Esteri

L'INTERVISTA

Attentati Nuova Delhi, parla Suketu Mehta
"L' India non può rinunciare al suo Dna"

Nel giorno dell'attacco alla capitale politica del paese, il celebre scrittore indiano parla del suo paese, del terrorismo e dell'importanza di una società aperta di VALERIA FRASCHETTI

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ROMA - "L'India non smetterà mai di essere vittima del terrorismo. Perché non può rinunciare al suo Dna. Che è quello che ne fa una società aperta, una democrazia porosa, dove il controllo della polizia è basso e la libertà di movimento altissima". A parlarci al telefono dalla sua casa newyorchese è lo scrittore indiano Suketu Mehta che, proprio nel suo romanzo più famoso, Maximum City. Bombay città degli eccessi (Einaudi), un magistrale reportage sulla più caotica metropoli del Subcontinente, ha ben descritto quella porosità della società indiana di cui parla.

Tre anni fa, gli attentati di Mumbai. Due mesi fa, bombe nella capitale economica. Oggi, in quella politica. Davvero l'India non può fare nulla?
"Purtroppo molto poco, almeno finché il Pakistan continuerà ad essere uno Stato fallito, in guerra civile, in cui varie forze in lotta tra loro per il potere sono accomunate solo dall'odio per l'India. Che viene usata come target dai gruppi terroristici per emergere in questo scontro interno. Colpire l'India li premia. Le bombe indiane sono un effetto collaterale del caos pachistano".

Lei, quindi, dà credito alla rivendicazione degli islamisti Harkat-ul-jihad al-islami?
"Non si hanno prove certe ancora e non amo fare speculazioni su certi temi. Certo è che molti attacchi sul suolo indiano sono stati quantomeno progettati con l'aiuto di elementi pachistani".

Come quello di Mumbai del 2008, 164 vittime, che non sembra aver insegnato all'India una lezione sulla sicurezza.
"Assolutamente no, l'attentato dimostra che persistono gravi lacune nella sicurezza del Paese. Lo Stato è incapace di prendersi cura di sé stesso e dei suoi cittadini. Aveva promesso di potenziare l'intelligence, di investire di più per proteggere il suo territorio. Eppure è non stato fatto nulla in questi tre anni. Sul posto dell'ultimo attentato non c'erano neanche telecamere a circuito chiuso, e stiamo parlando dell'Alta corte di Delhi, non di un mercatino".

Ma il governo ha preso a stanziare fondi cospicui  per la sicurezza. Che fine fanno?
"Il problema sta in quello che gli indiani chiamano "red tape", ovvero le rigidità del sistema burocratico: decine di autorizzazioni da ottenere da altrettante istituzioni che comunicano male tra loro".

Non c'è soluzione?
"L'unica cosa che l'India può fare è dotarsi di una profonda e seria strategia di sicurezza. Io, ad esempio, proporrei di affidare il suo miglioramento a un'agenzia ad hoc, rapida, svincolata dai lacci della burocrazia, capace di individuare le falle, come la mancanza di telecamere nei luoghi pubblici a rischio e consegnarle in 24 ore".

Dopo il secondo attacco in due mesi, il governo di Manmohan Singh verrà bersagliato per le sue colpe?
"A parte le prevedibili recriminazioni degli oppositori politici, specie dei nazionalisti del Bharatiya Janata Party, non credo. Non che gli indiani abbiano molta fiducia nell'abilità del governo di proteggere i suoi cittadini. Ma questi, probabilmente grazie alla fede induista, sono dotati di un profondo senso di accettazione per la morte o per altre fatalità. Sono allenati a resistere di fronte alle sciagure e ad accettarle. Non a caso, l'attentato è avvenuto alle 10.15 di mattina e dopo quattro ore il tribunale ha riaperto. Un fatto che dimostra una tenacia sbalorditiva, impossibile in qualsiasi altro Paese al mondo. Persino a New York avrebbero impiegato giorni. E questa è forse la lezione che l'India può offrire al mondo di fronte a un fenomeno difficile da arginare come il terrorismo".