BEIRUT - È come se il tempo si sia fermato in quella metà settembre del 1982. Certo, non c'è il fetore dei cadaveri in decomposizione negli stretti vicoli inondati di fango. E non ci sono posti di blocco israeliani, o "falangisti", all'ingresso del campo. Ma la scena di Sabra e Shatila, teatro dell'orrendo massacro inflitto ai profughi palestinesi durante l'occupazione israeliana del Libano, conserva un che di apocalittico, con gli scheletri dei palazzi bombardati rimasti lì, 29 anni dopo, a incombere come mostri preistorici sulle misere casupole in cui s'ammassano, ora come allora, da 15 a 18 mila rifugiati. Di conseguenza, è difficile immaginare un luogo più remoto da quello stato palestinese, ora evocato come salvezza, ora demonizzato come rovina, di cui si parla, in queste ore, al palazzo di Vetro delle Nazioni Unite.
Qui non sono state approntate le luminarie per festeggiare un riconoscimento che non si sa se e quando arriverà. Più che la bandiera nazionale, ostentata con moderazione, a colpire l'occhio sono i festoni catarifrangenti che qualcuno appena ritornato dal Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, ha steso tra le due fila di case sulla strada principale. Perché a Sabra e Shatila l'unica certezza è la lotta, e la militanza è sacrificio. Perciò gli unici poster che ricoprono i muri sono quelli di sei ragazzi uccisi il 15 maggio scorso dai tiratori scelti israeliani nel folle tentativo di perforare la frontiera per commemorare la Nakba, la "catastrofe", ovvero, la proclamazione dello stato ebraico cui si fa risalire l'esodo di oltre 600 mila palestinesi dalla loro terra. Riconoscimenti concessi e riconoscimenti negati.
Come pietrificati in un dramma collettivo che va avanti da oltre 60 anni, i palestinesi di Sabra e Shatila (quasi tutti appartenenti alla grande ondata di rifugiati del 1948-1949), guardano al dibattito sul riconoscimento dello Stato col disincanto delle vittime designate, costrette a subire gli insulti della Storia. Neanche il voltafaccia di Obama sembra indignarli. "Non ci sentiamo né presi in giro né traditi - dice Ziad al Himmo, il segretario del Comitato popolare del campo, ultima retroguardia di una burocrazia della diaspora palestinese destinata a sparire -, perché ad Obama non abbiamo mai creduto, sin dall'inizio".
Non è una sorta d'indifferenza obbligata, un po' alla "volpe e l'uva", quella ostentata da Ziad. Anche gli altri del direttivo, in cui sono presenti tutte le componenti della galassia politica palestinese tranne gli islamisti (che qui sono una minoranza), non sembrano particolarmente colpiti dal mancato sostegno ricevuto da Obama. Ma certo, nessuno è disposto a perdonarlo: "Il presidente americano doverebbe vergognarsi - aggiunge Abu Amr, un militane del Fronte Popolare che al tempo del massacro di Sabra e Shatila aveva 30 anni ed ha visto in faccia l'orrore - soltanto perché s'è rimangiato quello che aveva detto esattamente un anno fa alle Nazioni Unite".
Ma a Sabra e Shatila, neanche il presidente Mahmud Abbas (che anche qui, per tutti, è Abu Mazen) sembra godere di molto credito. Nella stanza disadorna del direttivo c'è posto soltanto per una grande foto di Arafat ("Lui è un'altra cosa, è il nostro de Gaulle", dice Ziad) e per il simbolo dell'Olp. Di Abu Mazen in effigie non c'è traccia. Però in questa richiesta di riconoscimento dello stato portata alle Nazioni Unite, il cauto presidente palestinese è piaciuto.
"Sì, è una mossa azzeccata - approva Ziad, da militante portato alla azione della vecchia scuola cattocomunista del Fronte Popolare di George Abbash, di cui sembra imitare la sahariana militare a maniche corte indossata con disinvoltura sotto la pioggia battente -. Innanzitutto, perché così facendo Abu Mazen ha riportato il problema palestinese al centro della scena mondiale. In secondo luogo ha svelato il bluff di Netanyahu e degli americani..."
Ma perché è così importante per i profughi palestinesi uno stato soltanto proclamato, uno stato nominale senza le componenti essenziali di un vero stato? "Primo - enumera Ziad - se avremo il riconoscimento, saremo finalmente cittadini e non più zingari, come siamo stati per più di 60 anni ("peggio degli zingari", aggiunge qualcuno); secondo, perché se otterremo il riconoscimento, saremo un paese sotto occupazione e questo sarà un grosso problema per Israele; terzo, i nostri prigionieri nelle carceri israeliane potranno fare ricorso alla Corte di Giustizia Internazionale dell'Aja, altro grosso problema per Israele; quarto, io stesso, come rifugiato potrò chiedere al governo del mio stato di poter ritornare e il mio stato dovrà negoziare la mia richiesta con Israele".
Ed è chiaro quello che Ziad intende per diritto al ritorno. Non certo quel ritorno generico, simbolico, in territorio palestinese, come è stato ipotizzato nei momenti migliori del processo di pace. "Quando dico diritto al ritorno io intendo ritorno alla casa da cui la mia famiglia è stata costretta a fuggire, non ritorno alla terra. Sono nato a Jaffa, avevo tre anni quando siano arrivati a Beirut, e voglio tornare a Jaffa". Che, però, nel frattempo, è diventata israeliana.
Molte speranze palestinesi sono state, dunque, riaccese dalla richiesta di Abu Mazen, così come molte paure israeliane. Un fallimento sarebbe catastrofico. "L'alternativa - lanciano i militanti di Sabra e Shatila - è la terza intifada". Vale a dire altri morti, altri sacrifici, in una sorta di fatalistica fiducia nel potere della lotta, "che va avanti da quasi cent'anni e può durarne altri cento", dicono.
Non è detto che queste parole, questi gridi di guerra riflettano gli umori di tutta la gente del campo dove i problemi della sopravvivenza, assorbono una parte importante della giornata. La povertà dilagante. Le fogne che esplodono al primo acquazzone di stagione inondando le strade di una nera melma. La luce elettrica che arriva soltanto per sei ore al giorno, mentre la dotazione d'acqua (salata) permessa dai due pozzi artesiani funzionanti è 50 litri a testa.
Nell'unico ambulatorio dell'Unrwa di Sabra e Shatila, un solo medico si prodiga dalle 9 del mattino alle 2 del pomeriggio, visitando fino a cento pazienti al giorno, venti ogni ora, uno ogni tre minuti. Nell'anticamera del piccolo ambulatorio affollato di bambini sofferenti e di genitori in apprensione, Nadia Abu Hassan, una giovane madre, rifugiata di terza generazione, ha portato due dei suoi cinque figli dal medico per un sospetto di varicella. I bambini dovrebbero essere isolati dagli altri fratelli. Devono invece tornare a casa. Dice, Nadia: "Se ci sarà uno stato palestinese non lo so. Ma qualunque cosa sarà meglio di quest'inferno".
Qui non sono state approntate le luminarie per festeggiare un riconoscimento che non si sa se e quando arriverà. Più che la bandiera nazionale, ostentata con moderazione, a colpire l'occhio sono i festoni catarifrangenti che qualcuno appena ritornato dal Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, ha steso tra le due fila di case sulla strada principale. Perché a Sabra e Shatila l'unica certezza è la lotta, e la militanza è sacrificio. Perciò gli unici poster che ricoprono i muri sono quelli di sei ragazzi uccisi il 15 maggio scorso dai tiratori scelti israeliani nel folle tentativo di perforare la frontiera per commemorare la Nakba, la "catastrofe", ovvero, la proclamazione dello stato ebraico cui si fa risalire l'esodo di oltre 600 mila palestinesi dalla loro terra. Riconoscimenti concessi e riconoscimenti negati.
Come pietrificati in un dramma collettivo che va avanti da oltre 60 anni, i palestinesi di Sabra e Shatila (quasi tutti appartenenti alla grande ondata di rifugiati del 1948-1949), guardano al dibattito sul riconoscimento dello Stato col disincanto delle vittime designate, costrette a subire gli insulti della Storia. Neanche il voltafaccia di Obama sembra indignarli. "Non ci sentiamo né presi in giro né traditi - dice Ziad al Himmo, il segretario del Comitato popolare del campo, ultima retroguardia di una burocrazia della diaspora palestinese destinata a sparire -, perché ad Obama non abbiamo mai creduto, sin dall'inizio".
Non è una sorta d'indifferenza obbligata, un po' alla "volpe e l'uva", quella ostentata da Ziad. Anche gli altri del direttivo, in cui sono presenti tutte le componenti della galassia politica palestinese tranne gli islamisti (che qui sono una minoranza), non sembrano particolarmente colpiti dal mancato sostegno ricevuto da Obama. Ma certo, nessuno è disposto a perdonarlo: "Il presidente americano doverebbe vergognarsi - aggiunge Abu Amr, un militane del Fronte Popolare che al tempo del massacro di Sabra e Shatila aveva 30 anni ed ha visto in faccia l'orrore - soltanto perché s'è rimangiato quello che aveva detto esattamente un anno fa alle Nazioni Unite".
Ma a Sabra e Shatila, neanche il presidente Mahmud Abbas (che anche qui, per tutti, è Abu Mazen) sembra godere di molto credito. Nella stanza disadorna del direttivo c'è posto soltanto per una grande foto di Arafat ("Lui è un'altra cosa, è il nostro de Gaulle", dice Ziad) e per il simbolo dell'Olp. Di Abu Mazen in effigie non c'è traccia. Però in questa richiesta di riconoscimento dello stato portata alle Nazioni Unite, il cauto presidente palestinese è piaciuto.
"Sì, è una mossa azzeccata - approva Ziad, da militante portato alla azione della vecchia scuola cattocomunista del Fronte Popolare di George Abbash, di cui sembra imitare la sahariana militare a maniche corte indossata con disinvoltura sotto la pioggia battente -. Innanzitutto, perché così facendo Abu Mazen ha riportato il problema palestinese al centro della scena mondiale. In secondo luogo ha svelato il bluff di Netanyahu e degli americani..."
Ma perché è così importante per i profughi palestinesi uno stato soltanto proclamato, uno stato nominale senza le componenti essenziali di un vero stato? "Primo - enumera Ziad - se avremo il riconoscimento, saremo finalmente cittadini e non più zingari, come siamo stati per più di 60 anni ("peggio degli zingari", aggiunge qualcuno); secondo, perché se otterremo il riconoscimento, saremo un paese sotto occupazione e questo sarà un grosso problema per Israele; terzo, i nostri prigionieri nelle carceri israeliane potranno fare ricorso alla Corte di Giustizia Internazionale dell'Aja, altro grosso problema per Israele; quarto, io stesso, come rifugiato potrò chiedere al governo del mio stato di poter ritornare e il mio stato dovrà negoziare la mia richiesta con Israele".
Ed è chiaro quello che Ziad intende per diritto al ritorno. Non certo quel ritorno generico, simbolico, in territorio palestinese, come è stato ipotizzato nei momenti migliori del processo di pace. "Quando dico diritto al ritorno io intendo ritorno alla casa da cui la mia famiglia è stata costretta a fuggire, non ritorno alla terra. Sono nato a Jaffa, avevo tre anni quando siano arrivati a Beirut, e voglio tornare a Jaffa". Che, però, nel frattempo, è diventata israeliana.
Molte speranze palestinesi sono state, dunque, riaccese dalla richiesta di Abu Mazen, così come molte paure israeliane. Un fallimento sarebbe catastrofico. "L'alternativa - lanciano i militanti di Sabra e Shatila - è la terza intifada". Vale a dire altri morti, altri sacrifici, in una sorta di fatalistica fiducia nel potere della lotta, "che va avanti da quasi cent'anni e può durarne altri cento", dicono.
Non è detto che queste parole, questi gridi di guerra riflettano gli umori di tutta la gente del campo dove i problemi della sopravvivenza, assorbono una parte importante della giornata. La povertà dilagante. Le fogne che esplodono al primo acquazzone di stagione inondando le strade di una nera melma. La luce elettrica che arriva soltanto per sei ore al giorno, mentre la dotazione d'acqua (salata) permessa dai due pozzi artesiani funzionanti è 50 litri a testa.
Nell'unico ambulatorio dell'Unrwa di Sabra e Shatila, un solo medico si prodiga dalle 9 del mattino alle 2 del pomeriggio, visitando fino a cento pazienti al giorno, venti ogni ora, uno ogni tre minuti. Nell'anticamera del piccolo ambulatorio affollato di bambini sofferenti e di genitori in apprensione, Nadia Abu Hassan, una giovane madre, rifugiata di terza generazione, ha portato due dei suoi cinque figli dal medico per un sospetto di varicella. I bambini dovrebbero essere isolati dagli altri fratelli. Devono invece tornare a casa. Dice, Nadia: "Se ci sarà uno stato palestinese non lo so. Ma qualunque cosa sarà meglio di quest'inferno".