In perfetto stile squadrista, cioè in sette contro uno, quel manipolo di ragazzi di CasaPound che ha aggredito sabato notte a Torino il cronista della Stampa Andrea Joly, prendendolo a calci e gettandolo a terra perché filmava la festa del circolo di estrema destra “Asso di Bastoni”, ha riaperto il dossier eterno dell’eredità fascista, che Giorgia Meloni non ha mai saputo chiudere, perché non ha voluto farlo.
Ovviamente la premier non ha alcuna responsabilità dell’accaduto, e infatti ha trasmesso la sua solidarietà al giornalista e ha «condannato con fermezza l’atto di violenza», augurandosi che i responsabili siano individuati «il più rapidamente possibile» e assicurando «la massima attenzione» del governo.
Ma non si può ignorare il ripetersi (documentato su Repubblica giorno per giorno da Paolo Berizzi) di queste manifestazioni violente che svelano una resurrezione di circoli, ambienti, rituali, personaggi, linguaggi che hanno in comune il richiamo esplicito a un fenomeno che la destra di governo si guarda bene dal chiamare col suo nome, e che anzi sembra espunto dal linguaggio politico generale non per un pudore democratico, ma per il riduzionismo dominante: il fascismo.
Di questo si tratta. La banalizzazione assolutoria si preoccupa ogni volta di assicurare che sono azioni di gruppuscoli, elementi isolati, cani sciolti, fuori dalla storia del secolo: e ci mancherebbe altro. Ma finché quella parola — fascismo — non viene pronunciata, e quindi quelle gesta non vengono riconosciute e denunciate per ciò che sono, l’equivoco permane, anche per i protagonisti, che sembrano celebrare l’alba del secolo della riscossa, come se questo governo di destra radicale legittimasse con la sua sola presenza la ripresa di un discorso interrotto quasi 80 anni fa, sconfessando la lezione della storia.
Ecco perché la condanna della violenza (ogni volta senza aggettivi, non identificata, quasi anonima: “da qualsiasi parte provenga”, dice la formula di rito) non basta e non può bastare, soprattutto per chi regge le sorti della Repubblica democratica. Bisogna assumersi il compito di dare un nome alla cosa, e a quel punto nominandola diventa inevitabile valutarla e giudicarla.
Nessuno pensa a un ritorno del fascismo mussoliniano, ma qualcuno nel vertice della destra di governo, invece di criticare gli autori del reportage, dovrà pur dire che i filmati di Fanpage documentano un criptofascismo reale e consapevole anche se sommerso, con un linguaggio ufficiale e un gergo squadrista.
Che fare di queste presenze, di queste manifestazioni, di questa sopravvivenza? Non è un problema di polizia, ma un dovere di chiarezza democratica: se la destra ufficiale ripudia quel mondo, e lo condanna, lo dica e smonti l’equivoco. Se non lo fa, è perché insegue qualche vantaggio elettorale, o addirittura ritiene che esista ancora un dovere di comunità verso quei mondi, nel vincolo di un asse ereditario che non è mai stato risolto.
Un dovere di chiarezza rispetto a che cosa? Alla Repubblica, semplicemente, nata nella libertà riconquistata dalla Resistenza. Non si tratta di saldare adesso i conti del passato, in una corsa all’indietro, ma di regolare oggi i conti di oggi, perché il giudizio sul fascismo rivela da solo qual è il concetto di democrazia che anima il Capo del governo del nostro Paese: liberal-democratica, come quello della maggioranza che guida l’Unione Europea, atlantica e filo-ucraina? Sovranista, come quello dei Patrioti di Orbán e Salvini, simpatizzzanti di Putin? Isolazionista, populista, anti-sistema come quello che Trump si prepara a impersonare, chiamando il Dio della destra al suo servizio?
Com’è evidente, la democrazia non è più un universale, e soprattutto negli arsenali della destra viene modificata e deformata ogni giorno in formule letali, la “democrazia illiberale”, la “democrazia incompatibile con la libertà”, la “democrazia verticale”.
Cosa sceglie Giorgia Meloni, sciogliendo il nodo ambiguo della sua eredità politica? I cittadini hanno il diritto di saperlo, anche se il mondo indigeno della cultura le ha già amnistiato in Italia quel “peccato originale” che in Francia è costato la sconfitta a Marine Le Pen.
Ma nel silenzio e nell’attesa, mentre ogni apparizione del fantasma fascista inevitabilmente visita Palazzo Chigi, la risposta di Giorgia Meloni l’ha già data Ursula von der Leyen subito dopo il voto che l’ha rieletta alla presidenza della Commissione europea, quando ha sottolineato che il governo della Ue riunisce a lavorare insieme «coloro che sono a favore dell’Europa, dell’Ucraina e dello stato di diritto».
Ecco il nocciolo duro della questione democratica, almeno per l’Europa: il rispetto dello Stato di diritto, cioè il riconoscimento del limite democratico del potere legittimo, contro l’autocrazia dei sovranisti. E l’Italia? Il nodo non sciolto dell’eredità fascista arriva fin qui, e ci fa inciampare in Europa.