all’unico fine di non rispondere alle domande difficili che questi organi di informazione hanno sollevato e sollevano nei confronti della premier, delle sue scelte politiche e dell’attività di governo.

Anziché delegittimare la libera informazione, ponendosi su un terreno assai fragile sul piano delle regole democratiche, sarebbe dunque preferibile per la premier iniziare a rispondere alle domande che pone un crescente numero di cittadini, che abbiamo sollevato spesso nelle nostre pagine e che lei preferisce evitare: perché non riesce a dirsi antifascista? Perché durante il suo governo i poveri in Italia hanno superato i sei milioni? Perché ha scelto di sfidare la Ue bocciando la riforma del Mes? Come intende sanare la piaga del lavoro povero che affligge i giovani? Perché ha rifiutato il salario minimo se la grande maggioranza dei cittadini è a favore? Quale è la sua ricetta di crescita economica per il Paese? Perché ha deciso di indebolire il ruolo del Capo dello Stato varando il progetto di riforma costituzionale incentrato sul premier eletto dal popolo?

Nessuno dubita della capacità politica di Giorgia Meloni di affrontare tali domande così come in molti — in Italia e all’estero — apprezzano la sua caratteristica di studiare i dossier, concentrarsi sui temi, elaborare strategie e tattiche di governo sui terreni più disparati. Dunque, è legittimo il dubbio sul perché anziché rispondere alle domande più difficili, preferisca aggredire chi le pone. Dovrebbe essere nel suo interesse fare chiarezza al grande pubblico sui propri valori e sulle sue politiche, facendo fra l’altro fede a quanto lei stessa ha promesso nel suo primo discorso da premier in Parlamento, impegnandosi a rappresentare “tutti gli italiani” dunque anche quelli che non hanno votato per lei.

La scelta di non rispondere alle domande più ostiche ed aggredire l’indipendenza dell’informazione pone dunque il legittimo dubbio se Meloni abbia altre priorità, ovvero affidare la comunicazione a veline come quelle del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, al fine di spingere quotidiani e trasmissioni tv a lei più fedeli — Libero, il Giornale, la Verità, il Foglio, Quarta Repubblica, Tg1 ed altri — a comportarsi come un coro di sostegno per le proprie politiche e di attacco verso i propri avversari. Ma il metodo Fazzolari ha un vulnus: l’idea dell’informazione come un ring dove chi solleva domande ostiche viene additato come nemico è propria di populisti, sovranisti e autocrazie ovvero di coloro che avversano i fondamenti delle democrazie liberali. Posizionarsi a fianco di costoro porta Meloni sul terreno di una declinazione tribale della politica che esalta i fedelissimi e premia i seguaci ma indebolisce la sua credibilità personale e politica di leader nazionale, in patria e come fra i nostri partner euro-occidentali. Per il semplice fatto che lei si definisce una premier atlantica e filooccidentale ma ciò che distingue le democrazie avanzate è il rispetto per lo Stato di diritto che si basa sull’equilibrio fra i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario, su cui veglia proprio la libertà dell’informazione.

La sfida che Meloni ha davanti è dunque di esprimere con chiarezza il rispetto per l’articolo 21 della Costituzione, allontanando da lei il sospetto di voler delegittimare i mezzi di informazione portatori — su ogni piattaforma — di opinioni scomode e domande a cui le è difficile rispondere. Tantopiù che, essendo una giornalista professionista, è lei stessa titolare dei diritti e doveri che garantiscono e proteggono il lavoro dei reporter.

La posta in palio non potrebbe essere più importante. Se Alessandra Costante, segretaria generale della Fnsi, afferma che la premier attaccando Repubblica “colpisce e delegittima tutti i giornalisti” è perché confondere i reporter con il loro l’Editore significa nuocere alla loro “reputazione” ovvero indebolire “la cosa più importante che hanno”. Se Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine dei giornalisti, imputa alla premier “attacchi mirati e personali” contro i media e “veline da brividi” che “mettono a rischio la libertà di informazione” è perché c’è anche “una sentenza della Corte di Cassazione che tutela l’importanza del giornalismo d’inchiesta”. Se Dominique Pradalié, presidente della Federazione internazionale dei giornalisti, inquadra le parole di Meloni contro il nostro giornale in una “deriva ungherese” che avanza in Europa è perché ritiene che debba essere contrastata “ricorrendo a strumenti giuridici e istituzionali” come il Consiglio d’Europa e la Corte di Strasburgo. E se Adam Michnik, per otto anni direttore di Gazeta Wyborcza, il maggior quotidiano polacco, equipara gli interventi di Meloni contro i media a quanto fatto in Polonia dal partito Pis per “sabotare la democrazia” è perché tali “aggressioni all’informazione” ripetono, a Varsavia come a Roma, il “modello di Viktor Orbán” premier dell’Ungheria sovranista, spina nel fianco dell’Unione Europea. Ciò che tiene assieme tali opinioni è il fatto che la libertà di informazione tutela tutti i cittadini italiani ed europei, senza eccezioni. Anche quelli che votano e sostengono Meloni, anche quei giornalisti di tv e quotidiani filogovernativi che la osannano acriticamente. E, ovviamente, Meloni stessa è tutelata da questa libertà. Il diritto di informare non appartiene a nessuno schieramento politico perché è un fondamento della vita delle democrazie, garantendo ciò di cui le istituzioni e la politica hanno più bisogno: la trasparenza per essere sotto lo sguardo, il controllo e il giudizio dei cittadini. Tantopiù la stampa è indipendente, tantopiù segreti, inganni, brogli e corruzione vengono minacciati.

Insomma, la premier deve scegliere se stare dalla parte della libertà dell’informazione garantita dalla Costituzione repubblicana e dalla Unione Europea oppure a fianco di populisti e sovranisti di ogni colore che aggrediscono volgarmente i mezzi di informazione equiparandoli agli avversari politici, all’unico fine di delegittimarli. Ed è una scelta destinata a definire valori e identità della presidente del Consiglio, giornalista come noi.

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