NEW YORK – "La luce di una pace sicura è in vista, la marea delle guerre si ritira, è tempo di concentrarci sui bisogni del nostro popolo. La missione di ricostruire nazioni comincia a casa nostra, concludiamo i combattimenti e riprendiamoci il sogno americano, per questa generazione e per le prossime". Solo 14 minuti, un discorso solenne in diretta tv dalla Casa Bianca: così Barack Obama annuncia che il ritiro dei soldati americani dall’Afghanistan è iniziato. Diecimila tornano a casa entro la fine di quest’anno, per arrivare a un totale di 33.000 entro l’estate 2012: al massimo a settembre, cioè due mesi prima delle elezioni presidenziali.
"Stasera posso annunciarvi che ho mantenuto il mio impegno", così esordisce Obama ricordando il discorso di tenore ben diverso che fece nel novembre 2009 all’accademia militare di West Point: allora fu l’annuncio del 'surge', l’escalation militare con l’invio di 33.000 soldati aggiuntivi al fronte (arrivando così a un totale di centomila americani). La missione enunciata nel 2009 era chiara: "Invertire la tendenza, ricacciare indietro i talebani che stavano riconquistando terreno".
Oggi Obama non usa il famigerato slogan "missione compiuta" (usato a sproposito da George Bush) ma il senso è chiaro. Assicura che i talebani hanno perso forza, al punto che oggi, da posizioni di forza, l’America può tendere il ramoscello d’ulivo, invitarli ai negoziati di pace col governo Karzai, a condizione che "rinuncino alla violenza, e rispettino la Costituzione" (quindi anche i diritti umani e in particolare quelli faticosamente conquistati dalle donne).
E poi c’è stata l’uccisione di Osama Bin Laden, naturalmente, che il presidente rievoca citando le parole di un soldato dei Seal, il commando che eliminò il capo di Al Qaeda: "L’America non dimentica". Obama assicura che "mai finché sarò io presidente si potranno ricostituire dei santuari per tornare a colpire l’America". Conferma che il ritiro dei 33.000 entro l’estate prossima è solo l’inizio: poi si proseguirà con la tabella di marcia che prevede il ritorno di tutte le truppe da combattimento, il passaggio di ogni responsabilità di sicurezza nelle mani degli afgani entro il 2014.
Convoca a Chicago nel maggio 2012 (in coincidenza col G8) una grande conferenza internazionale con gli alleati Nato sul futuro dell’Afghanistan. Promette di proseguire la caccia ai terroristi anche in Pakistan: "nessun santuario" neppure nel paese che ha ospitato fino alla morte Bin Laden.
Ma nel discorso di Obama colpiscono soprattutto i toni che segnano la fine di un’èra. La dottrina Obama è la ricerca di una terza via tra due estremi altrettanto pericolosi: "Coloro che vorrebbero un’America in ritirata da tutte le responsabilità internazionali; e chi ci spinge a intervenire per raddrizzare ogni torto, fino a dilatare oltremisura i nostri impegni". E invece "quando le nostre forze possono essere usate in modo mirato dobbiamo farlo, non ricorrere a dispiegamenti massicci; quando è necessario arrestare un massacro lo si può fare insieme agli alleati come in Libia". Ciò che distingue l’America sono i suoi valori, è difendendo questi valori che si proteggono i propri interessi.
Obama ha un tono drammatico quando conclude sul fatto che "l’America è reduce da un decennio difficile, abbiamo imparato tutti i costi delle guerre". Cita anzitutto ai costi umani, vi aggiunge anche quelli economici: "oltre mille miliardi". Poiché "non siamo un impero", queste spese sono insostenibili. Del resto "la forza vera dell’America è sempre stata nelle opportunità che ha saputo creare in patria, per i propri cittadini". È tempo di tornare a concentrarsi su quelle, a investire in infrastrutture, energia verde. Perché quel "sogno americano" di opportunità per tutti si è fatto tremendamente raro e sfuggevole in questa crisi.
"Stasera posso annunciarvi che ho mantenuto il mio impegno", così esordisce Obama ricordando il discorso di tenore ben diverso che fece nel novembre 2009 all’accademia militare di West Point: allora fu l’annuncio del 'surge', l’escalation militare con l’invio di 33.000 soldati aggiuntivi al fronte (arrivando così a un totale di centomila americani). La missione enunciata nel 2009 era chiara: "Invertire la tendenza, ricacciare indietro i talebani che stavano riconquistando terreno".
Oggi Obama non usa il famigerato slogan "missione compiuta" (usato a sproposito da George Bush) ma il senso è chiaro. Assicura che i talebani hanno perso forza, al punto che oggi, da posizioni di forza, l’America può tendere il ramoscello d’ulivo, invitarli ai negoziati di pace col governo Karzai, a condizione che "rinuncino alla violenza, e rispettino la Costituzione" (quindi anche i diritti umani e in particolare quelli faticosamente conquistati dalle donne).
E poi c’è stata l’uccisione di Osama Bin Laden, naturalmente, che il presidente rievoca citando le parole di un soldato dei Seal, il commando che eliminò il capo di Al Qaeda: "L’America non dimentica". Obama assicura che "mai finché sarò io presidente si potranno ricostituire dei santuari per tornare a colpire l’America". Conferma che il ritiro dei 33.000 entro l’estate prossima è solo l’inizio: poi si proseguirà con la tabella di marcia che prevede il ritorno di tutte le truppe da combattimento, il passaggio di ogni responsabilità di sicurezza nelle mani degli afgani entro il 2014.
Convoca a Chicago nel maggio 2012 (in coincidenza col G8) una grande conferenza internazionale con gli alleati Nato sul futuro dell’Afghanistan. Promette di proseguire la caccia ai terroristi anche in Pakistan: "nessun santuario" neppure nel paese che ha ospitato fino alla morte Bin Laden.
Ma nel discorso di Obama colpiscono soprattutto i toni che segnano la fine di un’èra. La dottrina Obama è la ricerca di una terza via tra due estremi altrettanto pericolosi: "Coloro che vorrebbero un’America in ritirata da tutte le responsabilità internazionali; e chi ci spinge a intervenire per raddrizzare ogni torto, fino a dilatare oltremisura i nostri impegni". E invece "quando le nostre forze possono essere usate in modo mirato dobbiamo farlo, non ricorrere a dispiegamenti massicci; quando è necessario arrestare un massacro lo si può fare insieme agli alleati come in Libia". Ciò che distingue l’America sono i suoi valori, è difendendo questi valori che si proteggono i propri interessi.
Obama ha un tono drammatico quando conclude sul fatto che "l’America è reduce da un decennio difficile, abbiamo imparato tutti i costi delle guerre". Cita anzitutto ai costi umani, vi aggiunge anche quelli economici: "oltre mille miliardi". Poiché "non siamo un impero", queste spese sono insostenibili. Del resto "la forza vera dell’America è sempre stata nelle opportunità che ha saputo creare in patria, per i propri cittadini". È tempo di tornare a concentrarsi su quelle, a investire in infrastrutture, energia verde. Perché quel "sogno americano" di opportunità per tutti si è fatto tremendamente raro e sfuggevole in questa crisi.