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Sangue sulla campagna: verità e responsabilità

Donald Trump ferito in Pennsylvania (fotogramma)

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Il sangue e gli spari tornano a marchiare la competizione elettorale per la Casa Bianca e l’incubo americano della violenza riemerge dalla cronaca e dalla storia, fermandosi a un centimetro dal delitto politico: con un ex presidente degli Stati Uniti, oggi candidato, incredibilmente nel mirino di un attentatore libero di muoversi imbracciando il fucile su un tetto a 400 metri dal comizio, e di sparare al bersaglio tra la folla, sfruttando la fragilità del servizio di sorveglianza e sicurezza. Ogni volta si resta sgomenti davanti all’America che spara ai suoi leader, come se l’accumulo simbolico — gesti, immagini, stili, progetti, polemiche, slogan — della tensione politica sui grandi protagonisti fosse impossibile da reggere nella normalità della vicenda quotidiana, e dovesse periodicamente scaricarsi nella sindrome americana delle armi. Dopo che quattro presidenti sono stati uccisi, e Ronald Reagan è riuscito a sopravvivere all’attentato dell’81 a Washington, con uno dei sette colpi …

Il sangue e gli spari tornano a marchiare la competizione elettorale per la Casa Bianca e l’incubo americano della violenza riemerge dalla cronaca e dalla storia, fermandosi a un centimetro dal delitto politico: con un ex presidente degli Stati Uniti, oggi candidato, incredibilmente nel mirino di un attentatore libero di muoversi imbracciando il fucile su un tetto a 400 metri dal comizio, e di sparare al bersaglio tra la folla, sfruttando la fragilità del servizio di sorveglianza e sicurezza. Ogni volta si resta sgomenti davanti all’America che spara ai suoi leader, come se l’accumulo simbolico — gesti, immagini, stili, progetti, polemiche, slogan — della tensione politica sui grandi protagonisti fosse impossibile da reggere nella normalità della vicenda quotidiana, e dovesse periodicamente scaricarsi nella sindrome americana delle armi. Dopo che quattro presidenti sono stati uccisi, e Ronald Reagan è riuscito a sopravvivere all’attentato dell’81 a Washington, con uno dei sette colpi di pistola che gli ha perforato un polmone, mentre nell’85 George W. Bush a Tbilisi è stato raggiunto da una granata che non è esplosa, ieri l’assassinio politico è stato evitato. Ma tutto il resto, salvo la morte, è davanti ai nostri occhi e alle nostre coscienze di cittadini: la rappresentazione di quanto è accaduto e il suo significato investono gli Stati Uniti e il mondo, con quell’immagine di Donald Trump insanguinato e circondato dagli agenti che alza il pugno davanti alla bandiera, ringrazia Dio “che ha impedito l’impensabile” e invita i suoi sostenitori a battersi nella campagna presidenziale, con quella frase che segna probabilmente il destino della corsa alla Casa Bianca: “Non mi arrendo e non mi arrenderò mai”.

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Mancavano soltanto Dio e il sangue, nel fuoco di questa estate politica americana, con un presidente uscente sull’orlo della rinuncia alla gara perché l’esibizione della sua età, trasformata in vecchiaia dalla tv, rende visibili tutti i suoi limiti naturali, fisiologici, umani, e un ex presidente che capitalizza invece i suoi limiti istituzionali, repubblicani e democratici, proponendoli agli americani più arrabbiati e delusi come una garanzia esplicita di non conformità, la conferma di un’estraneità antropologica al sistema, la promessa di una ribellione permanente, anche ritornando nello Studio Ovale. L’attentato, con il peso di due morti e l’evidenza di un dramma nella prima democrazia del mondo, radicalizza tutti gli elementi della competizione elettorale, rendendola incandescente. Trump, fortunatamente soltanto ferito all’orecchio colpito dal proiettile, trasfigura nel mito dell’invincibile che prevale anche sulle forze del male, grazie alla benevolenza divina che accompagna e protegge il suo cammino e la sua avventura politica. In più il leader repubblicano può incamerare a buon diritto la certificazione eroica di chi è attaccato da un disegno mortale dei nemici del Paese e tuttavia nonostante l’odio che lo circonda continua la sua missione, vittima dell’altra America e sacerdote di se stesso nella sua trasfigurazione mitologica, dilatando così fino al limite estremo le due pulsioni fondamentali del populismo.

La partita è dunque diventata metapolitica, addirittura metafisica, perché con l’attentato in diretta televisiva, lo stupore iniziale di Trump ferito mentre gli agenti lo portano via, e la scelta immediata di stravolgere il tutto in un grido di combattimento, la corsa verso la Casa Bianca esce dal territorio della normalità istituzionale, dove invece rimane impigliato, e solo, Joe Biden. Il presidente ha subito parlato telefonicamente con il suo avversario ferito, come vogliono le regole dell’umanità e del fair play politico. Ma avverte che la contesa tradizionale gli sfugge sempre più di mano, perché Trump è entrato in un’altra dimensione, che ingigantisce la vittima, rimpicciolisce le sue bestemmie democratiche: quello che era un dramma politico per il Paese e per l’intero Occidente rischia di passare in secondo piano rispetto ad una tragedia capitale che in questo clima poteva rischiare di mettere a dura prova la stessa democrazia americana.

Biden ha annunciato di aver ritirato tutti gli spot elettorali in Pennsylvania, primo segnale dell’esigenza di riposizionare la campagna, adeguando il linguaggio all’accaduto. In qualche misura, l’attentato a Trump riduce anche la libertà del suo antagonista, com’è naturale davanti a vicende dal fortissimo impatto emotivo, e proprio questa consapevolezza di dover rimodulare il discorso elettorale può diventare lo scivolo per un cambio di candidato, se i democratici riusciranno in tempo a venire a capo della confusione del momento. È evidente che bisogna avere la capacità di distinguere, anche tra i doveri: piena solidarietà a Trump, condanna totale della violenza (che non nasce dalla politica ma dalla società, in cui la politica si rispecchia), sforzo comune per rafforzare la sicurezza ma anche per regolare la follia delle armi domestiche; e limpida denuncia delle bugie dell’ex presidente e delle forzature antidemocratiche delle sue azioni e dei suoi propositi.

Se viene meno uno di questi due elementi indispensabili, non si serve la democrazia, che anche quando si incarna in un impero, ha bisogno insieme di responsabilità e di verità, i due obblighi che l’Occidente impone a se stesso e che continua a perseguire, nonostante gli attentati e gli errori.

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