Esteri

Costa d'Avorio nel caos
Almeno 20 i morti

Scontri tra i sostenitori dei due presidenti. Il Paese sull'orlo della guerra civile. I seguaci di Ouattara hanno marciato contro la tv di Gbagbo. L'esercito ha aperto il fuoco ed è stata strage

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ABIDJAN - Quello che era prevedibile è accaduto: dopo venti giorni di stallo istituzionale, la crisi in Costa d'Avorio degenera in violentissimi scontri e trascina il paese sull'orlo di una guerra civile. Sul terreno restano 8 morti e decine di feriti, ma alcune fonti parlano di almeno 20 vittime. La situazione nella capitale Abidjan è in pieno caos e la tensione che si respira nell'aria è incandescente. Gli ex ribelli delle Forces nouvelles, sostenitori del presidente Alassane Ouattara, uscito vincitore alle elezioni del 28 novembre scorso, hanno organizzato una marcia verso la sede della televisione statale Rti presidiata dai soldati delle Forces de défence et de sécurité (Fds). Si tratta di uomini fedeli all'ex presidente Laurent Gbagbo che ha contestato l'esito della consultazione e ha ottenuto la vittoria con un verdetto del Consiglio Costituzionale da lui controllato.

L'obiettivo non era solo simbolico. Si voleva prendere possesso dei locali dell'emittente, l'unica a fornire informazione nel paese e legata a Gbagbo. Migliaia di persone hanno aderito all'appello e sin dall'alba si sono riversate per strada. Ma sono state subito bloccate dai soldati e dalla polizia che è intervenuta con lanci di lacrimogeni. Sono spuntate le pistole e i fucili automatici. E' iniziata una sparatoria: quattro manifestanti sono stati colpiti a morte. Mentre una parte della città appariva tranquilla, con i negozi aperti, i taxi e gli autobus che circolavano e alcuni si concedevano il consueto jogging, in un'altra gli ex ribelli delle Forces nuovelles sono ricorsi ai bazooka e ai mortai. I soldati dell'esercito fedele a Gbagbo hanno sigillato tutto il perimetro dell'area attorno alla televisione con carri armati e blindati muniti di mitragliatrici.

Per evitare l'affluenza dei manifestanti, polizia e militari sono intervenuti nelle zone della città dove vivono i sostenitori di Ouattara e vicino all'hotel "Du Golf" dove il vincitore delle elezioni ha organizzato il suo quartiere generale protetto da 800 caschi blu dell'Unoci. Qui sono avvenuti nuovi scontri e qui sono morte le altre sette persone, sempre colpite dai proiettili. Nel primo pomeriggio la manifestazione si è sciolta e i sostenitori di Ouattara hanno rinunciato a conquistare la televisione di Stato. Ma già per stamane è prevista una nuova marcia che punterà direttamente sulla "Primature", la sede del Parlamento.

La crisi ivoriana desta forte allarme in tutta la comunità internazionale: si chiede al vecchio presidente di lasciare il potere. Gli Usa sono pronti a varare delle sanzioni, la Comunità europea ha congelato gli averi di undici personalità legate a Gbagbo. Le Nazioni unite, superando il veto della Russia, si apprestano a varare una risoluzione di condanna. Il direttore generale Ban Ki-Moon teme un bagno di sangue, esorta l'ex presidente a rispettare l'esito delle elezioni. Si riaffaccia l'incubo della guerra civile. Ouattara invita la gente a ribellarsi e "a non farsi distrarre da questa dittatura dei cari armati". Ma Gbago è irremovibile. Mette in guardia francesi e comunità internazionale e non interferire negli affari interni del paese. Contro ogni legittimo verdetto resta ancorato al suo potere.