L’età sta sfidando Joe Biden e oggi, mentre si svolgono le primarie dell’anno elettorale americano si annuncia come il suo principale avversario, capace addirittura di sbarrargli la strada. Il leader degli Stati Uniti ha 81 anni e tre mesi, ne aveva 78 quando è entrato alla Casa Bianca dopo aver battuto Donald Trump col maggior numero di voti della storia, oltre 81 milioni, e con il record di più anziano presidente mai eletto, un elemento di forza e uno di fragilità. Il 25 aprile dello scorso anno Biden ha annunciato la sua ricandidatura per i prossimi quattro anni: se vincesse, superando tutti gli ostacoli nel suo partito e fuori, dove si profila nuovamente l’ombra vendicativa di Trump, terminerebbe il suo mandato a 86 anni. Truman nel 1948 venne eletto a 64 anni, Eisenhower a 62, Kennedy a 43, Johnson a 56 nel 1964, Nixon a 55, Carter a 52, Reagan a 69, Bush padre a 64, Clinton a 46, Bush figlio a 54, Obama a 47, Trump a 70 anni. Biden, il 46° presidente, è il decano. Ma più che i s…
L’età sta sfidando Joe Biden e oggi, mentre si svolgono le primarie dell’anno elettorale americano si annuncia come il suo principale avversario, capace addirittura di sbarrargli la strada. Il leader degli Stati Uniti ha 81 anni e tre mesi, ne aveva 78 quando è entrato alla Casa Bianca dopo aver battuto Donald Trump col maggior numero di voti della storia, oltre 81 milioni, e con il record di più anziano presidente mai eletto, un elemento di forza e uno di fragilità. Il 25 aprile dello scorso anno Biden ha annunciato la sua ricandidatura per i prossimi quattro anni: se vincesse, superando tutti gli ostacoli nel suo partito e fuori, dove si profila nuovamente l’ombra vendicativa di Trump, terminerebbe il suo mandato a 86 anni. Truman nel 1948 venne eletto a 64 anni, Eisenhower a 62, Kennedy a 43, Johnson a 56 nel 1964, Nixon a 55, Carter a 52, Reagan a 69, Bush padre a 64, Clinton a 46, Bush figlio a 54, Obama a 47, Trump a 70 anni. Biden, il 46° presidente, è il decano. Ma più che i suoi anni, conta la percezione che l’America ha della sua età e dell’incidenza di questa età sulla leadership. Negli anni di crisi o di guerra, quando cresce l’insicurezza della popolazione, il dato biografico del presidente diventa biologico, e la fisiologia del potere sovrasta la politica. È esattamente ciò che sta avvenendo, e che tiene sospesa la corsa elettorale dell’America.
Come in quasi tutte le Costituzioni, anche negli Stati Uniti è fissata una soglia minima di età per poter concorrere alla carica di presidente, i 35 anni, considerando la necessità che l’inquilino della Casa Bianca garantisca esperienza, saggezza e responsabilità, in due parole buonsenso democratico, coltivato in una prima esperienza di vita nella collettività civile del Paese. Non si parla invece di un limite di età in alto, in quanto non c’è una norma che escluda i candidati troppo avanti con gli anni. Un aspirante presidente troppo giovane non può scendere in lizza, mentre un cittadino molto anziano può partecipare alla corsa: è il frutto di una concezione tradizionale della società come comunità, dove l’accumulo negli anni del discernimento e dell’equilibrio è un patrimonio individuale che va a beneficio collettivo. La regola si fonda su un pregiudizio favorevole agli anziani, nel presupposto che l’avvedutezza e il criterio crescano col crescere degli anni. Nel frattempo il sentimento sociale ha fatto un giro, rovesciando quello schema e ribaltando quella credenza. Oggi si privilegia su tutto l’energia, l’immediatezza, la reattività: il presente, anzi l’oggi, comunque il contemporaneo, meglio ancora il nuovo. La curiosità batte la conoscenza, l’innovazione vince sull’esperienza. Tutto si consuma nel continuo cambio di fase, nulla dura sufficientemente a lungo per diventare punto di riferimento, ogni fenomeno sociale, culturale, artistico brilla nella precarietà, perché rischia in ogni momento di essere soppiantato dall’ultima novità, in una continua sostituzione dell’effimero, dove tutto è performance. In questo ambiente sociale, l’anziano è sempre meno una risorsa, sempre più una riserva: appartata, su un binario morto, o comunque a scartamento ridotto. Cresce nella quantità, e nella capacità di consumo: deperisce nell’influenza e nella considerazione sociale.
La politica naturalmente si adegua. In America il rapporto firmato dal procuratore speciale Robert Hur nell’inchiesta sui documenti classificati che Biden conservava illegalmente nella sua abitazione nel Delaware, scagiona il presidente nel merito, ma consegna all’opinione pubblica il ritratto tremolante “di un uomo anziano, con problemi di memoria”, che non ricorda la data di morte del figlio Beau. Questo giudizio ha acceso una spia d’allarme negli Usa, perché è come una segnalazione d’inadeguatezza proveniente da un’autorità terza rispetto alla competizione elettorale, anche se il procuratore Hur è repubblicano. Tanto che ieri è dovuta intervenire la moglie di Biden, Jill, 46° First Lady, 72 anni, con un messaggio ai sostenitori che critica il rapporto giudiziario per “lo scorretto e personale attacco a Joe”, e per aver usato la morte di un figlio a fini politici. Jill Biden affronta poi il vero nodo della questione ormai aperta in America, l’età del presidente che si ricandida: “Joe ha 81 anni, questo è vero, ma li vive facendo in un’ora più cose di quante molta gente fa in un giorno. Ha saggezza, empatia e visione, è la persona più resiliente che ho conosciuto e ha imparato molto in questi 81 anni”. Quindi l’anzianità come garanzia, capovolgendo le critiche: “La sua età, con la sua esperienza e la sua competenza, è un incredibile asset e Joe lo testimonia ogni giorno”.
Siamo dunque di fronte a un nuovo conflitto della modernità, che dagli Usa contagerà il mondo, oggi guidato da una generazione di settantenni (Putin, Xi Jinping, Erdogan, Netanyahu) e da una leva di quarantenni (Macron, Meloni, Zelensky, Sunak): da un lato chi vede nell’età anziana esperienza accumulata e conoscenza acquisita, dunque un patrimonio che acquista un senso proprio perché il tragitto della vita è stato compiuto fin qui, alla soglia convenzionale della vecchiaia; dall’altro lato chi giudica dirimente il dato anagrafico nudo, senza considerare il percorso e la traccia che quel dato lascia di sé, per puntare invece sulla vitalità dell’innesto, sulla spinta del cambiamento, sulla novità della sostituzione. In gioco c’è la rimodulazione del meccanismo di selezione delle élite, col rischio di una rinuncia alla contemporaneità del passato, e di una interruzione del passaggio generazionale che attraverso la discendenza e la testimonianza dà un senso alla storia del Paese: ma nello stesso gioco c’è anche la ricerca di una nuova efficacia del comando e di una moderna efficienza del potere, che ormai deve per forza di cose muoversi al ritmo delle nuove sollecitazioni tecnologiche, sfruttandone le opportunità e introiettandone codici e regole. Nei fatti, mentre la discussione è aperta, un risultato è già acquisito nel costume politico occidentale, perché da oggi la leadership dovrà fare i conti con un nuovo parametro che sperava di evitare: la sua data di scadenza.