VARSAVIA - "È stata una vittoria dell'Europa, delle idee e valori democratici e liberal dell'Europa, una sconfitta degli euroscettici, e infine ma non ultimo una sconfitta e una lezione per la Chiesa: i vescovi hanno voluto appoggiare Kaczynski fino all'ultimo, si sono di fatto affiancati ai suoi messaggi autoritari. Così facendo hanno abbandonato i grandi insegnamenti di Giovanni Paolo II, il suo credo di dialogo, non hanno capito quanto il paese reale sia cambiato, e hanno perso. Ma la destra euroscettica e autoritaria resta una sfida ovunque in Europa, da Roma a Budapest, dalla Scandinavia fino alla Russia di Putin". Così Adam Michnik, leader del '68, eroe e stratega liberal della rivoluzione di Solidarnosc, fondatore con Gazeta Wyborcza del primo quotidiano libero dell'allora Impero sovietico e oggi massimo editore e intellettuale della nuova Europa e di tutto l'Est, commenta la vittoria del premier liberal Donald Tusk e lo schiaffo subito dall'euroscettico e iperclericale capo dell'opposizione Jaroslaw Kaczynski alle elezioni politiche di domenica a Varsavia.
Cosa è in gioco adesso, Adam?
"Adesso la politica delle riforme può e dovrebbe essere accelerata, e in ogni caso la politica europeista, la politica della tolleranza, del dialogo, dell'apertura, la politica ispirata ai valori occidentali continuera. Prima del voto avevo paura".
Perché?
"Perché in tutta Europa la gente ha paura e non sa dove andare, e partiti come il PiS di Kaczynski propongono in tutta Europa risposte semplici, sempliciste ai problemi tremendamente complessi del nostro presente. A costo di gettare nel cestino i valori costitutivi comuni democratici, razionali e liberal. In Polonia adesso questa nuova destra spregiudicatamente euroscettica e autoritaria ha perso una battaglia importante, ma in tutta Europa la sua sfida resta minacciosa e viva. Sotto molti volti. All'Est con Lukashenko in Bielorussia, o Janukovitsh in Ucraina, all'Ovest con Berlusconi, la legge-bavaglio e la minaccia di censura, il conflitto d'interessi, in Ungheria con il nazionalismo autoritario del premier Viktor Orban, il bavaglio ai media, il predominio dell'esecutivo sulla giustizia e persino su rettori e presidi; in Slovacchia con Fico. E nell'Europa unita se la casa del vicino brucia tutti i condòmini rischiano l'incendio".
Offensiva autoritaria in tutta Europa, una minaccia anche dopo la vittoria liberal a Varsavia?
"Assistiamo a processi analoghi in salse diverse. In molti paesi lo spauracchio usato dalla destra per raccogliere consensi sono i migranti. Caucasici e uzbechi in Russia, rom in Ungheria, altri immigrati altrove. In paesi come la Polonia dove non ci sono minoranze da accusare il conflitto è tra due idee della democrazia: autoritarismo o vero pluralismo, tolleranza e apertura europea e multiculturale o paura, speranza nel futuro o timore del passato, e ruolo dei media. Due progetti, ovunque. Basta leggere quanto nel suo libro Kaczynski ha scritto sulla Germania, su Angela Merkel come minaccia alla sovranità polacca. Per Tusk e i liberal di tuto il continente l'Europa è una chance, per Kaczynski e per tutte le destre filoautoritarie è qualcosa di cui avere paura. Lo slogan 'più Europa' lanciato da Angela Merkel per uscire dalla crisi attuale non sarà mai il loro motto".
Quindi la discriminante è approvare o rifiutare la proposta di 'più Europà avanzata dalla Merkel, da Sarkozy, dagli imprenditori europei?
"Certo queste destre non possono identificarsi con la linea Merkel-Sarkozy. Per l'Europa loro sono un problema".
Come Berlusconi con i problemi di bilancio e la legge-bavaglio?
"Berlusconi è un simbolo delle minacce alla democrazia europea, anche qui da noi come ovunque. Anche da noi come ovunque in Europa è un modello da temere o da imitare. Distrugge la democrazia con le connection tra denaro, media, potere, leggi ad personam. Paragonalo a Putin: Putin ha cominciato col potere per poi conquistare media e potere, Berlusconi ha cominciato con i media e il denaro per conquistare il potere, scherzando dicono tutti in Europa che Putin gli invidia il bunga-bunga".
Quindi la sconfitta di Kaczynski non elimina la sfida?
"Esatto, e in Europa Kaczynski è parte di questo trend. Un problema per la democrazia, anche per la democrazia che in Polonia non è ancora così stabile, e resta giovane, pensando al poco tempo da quando è stata restaurata".
Come può salvarsi la democrazia europea da questa sfida?
"Non lo so, so solo che chiunque la pensa come me in tutta Europa farà tutto il possibile per fermarli, come ai vecchi tempi, in quell'Europa casa comune di valori. Il trend delle nuove destre esiste, è attivo, non ho risposte certe per il futuro".
E il ruolo della Chiesa?
"La Chiesa è divisa come la società. La maggioranza della Chiesa si è schierata con Kaczynski. Perché Kaczynski aveva promesso di proteggere il ruolo della Chiesa nella politica, nella società, in tutto. Chi troppo vuole nulla stringe: intendiamoci, Tusk non è certo contro la Chiesa. Ma i vescovi si sono schierati col perdente".
Uno strappo dalle idee di papa Wojtyla?
"Sì, assolutamente. Karol Wojtyla era un conservatore sul piano teologico, dottrinario, ma ebbe una concezione di apertura che fu decisiva: dialogo, diversità, pluralismo. La Chiesa polacca orfana di Woytjla è tornata a idee prebelliche. Radio Maryja, l'emittente arcitradizionalista, perde seguito nel paese - basta vedere il successo del nuovo partito anticlericale, quello di Janusz Palikot, una espressione forse temporanea ma nuova di protesta, e libertaria, non populista di destra - ma guadagna audience tra i vescovi".
Quali sono i contatti politici più importanti di Kaczynski in Europa?
"Con la Fidesz ungherese, il partito di Orban, sono i più importanti e i migliori, con Berlusconi non lo so. L'appoggio di Kaczynski a Orban è plateale".
Qual è allora il futuro della democrazia europea?
"E' imperativo fare tutto il possibile sempre con la non violenza per difendere i valori costitutivi della democrazia. Nel 1989 fummo all'offensiva per ripensare il futuro. Ci furono due vie: quella democratica polacca, cèca o ungherese, o quella ambigua dei Balcani. Adesso noi tutti europei o quasi tutti rischiamo la balcanizzazione, nel senso della vittoria del nazionalismo, del populismo, dei modelli autoritari, del trionfo dell'egoismo. Ieri si chiamavano, nei Balcani ad esempio, Milosevic o Tudjman, oggi appunto hanno altri nomi, nomi nel cuore della Ue. Non sappiamo cosa sarà il futuro, ma davanti alla minaccia di una balcanizzazione come pericolo di vittoria degli egoismi in tutta Europa la priorità comune deve essere la lotta per i valori costitutivi comuni della democrazia".
(Ha collaborato Jan Gebert)
Cosa è in gioco adesso, Adam?
"Adesso la politica delle riforme può e dovrebbe essere accelerata, e in ogni caso la politica europeista, la politica della tolleranza, del dialogo, dell'apertura, la politica ispirata ai valori occidentali continuera. Prima del voto avevo paura".
Perché?
"Perché in tutta Europa la gente ha paura e non sa dove andare, e partiti come il PiS di Kaczynski propongono in tutta Europa risposte semplici, sempliciste ai problemi tremendamente complessi del nostro presente. A costo di gettare nel cestino i valori costitutivi comuni democratici, razionali e liberal. In Polonia adesso questa nuova destra spregiudicatamente euroscettica e autoritaria ha perso una battaglia importante, ma in tutta Europa la sua sfida resta minacciosa e viva. Sotto molti volti. All'Est con Lukashenko in Bielorussia, o Janukovitsh in Ucraina, all'Ovest con Berlusconi, la legge-bavaglio e la minaccia di censura, il conflitto d'interessi, in Ungheria con il nazionalismo autoritario del premier Viktor Orban, il bavaglio ai media, il predominio dell'esecutivo sulla giustizia e persino su rettori e presidi; in Slovacchia con Fico. E nell'Europa unita se la casa del vicino brucia tutti i condòmini rischiano l'incendio".
Offensiva autoritaria in tutta Europa, una minaccia anche dopo la vittoria liberal a Varsavia?
"Assistiamo a processi analoghi in salse diverse. In molti paesi lo spauracchio usato dalla destra per raccogliere consensi sono i migranti. Caucasici e uzbechi in Russia, rom in Ungheria, altri immigrati altrove. In paesi come la Polonia dove non ci sono minoranze da accusare il conflitto è tra due idee della democrazia: autoritarismo o vero pluralismo, tolleranza e apertura europea e multiculturale o paura, speranza nel futuro o timore del passato, e ruolo dei media. Due progetti, ovunque. Basta leggere quanto nel suo libro Kaczynski ha scritto sulla Germania, su Angela Merkel come minaccia alla sovranità polacca. Per Tusk e i liberal di tuto il continente l'Europa è una chance, per Kaczynski e per tutte le destre filoautoritarie è qualcosa di cui avere paura. Lo slogan 'più Europa' lanciato da Angela Merkel per uscire dalla crisi attuale non sarà mai il loro motto".
Quindi la discriminante è approvare o rifiutare la proposta di 'più Europà avanzata dalla Merkel, da Sarkozy, dagli imprenditori europei?
"Certo queste destre non possono identificarsi con la linea Merkel-Sarkozy. Per l'Europa loro sono un problema".
Come Berlusconi con i problemi di bilancio e la legge-bavaglio?
"Berlusconi è un simbolo delle minacce alla democrazia europea, anche qui da noi come ovunque. Anche da noi come ovunque in Europa è un modello da temere o da imitare. Distrugge la democrazia con le connection tra denaro, media, potere, leggi ad personam. Paragonalo a Putin: Putin ha cominciato col potere per poi conquistare media e potere, Berlusconi ha cominciato con i media e il denaro per conquistare il potere, scherzando dicono tutti in Europa che Putin gli invidia il bunga-bunga".
Quindi la sconfitta di Kaczynski non elimina la sfida?
"Esatto, e in Europa Kaczynski è parte di questo trend. Un problema per la democrazia, anche per la democrazia che in Polonia non è ancora così stabile, e resta giovane, pensando al poco tempo da quando è stata restaurata".
Come può salvarsi la democrazia europea da questa sfida?
"Non lo so, so solo che chiunque la pensa come me in tutta Europa farà tutto il possibile per fermarli, come ai vecchi tempi, in quell'Europa casa comune di valori. Il trend delle nuove destre esiste, è attivo, non ho risposte certe per il futuro".
E il ruolo della Chiesa?
"La Chiesa è divisa come la società. La maggioranza della Chiesa si è schierata con Kaczynski. Perché Kaczynski aveva promesso di proteggere il ruolo della Chiesa nella politica, nella società, in tutto. Chi troppo vuole nulla stringe: intendiamoci, Tusk non è certo contro la Chiesa. Ma i vescovi si sono schierati col perdente".
Uno strappo dalle idee di papa Wojtyla?
"Sì, assolutamente. Karol Wojtyla era un conservatore sul piano teologico, dottrinario, ma ebbe una concezione di apertura che fu decisiva: dialogo, diversità, pluralismo. La Chiesa polacca orfana di Woytjla è tornata a idee prebelliche. Radio Maryja, l'emittente arcitradizionalista, perde seguito nel paese - basta vedere il successo del nuovo partito anticlericale, quello di Janusz Palikot, una espressione forse temporanea ma nuova di protesta, e libertaria, non populista di destra - ma guadagna audience tra i vescovi".
Quali sono i contatti politici più importanti di Kaczynski in Europa?
"Con la Fidesz ungherese, il partito di Orban, sono i più importanti e i migliori, con Berlusconi non lo so. L'appoggio di Kaczynski a Orban è plateale".
Qual è allora il futuro della democrazia europea?
"E' imperativo fare tutto il possibile sempre con la non violenza per difendere i valori costitutivi della democrazia. Nel 1989 fummo all'offensiva per ripensare il futuro. Ci furono due vie: quella democratica polacca, cèca o ungherese, o quella ambigua dei Balcani. Adesso noi tutti europei o quasi tutti rischiamo la balcanizzazione, nel senso della vittoria del nazionalismo, del populismo, dei modelli autoritari, del trionfo dell'egoismo. Ieri si chiamavano, nei Balcani ad esempio, Milosevic o Tudjman, oggi appunto hanno altri nomi, nomi nel cuore della Ue. Non sappiamo cosa sarà il futuro, ma davanti alla minaccia di una balcanizzazione come pericolo di vittoria degli egoismi in tutta Europa la priorità comune deve essere la lotta per i valori costitutivi comuni della democrazia".
(Ha collaborato Jan Gebert)