A quindici giorni dal voto per l’Europarlamento la campagna elettorale italiana registra due sorprese che rendono più difficile l’obiettivo della premier Giorgia Meloni di ottenere una vittoria a tal punto schiacciante da trasformare Fratelli d’Italia in un protagonista dei nuovi equilibri nell’Assemblea di Strasburgo e da spianare la strada all’eventuale referendum sul premierato nel prossimo anno.
Le due sorprese di maggio sono assai diverse ma convergenti nell’indebolire la potenzialità elettorale della premier e dunque delle liste del suo partito.
La prima sorpresa è stata l’arresto di Giovanni Toti, governatore della Liguria con le radici nel centrodestra, perché ha riproposto all’attenzione degli italiani i…
A quindici giorni dal voto per l’Europarlamento la campagna elettorale italiana registra due sorprese che rendono più difficile l’obiettivo della premier Giorgia Meloni di ottenere una vittoria a tal punto schiacciante da trasformare Fratelli d’Italia in un protagonista dei nuovi equilibri nell’Assemblea di Strasburgo e da spianare la strada all’eventuale referendum sul premierato nel prossimo anno.
Le due sorprese di maggio sono assai diverse ma convergenti nell’indebolire la potenzialità elettorale della premier e dunque delle liste del suo partito.
La prima sorpresa è stata l’arresto di Giovanni Toti, governatore della Liguria con le radici nel centrodestra, perché ha riproposto all’attenzione degli italiani il tema della corruzione - reato del quale è accusato - che è da sempre una ferita nazionale e, in particolare, dalle politiche del 2018 è diventato uno dei maggiori motivi per andare alle urne, soprattutto da parte dei giovani che vogliono combatterla.
I partiti che hanno vinto sulle ali del movimento di protesta anti-politica - M5S e Lega nel 2018, Fratelli d’Italia nel 2022 - hanno cavalcato con efficacia lo scontento pubblico contro la corruzione e ciò spiega perché, in un sondaggio di Noto pubblicato dal nostro giornale prima della pausa elettorale, il 10 per cento dei votanti affermi che l’inchiesta di Genova può spingerlo a modificare la scelta nell’urna.
Se tutto ciò è diventato una sorpresa negativa per Meloni è a seguito della sua reazione all’arresto di Toti perché non esprimendosi con chiarezza sulla vicenda che sta mettendo a soqquadro la Liguria, ne è uscita indebolita l’immagine di paladina della giustizia. Tanto più che l’opposizione invece ha una posizione assai chiara con la richiesta di dimissioni di Toti per consentirgli di difendersi con tranquillità e al tempo stesso di eleggere un successore.
Se la determinazione di Meloni nel sostenere l’inchiesta sulla Puglia politica - che coinvolge in maniere diverse il sindaco di Bari ed il governatore della Regione, entrambi di centrosinistra - aveva rafforzato l’immagine della premier agli occhi del suo elettorato, ora invece le incertezze ed i silenzi sull’inchiesta in Liguria rischiano di avere l’effetto opposto.
Poi c’è la seconda sorpresa, arrivata con il dibattito su "Eurovision" fra gli "Spitzenkandidat" - i candidati alla guida della Commissione Ue - delle maggiori forze politiche europee perché ha reso evidente come i rappresentanti di socialisti-democratici, liberali, verdi e sinistra chiedessero alla popolare Ursula von der Leyen delucidazioni sulle intese politiche con Giorgia Meloni per il semplice fatto che Fratelli d’Italia fa parte del gruppo dei conservatori considerati parte integrante delle destre "razziste e xenofobe" come l’ex vicepresidente della Commissione Ue, l’olandese Frans Timmermans, ha sottolineato al "Guardian".
Ovvero, la strategia elettorale di Meloni di guidare i conservatori ad un risultato capace di farli alleare con i popolari per creare nell’Europarlamento una coalizione alternativa, basata su un patto di centrodestra, si scontra con il fatto che le altre grandi famiglie europee considerano il gruppo "Identità e democrazia" - a cui appartengono partiti di estrema destra, dal Rn di Le Pen in Francia alla Lega in Italia fino al Fpo austriaco - ed il gruppo "Conservatori e riformisti" - presieduto da Meloni ed a cui appartengono partiti dagli spagnoli di Vox al Pis polacco fino a Fratelli d’Italia - fanno parte di uno stesso fronte fondamentalmente avverso al progetto di un’Unione Europea più coesa, integrata e con istituzioni rafforzate.
Questo significa che se il partito popolare europeo raccoglierà il maggior numero di eletti a Strasburgo - come i sondaggi pubblicati negli ultimi mesi suggeriscono - si troverà di fronte ad un bivio politico: costruire la coalizione con gli altri partiti europeisti oppure con il fronte delle destre.
Per conoscere la validità numerica delle due opzioni bisognerà aspettare l’esito delle elezioni ma sul piano politico appare già evidente che la formula applicata dalla Meloni in Italia - creare il governo grazie all’intesa fra destre e popolari, a cui Forza Italia appartiene - non sembra percorribile in Europa. Questo significa che Meloni ha sbagliato a non cogliere l’occasione dell’entrata di Fratelli d’Italia nel Partito popolare europeo - a cui Forza Italia aveva lavorato nel 2023 - perché l’intesa personale con Ursula von der Leyen non basta a rassicurare i grandi partiti europei sull’adesione al progetto della costruzione di un’Ue più forte e integrata.
Ma non è tutto, perché le mosse di Meloni in Europa puntano a rafforzare i conservatori - facendovi entrare appena possibile tanto gli ungheresi di Fidesz guidati da Viktor Orban che Rn di Marie Le Pen - con il risultato di far temere a socialisti-democratici, verdi, liberali e sinistre che la premier italiana sia la vera leader del fronte opposto, da battere nelle urne. Insomma, la campagna europea sta restituendo all’Italia l’immagine di una Meloni leader della destra, con il risultato di creare possibili dubbi nell’elettorato moderato che non a caso, secondo gli ultimi sondaggi pubblicati, sembra voler tornare a Forza Italia dopo essere transitato prima nella Lega e poi in Fratelli d’Italia.
Ecco perché Giorgia Meloni appare in difficoltà in vista del miglio finale di una campagna elettorale che aveva immaginato come una sorta di passeggiata trionfale per andare oltre il risultato delle ultime politiche, superare la soglia del 30 per cento, polverizzare l’opposizione, prosciugare gli alleati e catalizzare sul proprio nome un sostegno politico di dimensioni tali da trasformarsi in un trampolino verso il possibile referendum sul premierato nel 2025. Ma non aveva fatto i conti con le sorprese di maggio.