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La metamorfosi di Forza Italia

Antonio Tajani (ansa)

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Ecco la tentazione titanica: occupare non certo l’eredità della Dc, ma il suo spazio di riferimento politico. Portando FI ad essere una forza di centro che guarda a destra e a sinistra
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Improvvisamente, il centro: anzi, addirittura la Dc, che il centro lo ha occupato, gestito e rappresentato per gran parte del Dopoguerra, coltivando quel territorio, e traendone un reddito politico senza uguali. Proprio quando tutti i tentativi di resurrezione hanno certificato che l’impresa è impossibile, si spalanca la suggestione finale: occupare il mitologico centro della scena politica non con una velleitaria rifondazione, partendo da zero, ma con una metamorfosi, usando un soggetto che già esiste e cambiandogli poco per volta l’identità, la natura, il tono del linguaggio, scommettendo di non dover alla fine cambiare gli elettori ma anzi di sommare i vecchi ai nuovi sotto l’insegna dei moderati, oggi senza bandiera.

Il soggetto è Forza Italia, e la spinta al cambiamento viene dagli “azionisti” di quello che fu il partito-azienda: Marina e Pier Silvio Berlusconi, i figli del fondatore scomparso, insieme con i due uomini che hanno garantito e protetto l’intera avventura politica d…

Improvvisamente, il centro: anzi, addirittura la Dc, che il centro lo ha occupato, gestito e rappresentato per gran parte del Dopoguerra, coltivando quel territorio, e traendone un reddito politico senza uguali. Proprio quando tutti i tentativi di resurrezione hanno certificato che l’impresa è impossibile, si spalanca la suggestione finale: occupare il mitologico centro della scena politica non con una velleitaria rifondazione, partendo da zero, ma con una metamorfosi, usando un soggetto che già esiste e cambiandogli poco per volta l’identità, la natura, il tono del linguaggio, scommettendo di non dover alla fine cambiare gli elettori ma anzi di sommare i vecchi ai nuovi sotto l’insegna dei moderati, oggi senza bandiera.

Il soggetto è Forza Italia, e la spinta al cambiamento viene dagli “azionisti” di quello che fu il partito-azienda: Marina e Pier Silvio Berlusconi, i figli del fondatore scomparso, insieme con i due uomini che hanno garantito e protetto l’intera avventura politica del Cavaliere, Fedele Confalonieri e Gianni Letta. C’è questo quadrilatero dietro i segnali che da settimane vengono mandati a Forza Italia, chiedendo maggiore protagonismo, una presenza politica più incisiva, e soprattutto l’ambizione e il coraggio di esplorare spazi nuovi di rappresentanza.

Più che azionisti, i figli di Silvio Berlusconi possono essere considerati stakeholder, cioè “portatori di interesse” nei confronti di Forza Italia: non solo e non tanto perché con la famiglia sostengono il carico di fideiussioni per circa 100 milioni a sostegno dei debiti del partito, ma perché si sono posti il problema di dove collocare strategicamente il lascito di quell’esperienza, in modo da trarne il maggior reddito politico possibile. Risultato: l’investimento politico ha bisogno di orizzonti più ampi, il presente non è in discussione con le sue alleanze e i ruoli definiti dai rapporti di forza, ma il futuro ha un segno diverso e guarda a un nuovo spazio tutto da conquistare.

La collocazione di Forza Italia in un’alleanza guidata da una leader di forte presa popolare ma di estrema destra, con alle spalle una storia estranea alla vicenda della democrazia repubblicana e davanti un’Unione Europea in cui non si riconosce, viene considerata un limite rispetto alle potenzialità che la fase politica presenta e alle nuove opportunità da cogliere.

Tre elementi hanno consolidato questo giudizio: il primo è la tenuta elettorale di Forza Italia alle europee, le prime elezioni senza il Cavaliere protagonista. Questo passaggio era fondamentale per gli “azionisti”, un vero e proprio test di sopravvivenza che se avesse dato esito negativo avrebbe annullato tutte le successive ambizioni, trasformandole in illusioni.

Tajani ha superato la prova del primum vivere, rivelando che i trent’anni di berlusconismo hanno lasciato una traccia non solo nel costume, nella prassi delle regole calpestate, nel conflitto d’interessi permanente, nella deformazione della giustizia, ma nel rapporto profondo con l’opinione di riferimento, un’appartenenza che dura oltre il destino personale del leader: e su cui oggi si può capitalizzare per ripartire.

Il secondo elemento è la mancata conquista del centro da parte dei cosiddetti centristi, o riformisti, o terzaforzisti. Se questa occupazione fosse riuscita, il territorio d’elezione oggi sarebbe presidiato, a meno di pensare a ipotesi ancora più disinvolte delle contorsioni cui abbiamo assistito in questi anni, con Renzi pesce pilota della nuova rotta moderata di Forza Italia.

Invece lo spazio è libero, Forza Italia può esibire le credenziali di partito moderato, può provare a nascondere i tratti illiberali della sua esperienza, può rivendicare la tradizionale collocazione occidentale in politica estera come garanzia (salvo le sbandate filoputiniane dell’ultimo Berlusconi) e l’appartenenza al Partito Popolare Europeo come carta d’identità e stato di famiglia.

Da qui la tentazione titanica: occupare non certo l’eredità della Dc, per molti aspetti incompatibile con il partito degli eccessi e della dismisura, che ha sostituito il carisma al senso dello Stato, ma il suo spazio di riferimento politico. Portando Forza Italia ad essere una forza di centro che guarda a destra e a sinistra, uscendo dalla gabbia del bipolarismo, perfetto per l’interpretazione personale di Berlusconi, che si era costruito una destra post-moderna su misura del suo doppiopetto.

Resta il terzo elemento della metamorfosi, che è quello decisivo. Gli “azionisti” prima di muoversi sapevano di dover aspettare Giorgia Meloni al bivio delle elezioni europee. Se la premier fosse stata folgorata sulla via di Bruxelles, votando Ursula von der Leyen e decidendo di far parte dell’establishment dell’Unione, le conseguenze si sarebbero inanellate a catena, fino ad ostruire ogni nuova ipotesi politica nel campo moderato. Si sarebbe infatti risolta l’anomalia storica di Fratelli d’Italia, la destra avrebbe finalmente fatto i conti con l’eredità del fascismo, dal ceppo dei conservatori europei sarebbe probabilmente sbocciato un partito della Nazione capace di rappresentare una destra d’impianto europeo, senza sbandamenti reazionari e neo-autoritari.

La scelta della presidente del Consiglio invece è stata opposta, in favore dell’anomalia permanente di Fratelli d’Italia, di un’attrazione per i “patrioti” di Visegrad, di un’auto-esclusione dalla cabina di regia dell’Unione.

Rotte divergenti, dunque, com’è evidente a occhio nudo. E poiché oggi l’alleanza non si può toccare, il nuovo comandamento per Forza Italia è quello di “passare dalla sopravvivenza alla sfida”. Non farsi soffocare nel ruolo gregario e impotente di un’alleanza radicale di destra; scoprire una nuova radicalità di centro; puntare sui diritti, per acquisire un credito liberale e incrociare un dialogo con altre forze su temi trasversali; marcare una nuova identità culturale, autonoma; individuare temi sensibili e decisivi come lo Ius scholae e dare battaglia fino in fondo, attraversando i confini tra maggioranza e opposizione.

Ora bisognerà vedere «se gli uomini saranno all’altezza delle ambizioni», come dice uno degli “azionisti”. Non solo: bisognerà capire se il piano di riconquista dei moderati è credibile, perché non si diventa liberali d’incanto per decreto aziendale, e i decenni di cultura, prudenza e pratica del potere democristiano non si introiettano guardando uno sceneggiato su De Gasperi in tivù.

La metamorfosi è ambiziosa ma difficile, ma Meloni deve incominciare a riflettere sulla sua strategia: infatti sarebbe la prima volta che la destra — radicalizzando le sue scelte estreme — realizza l’impossibile, creando il centro.

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