Esteri

L'ANALISI

Obama e la scommessa
del voto afroamericano

Il presidente in campo in prima persona nella speranza di recuperare lo svantaggio con i repubblicani in vista delle elezioni di midterm. Con Michelle girerà nove città in 15 giorni. L'effetto Barack sembra ormai limitato agli afroamericani, che il 2 novembre saranno determinanti in una ventina di sfide fondamentali

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NEW YORK - Barack Obama ha due miti da sfatare. Ma il primo - dimostrare che Archimede aveva ragione nello show tv "Miti da sfatare", a cui è stato invitato a partecipare - sembra un gioco da ragazzi rispetto alla monumentale battaglia che lo aspetta: colmare lo svantaggio con i repubblicani nei 15 giorni che restano da qui alle elezioni del 2 novembre. "Non lasciate che vi dicano che il cambiamento non è possibile", ha urlato l'altra sera alle 35mila persone accorse a Columbus inneggiando "Yes We Can", come ai bei tempi.

Era la prima volta, dal novembre 2008, che Obama scendeva in campo con Michelle al suo fianco. "Ho l'onore di presentarvi... Michelle Obama!". "Ecco a voi... il presidente degli Stati Uniti!". La coppia ha giocato a elettrizzare la folla, ma la first lady è ormai una veterana: la campagna elettorale l'ha cominciata ben prima di lui, lei che l'ha ormai sorpassato anche nei sondaggi, e insieme a Bill Clinton - che un sondaggio ha incoronato "il politico democratico più amato di sempre" - s'è incaricata di guidare la riscossa dei democratici.

Con che risultati?  Per la verità i numeri dicono che i repubblicani hanno aumentato il loro vantaggio, otto punti, persino a Cleveland, dove gli Obama sono andati a perorare la causa del governatore Ted Strickland, che resta però sfavorito rispetto al repubblicano John Kasich. Eppure il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, giura nei talk show tv che il partito del presidente riuscirà a tenere la maggioranza sia alla Camera che al Senato e gli strateghi democratici sperano che i comizi della "first coppia", nove città in 15 giorni, più massacrante del tour di una rockstar, possano davvero fare la differenza. L'ottimismo della volontà? Yes We Can, ce la possiamo fare, ripetuto come un mantra all'ennesima potenza? No, c'è dell'altro. L'effetto Obama esiste davvero anche se - ammette perfino un analista democratico come Brad Woodhouse - limitato ormai a una sola categoria di voto: l'elettorato black. Basterà?

Due anni fa furono 15 milioni gli afroamericani che si presentarono al seggio per esprimere la loro preferenza, e indovinate per chi. Certo: nel 2008 gli exit poll davano a Obama il 95 per cento dei consensi tra i neri. I neri sono quelli che pagano di più per la disoccupazione, ricorda lo stratega repubblicano Doug Heye, che cita quel drammatico 16,1 per cento superiore di ben sette punti alla media nazionale. Ma gli ultimi sondaggi del Pew danno comunque il gradimento di Barack, tra gli afroamericani, all'88 per cento. E David Bositis, un ricercatore del Joint Center for Political and Economic Studies, dice che il voto nero può influenzare una ventina di sfide fondamentali: praticamente la metà di quelle che i repubblicani avrebbero bisogno di vincere per conquistare la maggioranza alla Camera.

Il piccolo particolare è che neri e giovani, cioè le categorie più deboli ma più vicine a Obama, storicamente votano più alle presidenziali che alle elezioni di midterm. Barack lo sa bene. E per questo nel rush finale della campagna sta cercando di rimettere se stesso al centro della sfida. L'altro giorno l'ha detto chiaro e tondo. Il 2008 è stato "solo l'inizio del viaggio", ha urlato a una platea composta soprattutto da neri. "Quelli", i repubblicani, "pensano: oh, bene, in lista non c'è il nome di Obama, quindi non andranno a votare. E allora state bene a sentire: ho bisogno che capiate bene che queste elezioni sono la nostra chance".

Obama ci crede e ci prova. E l'altra sera, a Columbus, Ohio, sembrava davvero di essere tornati all'entusiasmo del 2008. A meno che tutta quella folla non fosse venuta per sentire quell'altra leggenda dei neri: John Legend, appunto. Il cantante.