In seguito al terribile terremoto di 7 gradi della scala Richter che ha devastato Haiti, questa settimana il presidente Obama ci ha chiesto di occuparci degli eventi organizzati nel settore privato per raccogliere fondi da destinare ai soccorsi e siamo stati ben felici di rispondere al suo appello.
Nelle carriere di entrambi nel servizio pubblico, abbiamo assistito più volte di persona alla strabiliante generosità del popolo americano, allorché è necessario affrontare una calamità. Dall'attentato di Oklahoma City all'11 settembre, dallo tsunami in Asia meridionale all'uragano Katrina, gli americani hanno sempre risposto all'esortazione a dare una mano nella devastazione - a prescindere che fosse naturale o provocata dall'uomo, in patria o all'estero - con quella determinazione, quella compassione e quella coesione che hanno sempre caratterizzato la nostra nazione da quando è stata fondata. Dopo lo tsunami gli americani offersero un miliardo di dollari in aiuti ai popoli dell'Asia meridionale.
Adesso si calcola che il terremoto di Haiti abbia colpito quasi tre milioni di persone, pari al trenta per cento dell'intera popolazione. Noi sappiamo che il popolo americano risponderà all'emergenza ancora una volta: proprio come ciascuno di noi non esiterebbe a dare una mano a un vicino di casa in condizione di grande difficoltà qui in patria.
Grazie ai progressi tecnologici, oggi contribuire alle raccolte di fondi è più facile che mai: organizzazioni come la Croce Rossa sono rimaste meravigliate constatando la quantità di denaro affluita tramite l'innovativo sistema che permette agli utenti di telefoni cellulari di inviare con un messaggio di testo dieci dollari che saranno addebitati direttamente sulla loro bolletta di telefonia mobile. Il Dipartimento di Stato nelle prime 24 ore dal terremoto ha messo insieme un milione di dollari e altri milioni sono stati donati nei giorni seguenti. Questi soldi sono via via convogliati ad associazioni umanitarie affidabili che hanno una lunga esperienza negli interventi durante le emergenze, così che vi sia una garanzia che i contributi degli americani saranno effettivamente proficui.
Nostra priorità assoluta sarà quella di raccogliere fondi per venire incontro alle necessità impellenti di quanti sono rimasti feriti, senza casa, affamati, e per garantire che le organizzazioni umanitarie e i volontari in loco abbiano tutte le risorse necessarie a svolgere il loro lavoro efficacemente. Nelle prime due settimane tali bisogni sono alquanto semplici: cibo, acqua, un tetto, medicinali di pronto soccorso. Una volta che i volontari avranno scavato tra le macerie e si saranno trovati tutti gli abitanti di Haiti, vivi e morti; dopo che le strade saranno state pulite e le comunicazioni e l'energia elettrica saranno state ripristinate, Haiti dovrà tornare a rinascere.
La strada per il pieno recupero sarà lunga, ma noi non permetteremo che gli haitiani si ritrovino a camminare da soli. Quando la ricostruzione avrà inizio, ci sarà bisogno di un aiuto ancora maggiore per rendere Haiti più solida e più forte di quello che era prima del terremoto, e ciò implica migliori scuole, edifici più resistenti e sicuri, in grado di reggere in futuro all'impatto di altri disastri naturali; soluzioni che pongano rimedio alle ineguaglianze nell'assistenza sanitaria e nell'istruzione; nuove e diverse industrie che creino posti di lavoro e migliorino le opportunità per i commerci; sviluppo di energia pulita.
Tutte queste sono ottime ragioni per sperare: per la prima volta nell'arco della nostra vita, il governo di Haiti ha deciso di voler costruire un'economia moderna e ha un piano economico a vasto raggio in grado di creare posti di lavoro. Le autorità haitiane hanno dato prova di determinazione nell'affrontare le sfide dell'Aids, con un più consistente aiuto da parte delle organizzazioni private e del Piano di Emergenza per l'Assistenza ai malati di Aids. In Haiti vi sono più organizzazioni non governative pro capite di qualsiasi altro Paese al mondo, eccezion fatta per l'India. I membri della diaspora haitiana, che si trovano a Miami, New York, Toronto e in altre città oltreoceano, si sono attivati e si sentono coinvolti nel futuro del loro Paese d'origine. L'attenzione di tutto il mondo è attualmente puntata su questa piccola isola, dimenticata per troppo tempo.
Le crisi hanno il potere di tirar fuori il meglio dalle persone e nel corso degli anni ne abbiamo avuto varie conferme, specialmente dopo lo tsunami. Il conflitto di Aceh, in Indonesia, si è concluso, mentre la popolazione si impegnava in modo coeso per la ricostruzione. Nelle comunità lungo la costa indiana, le donne che avevano perso il coniuge hanno appreso mestieri redditizi, nell'artigianato e nell'arte, e sono diventate in grado di badare a loro stesse e ai loro figli, più di quanto non fossero mai state in precedenza.
Non dovremmo mai dimenticare i danni subiti e le vite perdute, ma abbiamo una chance per fare le cose meglio di come le abbiamo fatte in passato, di essere vicini migliori di quanto siamo stati, di aiutare il popolo haitiano a realizzare il sogno di una nazione più forte e più sicura. Per riuscire in tutto ciò, però, ci servirà qualcosa di più che il semplice aiuto degli altri governi: ci servono l'innovazione e le risorse delle imprese; le competenze e il know-how delle organizzazioni non governative e delle associazioni religiose; la generosità e l'aiuto dei singoli per comporre i divari e le divergenze. Date anche voi il vostro contributo su www. clintonbushhaitifund. org, dove potrete saperne di più in relazione ai nostri sforzi. Questo è il meno che possiamo fare, e il minimo che la popolazione di Haiti merita. Se faremo del nostro meglio, potremo aiutare Haiti a diventare il meglio di ciò che può essere.
©The New York Times-la Repubblica
Traduzione di Anna Bissanti
Nelle carriere di entrambi nel servizio pubblico, abbiamo assistito più volte di persona alla strabiliante generosità del popolo americano, allorché è necessario affrontare una calamità. Dall'attentato di Oklahoma City all'11 settembre, dallo tsunami in Asia meridionale all'uragano Katrina, gli americani hanno sempre risposto all'esortazione a dare una mano nella devastazione - a prescindere che fosse naturale o provocata dall'uomo, in patria o all'estero - con quella determinazione, quella compassione e quella coesione che hanno sempre caratterizzato la nostra nazione da quando è stata fondata. Dopo lo tsunami gli americani offersero un miliardo di dollari in aiuti ai popoli dell'Asia meridionale.
Adesso si calcola che il terremoto di Haiti abbia colpito quasi tre milioni di persone, pari al trenta per cento dell'intera popolazione. Noi sappiamo che il popolo americano risponderà all'emergenza ancora una volta: proprio come ciascuno di noi non esiterebbe a dare una mano a un vicino di casa in condizione di grande difficoltà qui in patria.
Grazie ai progressi tecnologici, oggi contribuire alle raccolte di fondi è più facile che mai: organizzazioni come la Croce Rossa sono rimaste meravigliate constatando la quantità di denaro affluita tramite l'innovativo sistema che permette agli utenti di telefoni cellulari di inviare con un messaggio di testo dieci dollari che saranno addebitati direttamente sulla loro bolletta di telefonia mobile. Il Dipartimento di Stato nelle prime 24 ore dal terremoto ha messo insieme un milione di dollari e altri milioni sono stati donati nei giorni seguenti. Questi soldi sono via via convogliati ad associazioni umanitarie affidabili che hanno una lunga esperienza negli interventi durante le emergenze, così che vi sia una garanzia che i contributi degli americani saranno effettivamente proficui.
Nostra priorità assoluta sarà quella di raccogliere fondi per venire incontro alle necessità impellenti di quanti sono rimasti feriti, senza casa, affamati, e per garantire che le organizzazioni umanitarie e i volontari in loco abbiano tutte le risorse necessarie a svolgere il loro lavoro efficacemente. Nelle prime due settimane tali bisogni sono alquanto semplici: cibo, acqua, un tetto, medicinali di pronto soccorso. Una volta che i volontari avranno scavato tra le macerie e si saranno trovati tutti gli abitanti di Haiti, vivi e morti; dopo che le strade saranno state pulite e le comunicazioni e l'energia elettrica saranno state ripristinate, Haiti dovrà tornare a rinascere.
La strada per il pieno recupero sarà lunga, ma noi non permetteremo che gli haitiani si ritrovino a camminare da soli. Quando la ricostruzione avrà inizio, ci sarà bisogno di un aiuto ancora maggiore per rendere Haiti più solida e più forte di quello che era prima del terremoto, e ciò implica migliori scuole, edifici più resistenti e sicuri, in grado di reggere in futuro all'impatto di altri disastri naturali; soluzioni che pongano rimedio alle ineguaglianze nell'assistenza sanitaria e nell'istruzione; nuove e diverse industrie che creino posti di lavoro e migliorino le opportunità per i commerci; sviluppo di energia pulita.
Tutte queste sono ottime ragioni per sperare: per la prima volta nell'arco della nostra vita, il governo di Haiti ha deciso di voler costruire un'economia moderna e ha un piano economico a vasto raggio in grado di creare posti di lavoro. Le autorità haitiane hanno dato prova di determinazione nell'affrontare le sfide dell'Aids, con un più consistente aiuto da parte delle organizzazioni private e del Piano di Emergenza per l'Assistenza ai malati di Aids. In Haiti vi sono più organizzazioni non governative pro capite di qualsiasi altro Paese al mondo, eccezion fatta per l'India. I membri della diaspora haitiana, che si trovano a Miami, New York, Toronto e in altre città oltreoceano, si sono attivati e si sentono coinvolti nel futuro del loro Paese d'origine. L'attenzione di tutto il mondo è attualmente puntata su questa piccola isola, dimenticata per troppo tempo.
Le crisi hanno il potere di tirar fuori il meglio dalle persone e nel corso degli anni ne abbiamo avuto varie conferme, specialmente dopo lo tsunami. Il conflitto di Aceh, in Indonesia, si è concluso, mentre la popolazione si impegnava in modo coeso per la ricostruzione. Nelle comunità lungo la costa indiana, le donne che avevano perso il coniuge hanno appreso mestieri redditizi, nell'artigianato e nell'arte, e sono diventate in grado di badare a loro stesse e ai loro figli, più di quanto non fossero mai state in precedenza.
Non dovremmo mai dimenticare i danni subiti e le vite perdute, ma abbiamo una chance per fare le cose meglio di come le abbiamo fatte in passato, di essere vicini migliori di quanto siamo stati, di aiutare il popolo haitiano a realizzare il sogno di una nazione più forte e più sicura. Per riuscire in tutto ciò, però, ci servirà qualcosa di più che il semplice aiuto degli altri governi: ci servono l'innovazione e le risorse delle imprese; le competenze e il know-how delle organizzazioni non governative e delle associazioni religiose; la generosità e l'aiuto dei singoli per comporre i divari e le divergenze. Date anche voi il vostro contributo su www. clintonbushhaitifund. org, dove potrete saperne di più in relazione ai nostri sforzi. Questo è il meno che possiamo fare, e il minimo che la popolazione di Haiti merita. Se faremo del nostro meglio, potremo aiutare Haiti a diventare il meglio di ciò che può essere.
©The New York Times-la Repubblica
Traduzione di Anna Bissanti