Siamo nel bel mezzo dell’anno più elettorale di sempre e nelle democrazie avanzate la tendenza che sta emergendo è la volontà di fronteggiare populismo e sovranismo con scelte capaci di riunire maggioranze molto ampie.
Il primo segnale è arrivato dalle elezioni europee perché dopo un voto che aveva rafforzato in alcuni Paesi i partiti sovranisti, quando si è trattato di approvare nel Parlamento di Strasburgo la fiducia al presidente della Commissione Ue la maggioranza ha riunito popolari, socialisti, liberali e verdi ovvero le famiglie politiche europee tradizionali, sbarrando la strada al tentativo di conservatori ed estreme destre di rovesciare gli equilibri politici nella Ue.
Poi è stato il turno della Francia dove alle elezioni politiche, davanti allo scenario di un governo guidato per la prima volta dai sovranisti di Marine Le Pen si è creata attorno al presidente Emmanuel Macron una maggioranza molto ampia, da ciò che resta dei gollisti fino al fronte delle sinistre, che è riusc…
Siamo nel bel mezzo dell’anno più elettorale di sempre e nelle democrazie avanzate la tendenza che sta emergendo è la volontà di fronteggiare populismo e sovranismo con scelte capaci di riunire maggioranze molto ampie.
Il primo segnale è arrivato dalle elezioni europee perché dopo un voto che aveva rafforzato in alcuni Paesi i partiti sovranisti, quando si è trattato di approvare nel Parlamento di Strasburgo la fiducia al presidente della Commissione Ue la maggioranza ha riunito popolari, socialisti, liberali e verdi ovvero le famiglie politiche europee tradizionali, sbarrando la strada al tentativo di conservatori ed estreme destre di rovesciare gli equilibri politici nella Ue.
Poi è stato il turno della Francia dove alle elezioni politiche, davanti allo scenario di un governo guidato per la prima volta dai sovranisti di Marine Le Pen si è creata attorno al presidente Emmanuel Macron una maggioranza molto ampia, da ciò che resta dei gollisti fino al fronte delle sinistre, che è riuscita a capovolgere le previsioni. Ed ora il liberale Macron è intento alla formazione di un governo destinato a premiare la sinistra - socialisti e verdi - ma escludendo l’estremismo di chi, come Jean-Luc Melenchon, immagina di contrapporre al sovranismo di destra un populismo altrettanto aggressivo, fino a sposare le posizioni di Vladimir Putin sull’Ucraina e l’uscita dalla Nato.
E negli Stati Uniti il partito democratico di Kamala Harris ha appena terminato la Convention di Chicago dove la priorità di sconfiggere il movimento sovranista ed isolazionista di Donald Trump ha portato liberal e progressisti non solo a mettere da parte le fratture interne – su temi come la guerra a Gaza - ma anche ad aprire a repubblicani ed indipendenti. Seguendo l’invito di Bernie Sanders, il senatore del Vermont unico eletto al Congresso a definirsi socialista: “Il nostro compito è di fare ciò che possiamo per rendere il partito democratico più aperto alle differenti componenti della sua coalizione”. Un suggerimento che Harris ha fatto proprio nel discorso di accettazione della nomination, basato sulla necessità di conquistare il ceto medio per battere Trump.
Maurizio Molinari: "La sfida di Kamala Harris per la Casa Bianca"
Ciò che accomuna la maggioranza di Ursula von der Leyen, la coalizione di governo che Macron sta costruendo a Parigi e quella con cui Harris vuole conquistare la Casa Bianca è la volontà di mettere assieme le varie anime delle forze pro-democrazia che si oppongono ad ogni tipo di estremismo, dal sovranismo di destra di Le Pen e Trump al populismo di sinistra di Melenchon. E per riuscirci le priorità sono ovunque quelle di politiche economiche e sociali capaci di battere il disagio e sanare le diseguaglianze per risollevare la crescita con misure capaci di prosciugare le proteste. Ecco perché Macron ha come priorità lavoro, istruzione, salute e sicurezza; Harris parla di aiuti per case, medicinali e figli; von der Leyen ha incentrato il programma del suo secondo mandato su investimenti e prosperità, abitazioni ed eguaglianza, agricoltura e clima, difesa e sicurezza.
E’ in questa cornice che devono essere inquadrati i segnali di convergenza in Italia fra l’opposizione di centrosinistra e Forza Italia sui temi legati ai diritti: dalla cittadinanza per gli immigrati alle condizioni dei carcerati. Perché indicano la maturazione parallela, nell’opposizione come dentro la maggioranza, della necessità di aggredire le debolezze del tessuto sociale, al fine di accrescere coesione e solidarietà. In cima all’agenda del centrosinistra ci sono sanità, lavoro e istruzione perché sono questi i fronti dove le diseguaglianze nel nostro Paese più aggrediscono la maggioranza dei cittadini. Ma si tratta di istanze largamente condivise, come il Meeting di Rimini ha evidenziato, anche in larghi settori del mondo cattolico, moderato e indipendente che aveva guardato con interesse al governo Meloni ma ora lamenta carenza di visione, investimenti e riforme. Spingendo Forza Italia, l’anima più liberale del centrodestra, a cercare interlocutori in Parlamento.
Nelle democrazie avanzate la posta in palio è sanare le ferite delle diseguaglianze con politiche di coesione e investimenti capaci di rilanciare la crescita economica. Ed è interessante che di questo parla spesso Fabio Panetta, governatore di Bankitalia, sottolineando come l’aumento del salario minimo può contribuire alla crescita del mercato interno così come più Europa e più immigrati regolari servono allo sviluppo del Paese. Proprio l’urgenza di accelerare l’integrazione europea è il terreno sul quale socialisti, popolari, liberali e verdi si incontrano a Bruxelles, anche qui in lampante contrasto con sovranismi di destra e populismi di sinistra portatori di scetticismo, se non di aperta avversione, nei confronti del rafforzamento delle istituzioni della Ue.
Insomma, stiamo assistendo ad un nuovo capitolo del confronto fra democrazia e populismo. Con le forze sovraniste arroccate su posizioni sempre più estreme nel delegittimare le istituzioni basate sulla rappresentanza popolare ma anche incapaci di varare politiche riformiste per andare incontro alle ragioni delle proteste e del disagio. Saranno i prossimi mesi a dirci se Macron riuscirà a creare un governo stabile a Parigi, se Harris saprà consolidare la coalizione anti-Trump e se von der Leyen troverà sostegno e risorse per le riforme che promette. Ma possono esserci pochi dubbi sul fatto che chi tenta di risollevare la crescita per battere il disagio lo fa perseguendo accordi al centro, di coalizione, fra tutte le forze politiche che rifiutano gli estremismi. E questa dinamica si sta ora affacciando anche in Italia.