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Da WikiLeaks i segreti dell'Iraq
ma i pacifisti si spaccano

In uscita 400mila file, ma aumentano le critiche: per molti è un errore non cancellare i nomi dei collaboratori degli Stati Uniti
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È QUESTIONE di ore, al massimo di giorni, prima che WikiLeaks si renda protagonista della più grande fuga di documenti segreti della Storia. Il sito è pronto a rendere pubblici 400mila file riguardanti le operazioni di guerra in Iraq fra il 2004 e il 2009. Gli atti riguarderanno alcune delle più controverse operazioni e la mole - quelli sull´Afghanistan erano 75mila - è tale che dell´operazione si parlerà a lungo. Per rispondere il Pentagono ha costituito un team di 120 persone pronto a contrastare le polemiche che, inevitabilmente, sorgeranno. Ma per Julian Assange - volto pubblico del drappello di hacker, attivisti e informatici diventati l´incubo dei servizi segreti - la sfida più dura arriva dall´interno del gruppo che ha contribuito a creare.

In queste settimane WikiLeaks sta vivendo la maggiore crisi della sua storia. Una serie di dimissioni a catena ha visto uscire dal gruppo alcuni dei personaggi-chiave c…
È QUESTIONE di ore, al massimo di giorni, prima che WikiLeaks si renda protagonista della più grande fuga di documenti segreti della Storia. Il sito è pronto a rendere pubblici 400mila file riguardanti le operazioni di guerra in Iraq fra il 2004 e il 2009. Gli atti riguarderanno alcune delle più controverse operazioni e la mole - quelli sull´Afghanistan erano 75mila - è tale che dell´operazione si parlerà a lungo. Per rispondere il Pentagono ha costituito un team di 120 persone pronto a contrastare le polemiche che, inevitabilmente, sorgeranno. Ma per Julian Assange - volto pubblico del drappello di hacker, attivisti e informatici diventati l´incubo dei servizi segreti - la sfida più dura arriva dall´interno del gruppo che ha contribuito a creare.

In queste settimane WikiLeaks sta vivendo la maggiore crisi della sua storia. Una serie di dimissioni a catena ha visto uscire dal gruppo alcuni dei personaggi-chiave che hanno contribuito a crearlo e renderlo quello che è: «Molte persone stanno abbandonando - conferma un ex volontario che chiede di restare anonimo - Temiamo che sui file dell´Iraq ci siano le stessi problemi che ci sono stati con quelli dell´Afghanistan e non siamo d´accordo». Quello che "gli scissionisti" pensano è che in Rete finiranno documenti in cui - come già avvenuto - i riferimenti alle persone che hanno collaborato con gli americani non sono stati eliminati. Questo è stato uno dei punti più controversi della diffusione dei file afgani: diverse ong hanno attaccato Assange. «Per mesi abbiamo chiesto un´assemblea per discutere di questo e altri temi: della trasparenza, del modo in cui le decisioni vengono prese. Non ci ha mai risposto», dice la fonte.

Fra i punti alla base della rottura c´è anche la personalità stessa di Assange: troppo accentratrice e dominante, tanto da aver offuscato lo scopo di WikiLeaks, dicono gli ex membri. Che non hanno gradito neanche la maniera in cui l´australiano ha gestito le accuse di stupro arrivategli dalla Svezia: «Il progetto - sostengono - non deve essere confuso con la sua vita privata».

Le dimensioni della diaspora sono difficili da quantificare visto il livello di segretezza che circonda il gruppo ma, ammettono gli stessi fedelissimi di Assange, a lasciare sono state diverse persone con un «ruolo significato». E che dunque, potenzialmente, potrebbero mettere in crisi il sistema. «La maniera in cui Julian ha risposto a ogni critica è diventata inaccettabile, per me e per molti altri» dice il più noto degli scissionisti, Daniel Domscheit-Berg, ex numero due di Assange, che ha dato le dimissioni a settembre. «Un gruppo di persone molto importanti è andata via, non solo io».

Come altri, Domscheit-Berg usa nei confronti dei vecchi compagni toni molto duri: eppure i fedelissimi di Assange preferiscono non chiamare questa crisi una guerra. «Abbiamo vissuto una fase di transizione, siamo stati al centro dell´attenzione e ora dobbiamo adattarci alla nuova realtà», dice Kristinn Hrafnsson, che sta lavorando ai file sull´Iraq.

Ma a rendere importante la divisione c´è il fatto che alcuni dei tecnici che hanno messo a punto il sistema dei leaks (quello che consente di ricevere e diffondere in modo anonimo i documenti) sono parte del gruppo che ha lasciato. «I tecnici sono con noi», dice uno degli ex membri. Quanto è vero? Hrafnsson ammette che «uno dei tecnici ha scelto di uscire». Di certo c´è che il sito è bloccato dal 29 settembre: una «manutenzione» che ha fatto sorgere diversi interrogativi fra gli esperti.

Qualunque sia il loro numero, la presenza dei tecnici rende ancora più interessante l´interrogativo di dove andrà chi ha lasciato Assange: «Quello che posso dire ora è che io e altri crediamo che l´idea che sta dietro a WikiLeaks sia importante e vada tenuta in vita», spiega Domscheit-Berg. Un nuovo sito? L´avvocato Guido Scorza, specialista in diritto delle nuove tecnologie e politica dell´innovazione non è certo che potrebbe creare problemi a WikiLeaks: «In Rete finora - sostiene - il primo ha vinto sempre: è difficile superarlo».

Cosa pensa Assange? Il fondatore di WikiLeaks - contattato per due canali diversi - ha rifiutato di rilasciare commenti per questo articolo. Presto il suo nome sarà di nuovo su tutti i siti del mondo: difficile sapere quanto a lungo durerà la gloria, nell´effimero mondo del web.