La seconda metamorfosi di Giorgia Meloni è avvenuta ieri, davanti alla platea di Fratelli d’Italia in piedi che scandiva il suo nome, dopo la decisione di candidarsi capolista in tutte le circoscrizioni, “perché un soldato, quando è il momento, ubbidisce e va in battaglia”. La prima, da capo-partito a Premier, l’avevano decisa gli elettori; questa l’ha suggerita l’ideologia conservatrice e rivoluzionaria che anima la presidente del Consiglio: “alzare la posta” e uscire dai confini nazionali, proponendosi come soggetto sovversivo degli equilibri europei con un nuovo modello di destra radicale costruito sulla tradizione, la famiglia, la generazione, la fede” per sconfiggere la sinistra e mandarla all’opposizione, risvegliando il “continente dormiente” con l’indicazione del suo vero destino, mettendo fine a questa lunga notte europea.
È un programma elettorale, naturalmente, a poco più di un mese dal voto. Ma in realtà l’ambizione va molto al di là dell’appuntamento con le urne. Mel…
La seconda metamorfosi di Giorgia Meloni è avvenuta ieri, davanti alla platea di Fratelli d’Italia in piedi che scandiva il suo nome, dopo la decisione di candidarsi capolista in tutte le circoscrizioni, “perché un soldato, quando è il momento, ubbidisce e va in battaglia”. La prima, da capo-partito a Premier, l’avevano decisa gli elettori; questa l’ha suggerita l’ideologia conservatrice e rivoluzionaria che anima la presidente del Consiglio: “alzare la posta” e uscire dai confini nazionali, proponendosi come soggetto sovversivo degli equilibri europei con un nuovo modello di destra radicale costruito sulla tradizione, la famiglia, la generazione, la fede” per sconfiggere la sinistra e mandarla all’opposizione, risvegliando il “continente dormiente” con l’indicazione del suo vero destino, mettendo fine a questa lunga notte europea.
È un programma elettorale, naturalmente, a poco più di un mese dal voto. Ma in realtà l’ambizione va molto al di là dell’appuntamento con le urne. Meloni è convinta che l’esperimento italiano di una destra che viene dal post-neo fascismo e in pochi anni ha conquistato il governo di un Paese fondatore dell’Unione possa funzionare da leva continentale per costruire una nuova geografia politica e soprattutto per fondare una nuova cultura istituzionale e valoriale, in grado di chiudere la stagione dei compromessi tra il centro e la sinistra a Bruxelles e a Strasburgo. È una chiamata ai centristi a farsi conservatori, ai popolari a diventare reazionari. E implicitamente ai suoi alleati di governo, perché si sottomettano non soltanto alla sua premiership ma alla sua leadership sul mondo complessivo della destra, perché questa opa politica è in corso e arruola già la classe pseudo-dirigente del Paese (come si è visto con l’ostensione delle magliette di Fratelli d’Italia da parte dei manager pubblici senza vergogna e senza autonomia di ruolo), in attesa di divorare i quadri degli altri partiti di supporto.
Per ora resiste l’alleanza, cementata dal governo, garantita dal potere, gratificata dal controllo della Rai. Ma dev’essere chiaro che il leader è uno solo, anzi una. Il domino del comando procede: dal partito alla coalizione, al governo, allo Stato, all’Europa, con la servitù immediata e volontaria del parastato, della televisione pubblica, del giornalismo e dell’editoria di servizio. Ma tutto converge e si identifica nell’avventura politica meloniana: questa è oggi la destra italiana, anche perché per Forza Italia è facile dirsi moderati (dopo l’estremismo di sé stesso praticato da Berlusconi) ma più difficile confermarlo nei fatti. Ieri la consacrazione della leadership meloniana è avvenuta sotto la forma di comunione pagana: Meloni ha celebrato il suo nome di battesimo come prova di familiarità col popolo, di confidenza e di fiducia, e l’ha distribuito a tutti: “Chiamatemi Giorgia, scrivete soltanto Giorgia sulla scheda elettorale”. La leadership coincide con la persona, l’adesione diventa identificazione, il nome indica la destra e viceversa, dice tutto e non c’è altro: basta Giorgia.
Questa è la vera candidatura annunciata ieri, non la scelta di proporsi agli elettori come capolista. Come in tutti i processi metapolitici, ufficialmente si celebrava un appuntamento elettorale, in realtà si officiava un mistero rituale, la sacralizzazione dell’investitura. Così lo spazio di programma e di progetto si è inevitabilmente ridotto, con un passaggio sulla necessità di un’Europa “di nazioni forti e sovrane”, unite in una confederazione pronta a costruire un pilastro europeo della Nato, “perché libertà e sicurezza hanno un costo”: e con un lungo elenco di auto-elogi per i successi del governo, conditi da attacchi al Pd e a Elly Schlein chiusi per Meloni nella loro Ztl, e una denuncia del Superbonus di Conte come “la più grande patrimoniale mai fatta in Italia, però al contrario, dalle tasche dei poveri a quelle dei ricchi”. Il cuore della proposta politica è l’identità della destra radicale, che coincide con la figura e la storia della Premier: critiche ai “burocrati europei chiusi nel palazzo di vetro”, ai “talebani verdi dell’ideologia green” cui Meloni contrappone un mondo del lavoro fatto di agricoltori, produttori, pescatori, difensori delle eccellenze italiane contro l’omologazione di Bruxelles. E soprattutto lancia la “sfida demografica” per l’intero continente, proponendo “una società finalmente amica dei bambini, della famiglia, della natalità, che continui a parlare di mamma e papà in un’epoca in cui si nega che per mettere al mondo un figlio servano ancora un uomo e una donna”.
La destra riassume questo orizzonte tra due Papi, Ratzinger e Wojtyla, recuperando le radici giudaico cristiane d’Europa contro il laicismo “che chiude le scuole per il Ramadan dopo aver tolto il crocifisso dalle scuole”. E “Giorgia” riassume questa destra diffidente della modernità, patriota del passato, sospettosa della democrazia liberale, occidentale per caso, dunque ancora in attesa di una definizione compiuta. O forse solo in attesa del ritorno di Trump, pronto con la sua controdemocrazia eversiva a rimettere le cose a posto, di qua e di là dell’Atlantico.