PORT-AU-PRINCE - La terra trema ancora e l'inferno di Haiti non trova una via d'uscita. Il caos si aggiunge al caos, la rabbia rasenta la rivolta, la rassegnazione diventa paura.
Decine di migliaia di persone si aggirano tra quelle che erano le strade di Port-au-Prince alla ricerca di acqua, di cibo, di sopravvivenza, senza neanche il tempo di piangere i propri morti.
Il quarto giorno dopo la grande scossa che ha cancellato la pianta della capitale, le rovine diventano macerie. Questa volta è stata più lieve, 4,5 gradi della scala Richter, ma è bastata a far crollare edifici pericolanti, a paralizzare il traffico, a seminare il terrore negli occhi dei bambini. Sulla Dalmas, la grande via che era il cuore della città, le jeep dei soccorsi fanno fatica a superare i detriti, gruppi di volontari improvvisati cercano di mettere ordine, le poche ruspe disponibili finiscono di abbattere gli edifici in cemento armato.
È un'emergenza senza fine, con il governo che latita, gli aiuti che arrivano in modo caotico, dove i più forti prevalgono sui deboli e i più violenti sugli indifesi. Non c'è praticamente polizia nelle strade sterrate che si inerpicano sulle colline, le poche divise che si vedono non ispirano fiducia coi loro volti truci e un modo di fare che non aiuta. "Lì sotto da giorni ci sono i nostri figli", urla disperata Ventrice, donna e madre ancora bambina, maledicendo il governo, "les americains", gli aiuti che non arrivano mai. "È da quattro giorni che chiediamo soccorsi, li sentivamo gridare lì sotto, ma nessuno è arrivato, solo ieri sera è comparsa una jeep dell'Onu. Ma sono andati via perché non avevano gli strumenti adatti".
Dopo quattro giorni i soccorsi sono ancora a singhiozzo. L'aeroporto, in mano ai soldati americani, funziona adesso a pieno regime ma sono loro che decidono le priorità, e questo ha causato frizioni con brasiliani e francesi, dopo che a un cargo transalpino è stato negato il permesso di atterrare. Hanno la precedenza gli aerei "ufficiali", quelli degli Usa, delle Nazioni Unite e delle organizzazioni governative, coordinate da un governo locale che non sa cosa fare e aggiunge insipienza all'incompetenza. Gli aerei cargo arrivano al ritmo di novanta al giorno, ma i camion di aiuti partono per i palazzi ufficiali, la distribuzione di acqua, cibo e medicinali va a rilento, intere zone della capitale non sono ancora state raggiunte. Incompetenza che penalizza le Ong, i volontari che arrivano da ogni parte del mondo perfettamente equipaggiati e che vengono sottoposti a lunghissime attese, a inutili vessazioni, mentre tutto attorno decine di migliaia di persone implorano acqua e fasciature per anziani e bambini.
Ieri mattina è stata emblematica. Lungo la pista dell'aeroporto, con i marines schierati mitra in braccio, per ore sono arrivati solo cargo dell'Air Force. Aiuti? No, solo uomini dei servizi di sicurezza, poliziotti di Filadelfia con le uniformi blù, corpi speciali in mimetica. Tutto per attendere l'arrivo di Hillary Clinton, prima annunciato per mezzogiorno, poi posticipato per una imprevista sosta del Segretario di Stato a Portorico. Questioni di sicurezza necessarie ma che cozzano con quanto accade dall'altra parte della strada, dove una fila chilometrica attende il proprio turno per avere un po' di pane dalla "cucina viaggiante" fatta arrivare fin qui dal governo della vicina Repubblica Dominicana. A migliaia si buttano accapigliandosi per prendere il cibo che viene lanciato dagli elicotteri.
Cresce la rabbia che genera violenza. In diversi quartieri la gente esasperata ha dato l'assalto ai pochi negozi aperti, in un povero quartiere l'attacco di un migliaio di persone si è trasformato in una serie di violenze incontrollabili. Gli ospedali che funzionano si contano sulle dita, alle porte i militari in assetto di guerra cercano di frenare il disordine, ma i medici sono talvolta costretti a interrompere il proprio lavoro per gli assalti della gente esasperata. Attorno a una clinica si è sparato, la delinquenza si mischia tra la folla, imponendo la legge del più forte. L'acqua, il cibo e i medicinali valgono oro oggi ad Haiti, gli aiuti sono gratis ma chi se ne appropria non per bisogno improvvisa un mercato nero, spesso sotto gli occhi di una polizia compiacente quando non connivente.
La paura arriva con la notte, quando solo i fuochi illuminano le strade e a migliaia si aggirano per le strade, cercando un accampamento di fortuna lungo i marciapiedi, tra le rovine dei negozi e le case distrutte. Si aggregano in gruppi, ognuno con il suo leader, si difendono dagli assalti di gang in moto che scorrazzano per la città armate di machete, difendono le proprio figlie dai frequenti stupri. È di notte che l'inferno di Port-au-Prince diventa incontrollabile. Interi quartieri, i più poveri, quelli dove la violenza la fa da padrona da sempre, sono lasciati senza alcuna difesa. Di giorno non ricevono niente, di notte devono convivere con il terrore.
"Fuori, fuori tutti", urlano gli uomini del team spagnolo dai caschi rossi e gialli davanti a quel che resta del Colegio e delle sue classi per bambini, adolescenti e universitari che a decine sono rimasti sepolti lì sotto. È il momento della scossa di ieri mattina, e i volontari che arrivano da Valencia si fanno responsabili di tutta l'area. "Ci hanno mandato in questa scuola solo stamattina", racconta Josè Castillo, "anche se ad Haiti ci siamo da mercoledì. Il primo giorno ci hanno tenuto in un commissariato di polizia, sostenendo che dovevano avere ordini precisi su di noi, il secondo giorno ci hanno mandato in un quartiere di ville. Era morto, sepolto sotto le macerie, un amico del presidente di Haiti e dell'ambasciatore svedese: abbiamo fatto un lavoro inutile per ore, mentre a pochi chilometri di distanza potevamo ancora salvare molte vite. Siamo qui dall'alba ma adesso possiamo trovare solo cadaveri".
Lungo le strade che le macchine percorrono a passo d'uomo ci sono decine e decine di feriti. Una ragazza con le gambe fratturate viene consolata da una vecchia che le accarezza dolcemente la testa, il padre, lì vicino, maledice tutti. "Non c'è un'ambulanza, non ci sono garze, mia figlia è ferma qui dal giorno del terremoto, un amico è riuscito a parlare con un medico, ci ha dato qualche indicazione su come sistemarla. Ma possibile che non venga nessuno? Per favore chiamate i soccorsi, aiutateci".
Sembrano rassegnati, le vittime come i soccorritori, eppure ancora venerdì cinquanta persone sono state estratte vive dalle macerie, l'ennesimo miracolo che si ripete ogni terremoto, in ogni parte del mondo. "Dobbiamo continuare a cercare, anche se dopo 72 ore è veramente difficile trovare dei sopravvissuti", dice un medico francese che vive nella vicina Santo Domingo e che martedì notte non ci ha pensato due volte prima di prendere l'auto e dirigersi verso la frontiera.
Sembra impossibile, eppure la vita va avanti. Alle pompe di benzina le file sono lunghe, ma con molta pazienza i fortunati che hanno ancora un'auto riescono a riempire i serbatoi. Come in tutte le tragedie ci sono episodi che strappano il cuore, gente che non ha niente che dà qualcosa a chi ha ancora meno, una solidarietà che permette di sopravvivere nell'attesa che qualcosa cambi veramente. Giriamo per la città senza poter fare nulla di concreto per loro, eppure ci chiamano, ci chiedono il nome, ci sorridono, ci danno la mano, ci raccontano quella notte da incubo che nessuno dimenticherà mai.
Decine di migliaia di persone si aggirano tra quelle che erano le strade di Port-au-Prince alla ricerca di acqua, di cibo, di sopravvivenza, senza neanche il tempo di piangere i propri morti.
Il quarto giorno dopo la grande scossa che ha cancellato la pianta della capitale, le rovine diventano macerie. Questa volta è stata più lieve, 4,5 gradi della scala Richter, ma è bastata a far crollare edifici pericolanti, a paralizzare il traffico, a seminare il terrore negli occhi dei bambini. Sulla Dalmas, la grande via che era il cuore della città, le jeep dei soccorsi fanno fatica a superare i detriti, gruppi di volontari improvvisati cercano di mettere ordine, le poche ruspe disponibili finiscono di abbattere gli edifici in cemento armato.
È un'emergenza senza fine, con il governo che latita, gli aiuti che arrivano in modo caotico, dove i più forti prevalgono sui deboli e i più violenti sugli indifesi. Non c'è praticamente polizia nelle strade sterrate che si inerpicano sulle colline, le poche divise che si vedono non ispirano fiducia coi loro volti truci e un modo di fare che non aiuta. "Lì sotto da giorni ci sono i nostri figli", urla disperata Ventrice, donna e madre ancora bambina, maledicendo il governo, "les americains", gli aiuti che non arrivano mai. "È da quattro giorni che chiediamo soccorsi, li sentivamo gridare lì sotto, ma nessuno è arrivato, solo ieri sera è comparsa una jeep dell'Onu. Ma sono andati via perché non avevano gli strumenti adatti".
Dopo quattro giorni i soccorsi sono ancora a singhiozzo. L'aeroporto, in mano ai soldati americani, funziona adesso a pieno regime ma sono loro che decidono le priorità, e questo ha causato frizioni con brasiliani e francesi, dopo che a un cargo transalpino è stato negato il permesso di atterrare. Hanno la precedenza gli aerei "ufficiali", quelli degli Usa, delle Nazioni Unite e delle organizzazioni governative, coordinate da un governo locale che non sa cosa fare e aggiunge insipienza all'incompetenza. Gli aerei cargo arrivano al ritmo di novanta al giorno, ma i camion di aiuti partono per i palazzi ufficiali, la distribuzione di acqua, cibo e medicinali va a rilento, intere zone della capitale non sono ancora state raggiunte. Incompetenza che penalizza le Ong, i volontari che arrivano da ogni parte del mondo perfettamente equipaggiati e che vengono sottoposti a lunghissime attese, a inutili vessazioni, mentre tutto attorno decine di migliaia di persone implorano acqua e fasciature per anziani e bambini.
Ieri mattina è stata emblematica. Lungo la pista dell'aeroporto, con i marines schierati mitra in braccio, per ore sono arrivati solo cargo dell'Air Force. Aiuti? No, solo uomini dei servizi di sicurezza, poliziotti di Filadelfia con le uniformi blù, corpi speciali in mimetica. Tutto per attendere l'arrivo di Hillary Clinton, prima annunciato per mezzogiorno, poi posticipato per una imprevista sosta del Segretario di Stato a Portorico. Questioni di sicurezza necessarie ma che cozzano con quanto accade dall'altra parte della strada, dove una fila chilometrica attende il proprio turno per avere un po' di pane dalla "cucina viaggiante" fatta arrivare fin qui dal governo della vicina Repubblica Dominicana. A migliaia si buttano accapigliandosi per prendere il cibo che viene lanciato dagli elicotteri.
Cresce la rabbia che genera violenza. In diversi quartieri la gente esasperata ha dato l'assalto ai pochi negozi aperti, in un povero quartiere l'attacco di un migliaio di persone si è trasformato in una serie di violenze incontrollabili. Gli ospedali che funzionano si contano sulle dita, alle porte i militari in assetto di guerra cercano di frenare il disordine, ma i medici sono talvolta costretti a interrompere il proprio lavoro per gli assalti della gente esasperata. Attorno a una clinica si è sparato, la delinquenza si mischia tra la folla, imponendo la legge del più forte. L'acqua, il cibo e i medicinali valgono oro oggi ad Haiti, gli aiuti sono gratis ma chi se ne appropria non per bisogno improvvisa un mercato nero, spesso sotto gli occhi di una polizia compiacente quando non connivente.
La paura arriva con la notte, quando solo i fuochi illuminano le strade e a migliaia si aggirano per le strade, cercando un accampamento di fortuna lungo i marciapiedi, tra le rovine dei negozi e le case distrutte. Si aggregano in gruppi, ognuno con il suo leader, si difendono dagli assalti di gang in moto che scorrazzano per la città armate di machete, difendono le proprio figlie dai frequenti stupri. È di notte che l'inferno di Port-au-Prince diventa incontrollabile. Interi quartieri, i più poveri, quelli dove la violenza la fa da padrona da sempre, sono lasciati senza alcuna difesa. Di giorno non ricevono niente, di notte devono convivere con il terrore.
"Fuori, fuori tutti", urlano gli uomini del team spagnolo dai caschi rossi e gialli davanti a quel che resta del Colegio e delle sue classi per bambini, adolescenti e universitari che a decine sono rimasti sepolti lì sotto. È il momento della scossa di ieri mattina, e i volontari che arrivano da Valencia si fanno responsabili di tutta l'area. "Ci hanno mandato in questa scuola solo stamattina", racconta Josè Castillo, "anche se ad Haiti ci siamo da mercoledì. Il primo giorno ci hanno tenuto in un commissariato di polizia, sostenendo che dovevano avere ordini precisi su di noi, il secondo giorno ci hanno mandato in un quartiere di ville. Era morto, sepolto sotto le macerie, un amico del presidente di Haiti e dell'ambasciatore svedese: abbiamo fatto un lavoro inutile per ore, mentre a pochi chilometri di distanza potevamo ancora salvare molte vite. Siamo qui dall'alba ma adesso possiamo trovare solo cadaveri".
Lungo le strade che le macchine percorrono a passo d'uomo ci sono decine e decine di feriti. Una ragazza con le gambe fratturate viene consolata da una vecchia che le accarezza dolcemente la testa, il padre, lì vicino, maledice tutti. "Non c'è un'ambulanza, non ci sono garze, mia figlia è ferma qui dal giorno del terremoto, un amico è riuscito a parlare con un medico, ci ha dato qualche indicazione su come sistemarla. Ma possibile che non venga nessuno? Per favore chiamate i soccorsi, aiutateci".
Sembrano rassegnati, le vittime come i soccorritori, eppure ancora venerdì cinquanta persone sono state estratte vive dalle macerie, l'ennesimo miracolo che si ripete ogni terremoto, in ogni parte del mondo. "Dobbiamo continuare a cercare, anche se dopo 72 ore è veramente difficile trovare dei sopravvissuti", dice un medico francese che vive nella vicina Santo Domingo e che martedì notte non ci ha pensato due volte prima di prendere l'auto e dirigersi verso la frontiera.
Sembra impossibile, eppure la vita va avanti. Alle pompe di benzina le file sono lunghe, ma con molta pazienza i fortunati che hanno ancora un'auto riescono a riempire i serbatoi. Come in tutte le tragedie ci sono episodi che strappano il cuore, gente che non ha niente che dà qualcosa a chi ha ancora meno, una solidarietà che permette di sopravvivere nell'attesa che qualcosa cambi veramente. Giriamo per la città senza poter fare nulla di concreto per loro, eppure ci chiamano, ci chiedono il nome, ci sorridono, ci danno la mano, ci raccontano quella notte da incubo che nessuno dimenticherà mai.