Esteri

Il reportage

Abbottabad, davanti alla casa di Osama
che rischia di diventare un "santuario"

Le donne "invisibili" e i bambini: i vicini raccontano. "Se i ragazzi giocando facevano finire la palla oltre quel muro, non gliela restituivano"

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ABBOTTABAD - "Mi sa che gli americani hanno sbagliato i calcoli, questa casa potrebbe diventare un vero e proprio santuario per onorare Bin Laden". Di fronte al compound dove il leader di Al Qaeda è stato ucciso dal commando di Navy Seals, centinaia di persone passeggiano avanti e indietro. Sono le otto di sera, è calato già il buio ma continuano ad arrivare, una lunga processione lungo la stradina sterrata in mezzo ai ciuffi d'erba. Davanti al portone, due militari in camicia e basco blu respingono inflessibili chi chiede di entrare, i ragazzini setacciano palmo a palmo le possenti mura di cinta, nella vana speranza di trovare ancora qualche resto dell'elicottero fatto esplodere dai giustizieri di Bin Laden.

Sharif ridacchia, "ora tutti hanno qualcosa da raccontare, in realtà nessuno si era accorto di nulla". I vicini di casa dell'uomo più ricercato del mondo non sono d'accordo. L'Hashmi Colony è una villa a un centinaio di metri dal compound, in tre chiaccherano lì davanti: "Impossibile non notare quei vicini così strani, così riservati". Imra ha una ventina d'anni, la barba incolta e abita un po' più distante, ma è pronto a giurare che "i due uomini che ogni tanto entravano e uscivano da quella fortezza qualche contatto con i locali lo hanno avuto". Quei due uomini sono stati identificati dalla stampa locale come Arshad e Tariq Khan. Il primo, secondo alcune fonti non confermate, sarebbe uno pseudonimo di Abu Ahmed, l'ormai celebre corriere di Bin Laden intercettato dalla Cia. I due, sostengono alcuni vicini, dicevano di venire "dal nord-ovest", erano "gentili ed educati, affettuosi con i bambini". Altri danno una versione differente: per esempio, che fossero terribilmente riservati, e molto raramente si facessero vedere all'esterno della loro abitazione. Una riservatezza custodita in modo talmente rigoroso che - racconta un altro vicino - "se capitava che ai ragazzini del vicinato finisse una pallina da cricket al di là del muro di cinta, non potevano nemmeno andarla a riprendere". Qualcuno pensava fossero uomini d'affari, i più maligni credevano che fossero trafficanti di droga. Ogni tanto "entravano e uscivano delle automobili, normali, di media cilindrata". Taliban? "No, non direi, solo e sempre quei due". E le donne? "Mai viste uscire, ma questo in Pakistan può capitare".

"Che ci fosse Bin Laden nessuno lo poteva sospettare", ribatte Rashid, "forse aveva capito qualcosa Shamrez, altrimenti perché lo hanno arrestato?". Shamrez Khan ha 50 anni e i soldati lo hanno portato via lunedì sera, unico arrestato al di fuori di coloro che vivevano con lo sceicco di Al Qaeda. "È un povero contadino, lo hanno preso mentre, come tanti altri, stava guardando cosa facevano i militari, non c'entra niente con questa storia". Inutili sono state le proteste del figlio ventenne Mohammed Qasim: di Shamrez non si sa più nulla se non che "lo hanno preso in custodia i militari".
Qualcuno aveva capito che dietro quelle mura invalicabili si nascondevano donne e bambini, almeno una dozzina trovati con le mani legate dopo il blitz americano e portati via dalle forze di sicurezza pachistane. Ma nessuno poteva immaginare che ci fosse la più giovane delle mogli di Bin Laden, Amal Ahmed Abdul Fatah, 29 anni, colei che ha tentato di difendere il marito scagliandosi contro i Navy Seals e restando ferita. La donna, di cui ieri è stata diffusa una fotografia, era la più giovane delle cinque mogli e probabilmente la favorita. Regalatagli quando era poco più che una bambina, al leader di Al Qaeda ha dato tre figli, un maschio e due bambine. Era con lui nella camera da letto quando è iniziato il blitz, adesso si trova insieme agli altri familiari in un ospedale di Rawalpindi, guardata a vista da un plotone di truppe scelte.

"Come hanno vissuto gli ultimi giorni? Lo sanno solo loro, credo esattamente come hanno vissuto in questi mesi, se non anni. Dentro le mura, le donne ad accudire i figli e a pregare da brave mamme islamiche", ipotizza un uomo che vive in una villetta riverniciata fresca di bianco. I vicini non sanno come Bin Laden e famiglia abbiano trascorso i loro ultimi giorni, ma tutti si ricordano perfettamente di quella notte tra domenica e lunedì. Le versioni non coincidono, l'unica certezza "il rumore degli elicotteri e una grande esplosione". Imra e Ali sostengono che "i soldati domenica ci hanno detto di restare a casa, o forse erano poliziotti", gli altri di questa storia non sanno "assolutamente nulla". In mezzo a quella gente corsa fin qui, almeno pubblicamente, non c'è nessuno che difenda il capo di Al Qaeda. "Siamo venuti per curiosità", dicono due ragazzi che si tengono per mano. "Io sono contro l'integralismo, Al Qaeda e i Taliban non rappresentano l'Islam", aggiunge un padre che è lì con tre figlioletti e una ragazza velata dai vestiti coloratissimi. "Voi occidentali dimenticate una cosa: che dall'11 settembre il Pakistan è il paese che ha pagato il prezzo di sangue più alto nella guerra al terrorismo, trentamila morti in dieci anni".

Il caseggiato più famoso del mondo è a un tiro di schioppo dall'accademia militare "Kakul", fiore all'occhiello dell'esercito e dei servizi segreti pachistani (Isi), eppure il potere più potente del paese non si è accorto di nulla. Almeno nella versione ufficiale. Il padre di Ali è un colonnello in pensione e il ragazzo dopo varie telefonate con il cellulare riesce a convincerlo a parlare. Lo incontriamo davanti alla scuola Edward Montessori ("la Montessori più vera", recita il grande cartellone pubblicitario), dice e non dice, ipotizza e smentisce. "Possibile che nessuno si sia accorto di nulla? Ne dubito, ingannare l'Isi è difficile, però io devo credere a quanto dicono ufficialmente. Sicuramente Bin Laden era protetto da qualcuno, qui in Pakistan, ma questo non significa che i protettori siano da cercare nell'esercito o tra i servizi. Però è anche difficile credere che in un paese come il nostro, dove i vicini sanno tutto dei vicini, la sua presenza sia passata inosservata".

Il colonnello ("niente nomi, please") ragiona da militare anche sulla dinamica dell'azione del commando americano. "Due elicotteri, o tre, che arrivano dall'Afghanistan fino a qui? Nei mesi scorsi l'esercito se ne accorgeva non appena entravano nei nostri cieli per inseguire i Taliban in fuga. Però i Navy Seals sono tra le forze speciali più addestrate al mondo, tutto è possibile". Sembra poco convinto delle ricostruzioni della stampa Usa ("la seguo sui siti internet"), non crede proprio che a difesa di Bin Laden ci fossero solo due o tre guardie del corpo. "Come spiega che la battaglia sia durata almeno venti minuti? E Bin Laden disarmato? Potevano prenderlo vivo allora. O forse lo volevano solo morto".