"Quelle mani tese verso di noi
in tre milioni hanno bisogno di aiuto"
di MICHELLE HOUGH*
I soccorsi arrivano, ma la distribuzione è ancora difficile e altissimo il numero dei bisognosiIn consegna cibo, acqua, coperte e tende per 50.000 persone. E lo sforzo continua
PORT-AU-PRINCE - Sto guardano le mie email alle 7,30 del mattino. Ci sono richieste da giornalisti per interviste e visite alle distribuzioni di aiuti. La notizia di questi giorni è: perché non arrivano abbastanza aiuti a Haiti? La risposta è: arrivano. Caritas, tra gli altri, ha portato cibo, acqua, tende, coperte, taniche d'acqua e capsule igienizzanti a oltre 22.000 persone, da quando è scoppiato il terremoto. Nei prossimi giorni daremo cibo, acqua e altri generi di prima necessità a 50.000 persone.
Il problema è che ci sono tre milioni di persone a cui servono aiuti. Tre milioni di persone che vivono in un paese dove le strade sono danneggiate e bloccate da macerie, dove l'aeroporto è piccolo e il porto non funziona pienamente, e dove molti palazzi nel capitale e fuori, inclusi quelli del presidente, dei ministeri più il cattedrale, le scuole e le case, sono crollati. Aggiungete a questo che Haiti sta su un'isola e che gli aiu…
Il problema è che ci sono tre milioni di persone a cui servono aiuti. Tre milioni di persone che vivono in un paese dove le strade sono danneggiate e bloccate da macerie, dove l'aeroporto è piccolo e il porto non funziona pienamente, e dove molti palazzi nel capitale e fuori, inclusi quelli del presidente, dei ministeri più il cattedrale, le scuole e le case, sono crollati. Aggiungete a questo che Haiti sta su un'isola e che gli aiu…
PORT-AU-PRINCE - Sto guardano le mie email alle 7,30 del mattino. Ci sono richieste da giornalisti per interviste e visite alle distribuzioni di aiuti. La notizia di questi giorni è: perché non arrivano abbastanza aiuti a Haiti? La risposta è: arrivano. Caritas, tra gli altri, ha portato cibo, acqua, tende, coperte, taniche d'acqua e capsule igienizzanti a oltre 22.000 persone, da quando è scoppiato il terremoto. Nei prossimi giorni daremo cibo, acqua e altri generi di prima necessità a 50.000 persone.
Il problema è che ci sono tre milioni di persone a cui servono aiuti. Tre milioni di persone che vivono in un paese dove le strade sono danneggiate e bloccate da macerie, dove l'aeroporto è piccolo e il porto non funziona pienamente, e dove molti palazzi nel capitale e fuori, inclusi quelli del presidente, dei ministeri più il cattedrale, le scuole e le case, sono crollati. Aggiungete a questo che Haiti sta su un'isola e che gli aiuti devono essere portati con gli aerei e le navi. Un enorme problema.
Sto pensando all'incubo logistico del consegnare così tanti aiuti a così tante persone nel modo più sicuro e veloce in un paese devastato da un terremoto, quando inizia a tremare la terra con forza. Corro in un angolo del cortile della Caritas dove sto lavorando ma se il palazzo crollasse mi schiaccherebbe. Una seconda scossa forte in due giorni - non contando tutte le piccole scosse di ogni giorno. Per la prima volta del mio arrivo in Haiti ho paura. Mi rendo conto che, dopo più di una settimana di molto lavoro e pressioni, poco sonno e cibo è ora di tornare a Roma. Parecchi colleghi qui non rimarranno più di due settimane perché il lavoro è pesante è il peso psicologico del post-terremoto è grande. Ma gli haitiani che hanno perso i cari e che stanno vivendo per strada non hanno la scelta di andare via.
Mercoledì scorso siamo andati a Léogane. Viaggiavamo sul retro di uno dei camion dei caschi blu dell'Onu, insieme ai nostri scatoloni e alle tende. Mentre attraversavamo Port-au-Prince c'erano persone che sollevavano le mani per chiederci di scendere, ci urlavano dietro. Volevano sapere perché non gli davamo aiuto. Ho visto la cattedrale in pezzi per la prima volta. Palazzi, negozi, tutti crollati. Ci sono ancora persone là sotto. Sembra incredibile che ci siano ancora montagne di detriti. Quelli che sono sopravvissuti cercano di solo di tenersi in vita.
Solo una settimana fa non avrei mai immaginato che mi sarei trovata in una città con decine di migliaia di migliaia di cadaveri sotto le macerie. Vorrei che li potessero seppellire, in parte perché possano avere un po' di dignità ma anche perché i loro cari ne hanno bisogno. Finché restano lì sotto sono sicura che molte famiglie rimangono convinte che possano ancora essere salvati.
Lo stato delle strade e del traffico significa che per fare i 30 chilometri fino a Léogane ci vogliono due ore e mezzo. Fa caldo sul retro del camion e mi devo coprire per non bruciarmi.
All'arrivo scarichiamo il camion. C'è gente che ci aspetta e lentamente ne arrivano sempre di più. Centinaia, forse migliaia. Mi monta un po' di ansia per la quantità di persone che si protende verso di noi. A un certo punto mi trovo sola, separata dai miei colleghi e circondata da un gruppo di persone che chiede cibo. Ho quasi paura, alla fine riesco a tornare nel punto di distribuzione.
Le cose migliorano un po' nel parcheggio che i caschi blu dell'Onu hanno recintato, ma c'è ancora tensione nell'aria, tanta che sembra si possa arrivare alla rivolta. Scoppiano un paio di tafferugli, c'è gente che cerca di scavalcare il muro per arrivare alla distribuzione. Sembrano disperati per quello che abbiamo: tende, teli di plastica, capsule per la sterilizzazione dell'acqua, coperte, taniche d'acqua.
I caschi blu argentini sono bravissimi a mantenere l'ordine con fermezza e gentilezza. Portano la gente in un unico flusso all'interno del parcheggio, e li accompagnano fuori. Devono mandar via alcuni. E a un certo punto dobbiamo interrompere la distribuzione perché fuori sono scoppiati incidenti.
Un altro viaggio di due ore e mezzo alla volta di Port-au-Prince. Mentre cala la notte, alcuni accendono i fuochi. Anche se ci sono oltre trenta gradi, per loro qui è inverno. Le notti sono fredde, soprattutto se dormi all'aperto.
*Responsabile comunicazione Caritas Internationalis
Il problema è che ci sono tre milioni di persone a cui servono aiuti. Tre milioni di persone che vivono in un paese dove le strade sono danneggiate e bloccate da macerie, dove l'aeroporto è piccolo e il porto non funziona pienamente, e dove molti palazzi nel capitale e fuori, inclusi quelli del presidente, dei ministeri più il cattedrale, le scuole e le case, sono crollati. Aggiungete a questo che Haiti sta su un'isola e che gli aiuti devono essere portati con gli aerei e le navi. Un enorme problema.
Sto pensando all'incubo logistico del consegnare così tanti aiuti a così tante persone nel modo più sicuro e veloce in un paese devastato da un terremoto, quando inizia a tremare la terra con forza. Corro in un angolo del cortile della Caritas dove sto lavorando ma se il palazzo crollasse mi schiaccherebbe. Una seconda scossa forte in due giorni - non contando tutte le piccole scosse di ogni giorno. Per la prima volta del mio arrivo in Haiti ho paura. Mi rendo conto che, dopo più di una settimana di molto lavoro e pressioni, poco sonno e cibo è ora di tornare a Roma. Parecchi colleghi qui non rimarranno più di due settimane perché il lavoro è pesante è il peso psicologico del post-terremoto è grande. Ma gli haitiani che hanno perso i cari e che stanno vivendo per strada non hanno la scelta di andare via.
Mercoledì scorso siamo andati a Léogane. Viaggiavamo sul retro di uno dei camion dei caschi blu dell'Onu, insieme ai nostri scatoloni e alle tende. Mentre attraversavamo Port-au-Prince c'erano persone che sollevavano le mani per chiederci di scendere, ci urlavano dietro. Volevano sapere perché non gli davamo aiuto. Ho visto la cattedrale in pezzi per la prima volta. Palazzi, negozi, tutti crollati. Ci sono ancora persone là sotto. Sembra incredibile che ci siano ancora montagne di detriti. Quelli che sono sopravvissuti cercano di solo di tenersi in vita.
Solo una settimana fa non avrei mai immaginato che mi sarei trovata in una città con decine di migliaia di migliaia di cadaveri sotto le macerie. Vorrei che li potessero seppellire, in parte perché possano avere un po' di dignità ma anche perché i loro cari ne hanno bisogno. Finché restano lì sotto sono sicura che molte famiglie rimangono convinte che possano ancora essere salvati.
Lo stato delle strade e del traffico significa che per fare i 30 chilometri fino a Léogane ci vogliono due ore e mezzo. Fa caldo sul retro del camion e mi devo coprire per non bruciarmi.
All'arrivo scarichiamo il camion. C'è gente che ci aspetta e lentamente ne arrivano sempre di più. Centinaia, forse migliaia. Mi monta un po' di ansia per la quantità di persone che si protende verso di noi. A un certo punto mi trovo sola, separata dai miei colleghi e circondata da un gruppo di persone che chiede cibo. Ho quasi paura, alla fine riesco a tornare nel punto di distribuzione.
Le cose migliorano un po' nel parcheggio che i caschi blu dell'Onu hanno recintato, ma c'è ancora tensione nell'aria, tanta che sembra si possa arrivare alla rivolta. Scoppiano un paio di tafferugli, c'è gente che cerca di scavalcare il muro per arrivare alla distribuzione. Sembrano disperati per quello che abbiamo: tende, teli di plastica, capsule per la sterilizzazione dell'acqua, coperte, taniche d'acqua.
I caschi blu argentini sono bravissimi a mantenere l'ordine con fermezza e gentilezza. Portano la gente in un unico flusso all'interno del parcheggio, e li accompagnano fuori. Devono mandar via alcuni. E a un certo punto dobbiamo interrompere la distribuzione perché fuori sono scoppiati incidenti.
Un altro viaggio di due ore e mezzo alla volta di Port-au-Prince. Mentre cala la notte, alcuni accendono i fuochi. Anche se ci sono oltre trenta gradi, per loro qui è inverno. Le notti sono fredde, soprattutto se dormi all'aperto.
*Responsabile comunicazione Caritas Internationalis