Esteri

IL CASO

Battisti: "Chiedo perdono, ma non mi pento"
Frattini: "Parole orribili, il Brasile ci ascolti"

Torna a parlare in una nuova intervista l'ex militante dei Pac, negando la partecipazione diretta agli attacchi terroristici ma dicendosi pronto ad una riconciliazion e. I familiari dellevittime: "Abbia il pudore di tacere". Il ministro La Russa chiede un "passo diplomatico"

2 minuti di lettura
SAN PAOLO - Chiede perdono, ma non gli piace la parola "pentimento". Rimpiange l'Italia del passato, che "ancora sognava, un paese che lottava per la giustizia". Dice di aver voltato pagina rispetto agli anni '70, di averlo dimostrato "con i fatti e con una vita trasparente" si dice pronto ad una "riconciliazione". Torna a parlare Cesare Battisti, dopo l'ultima intervista rilasciata pochi giorni fa al quotidiano brasiliano Folha. Questa volta parla all'Ansa nella casa messa a disposizione da un amico brasiliano a Cananeia, sul litorale di San Paolo.

Un colloquio in cui, a tre mesi dalla riconquistata libertà grazie alla sentenza dell'Alta Corte brasiliana che gli ha aperto le porte di una nuova vita in Brasile - decisione che in Italia ha provocato sgomento e polemiche - ammette le proprie "responsabilità politiche" ma nega la sua partecipazione diretta agli attacchi terroristici. Allo stesso tempo, l'ex militante dei Proletari armati per il Comunismo, respinge il termine "pentimento": "Non mi piace, è una ipocrisia, sinonimo di delazione, è legata alla religione".

"Chiedo perdono come responsabile politico, non come responsabile militare di una partecipazione diretta agli attentati", argomenta. "Sento responsabilità - prosegue Battisti - per aver partecipato ai Proletari armati per il comunismo e mi assumo oggi una responsabilità maggiore di quella reale, di quella cioè che avevo all'epoca perché ero un ragazzino".

Le responsabilità "maggiori" sono proprio quelle "politiche", prosegue, indicando che ormai "da anni" è in una posizione di "autocritica e riconsiderazione" di tali fatti. "Il punto - tiene a precisare - è che non ci sia confusione", che tale assunzione di responsabilità "non voglia dire confessione di partecipazione diretta" agli attentati.

Parole che irritano e offendono i figli delle vittime e suscitano una netta condanna da parte del ministro degli Esteri Franco Frattini. Battisti "è stato mollato dagli amici e ora cambia versione. Non può voltare pagina ma solo continuare a mentire. L'unico modo che avrebbe per farlo è sottoporsi a un giudizio popolare e mostrare le prove della sua innocenza di cui parla da anni e che non si sono mai viste", commenta Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi, il gioielliere ucciso dai Pac nel 1979 a Milano.

Le sue dichiarazioni, dice il figlio del gioielliere ucciso, "sono un'offesa ulteriore". Almeno abbia "il pudore di tacere", aggiunge. "Quello che continuiamo a chiedere è che Cesare Battisti accetti di scontare la pena e quindi torni in Italia".

Di riconciliazione non vuol sentire parlare neppure Adriano Sabbadin, figlio di Lino, il macellaio di Santa Maria di Sala (Venezia), ucciso da un commando il 16 febbraio 1979. "E' sempre il solito ipocrita - commenta Sabbadin - chissà quando troverà la dignità di tacere per sempre. E' arrivato il momento che taccia. La smetta di girare il coltello nella piaga. Dice che non è pentito? Si vergogni, ha la stessa responsabilità di tutti gli altri anche se non ha sparato". Al figlio dell'uomo ucciso dai Pac poco importa ora sapere che Battisti riconosce responsabilità politiche. "La smetta di tormentarci", chiede invece.

Le parole di Battisti riaccendono la polemica politica in Italia, che con Brasilia ha un contenzioso aperto per la decisione della Corte di non estradare Battisti, condannato all'ergastolo in contumacia per quattro omicidi. "Sono dichiarazioni orribili che ovviamente non meritano nessuna risposta da parte istituzionale", taglia corto il ministro Frattini. Che chiede al Brasile di accogliere le richieste di Roma: "Il Brasile deve comprendere che
ormai è il momento serio di dare corso a quella richiesta italiana che ho formulato già da tre settimane di costituire il Collegio di conciliazione per andare alla Corte internazionale", dice il titolare della Farnesina. 

E Ignazio La Russa chiede un passo diplomatico: "Non mi rassegno al fatto che non sia stato estradato e credo che l'Italia debba fare un passo con le autorità brasiliane affinchè cessi questo stillicidio di parole offensive", dichiara il ministro della Difesa.