MASCATE - La Primavera araba si è sentita pure in Oman, anche se ben più blandamente che in Siria, Egitto e Libia: alcune sommosse di piazza, con un'ottantina di arresti, un po' di condanne a pene abbastanza miti e una paccata di soldi (2,5 miliardi di dollari, che qui ovviamente sono petroldollari) concessa dal sultano Qabus bin Said tra aumenti di pensioni, salari fino al 100 per cento e nuovi posti di lavoro.
Ora si vedrà se anche l'autunno avrà qualche effetto, portando un po' più di democrazia. Perché oggi qui, nella punta sud-orientale dell'Arabia, si vota e sono elezioni da osservare con attenzione perché sono le prime dopo le rivolte degli scorsi mesi. A breve, entro fine 2011, toccherà a Tunisia, Marocco, Egitto, Giordania.
In Oman si inizierà a capire che aria tira. In più queste sono elezioni democratiche. Almeno secondo gli standard della zona: partiti non ce ne sono, la libertà di stampa è relativa, e non sono state ammesse Ong internazionali per monitorare la correttezza del voto. Però è stata una campagna elettorale libera, con una serie di incontri tra elettori e aspiranti eletti in cui si è potuto discutere di tutto senza vincoli. E le strade della capitale Mascate - una Los Angeles musulmana, vasta 1500 chilometri quadrati stretta tra montagne e mare e percorribile solo in automobile - sono costellate di faccioni di candidati. Quasi tutti maschi, però qua e là spuntano anche le donne. Che qui dal 1994 possono non solo votare, ma pure essere votate.
Ce ne sono in corsa 82 (e almeno 5 dovrebbero farcela) su 1.133 aspiranti a uno degli 84 seggi della Shura, l'assemblea nazionale. Che, altra sorpresa per la zona, non è solo simbolica: ulteriore effetto della Primavera araba è stato che Qabus bin Said ha conferito poteri legislativi e di controllo del governo al Consiglio d'Oman, formato dalla Shura e da un Consiglio di Stato designato dal sovrano.
Sovrano di cui vale la pena di parlare perché è una figura decisamente diversa da dittatori alla Mubarak o alla Gheddafi: amatissimo dal popolo, Qabus bin Said è sul trono dal 1971, anno dell'indipendenza dal Regno Unito. E in 41 anni ha rivoltato l'Oman come un calzino, modernizzandolo non solo nella politica, ma anche nelle infrastrutture e nei servizi sociali.
L'Onu ha decretato l'Oman come il Paese che negli ultimi 40 anni ha fatto più progressi di tutti in termini di sviluppo umano sulla base di criteri come scolarità, assistenza sanitaria, lotta alla povertà, tutela della donna (nel governo attuale ci sono due ministre) e dell'infanzia.
Merito anche dell'educazione che il sultano ha ricevuto in gioventù in Inghilterra. Che gli ha lasciato tra l'altro due cose. Una certa simpatia per le democrazie liberali, a cui probabilmente vuole portare l'Oman, ma senza scossoni per evitare contraccolpi (i ritmi lenti, in tutto, sono uno stile di vita qui). E un amore sconfinato per la musica: ieri sera si è inaugurata a Mascate la Royal Opera House, un magnifico teatro per musica classica e non solo, voluta da lui.
In scena c'era la Turandot con la regia teatrale di Franco Zeffirelli e quella musicale di Placido Domingo, in un allestimento curato dalla Fondazione Arena di Verona. Uno spettacolo perfetto per sfarzo, messinscena e teatralità che ha lasciato a bocca aperta gli omaniti, che il sultano vuole sempre più avvicinare alla cultura occidentale (in cartellone tra l'altro, a prezzi decisamente politici, Bocelli e il jazzista Wynton Marsalis).
Per la verità l'Oman sembra già molto occidentalizzato: le donne, oltre che votare, possono anche guidare e qualcuna si azzarda anche a girare senza velo, nei suk le t-shirt dei campioni statunitensi di wrestling stanno tranquillamente accanto ai thawb, le classiche tuniche bianche arabe, e l'influenza più tangibile della religione musulmana è il muezzin che a mezzogiorno e al tramonto intona litanie dalla torretta della moschea.
La nascita della Royal Opera House non soddisfa solo la melomania del sultano (che spesso ama dirigere personalmente un'orchestra), ma anche il desiderio di attirare un certo tipo di visitatori da tutta la regione araba se non dal mondo. Per cercare di uscire dalla - piacevolissima - dittatura economica del petrolio e diventare sempre più un centro turistico di qualità, grazie anche a un deserto tutto da vedere e a un mare pulitissimo. Come Mascate, dove non si vede una cartaccia per terra neanche a pagarla.
Anche per questo laicismo, oltre che per le concessioni di Qabus bin Said della scorsa primavera, le elezioni dovrebbero portare a un successo dei candidati meno integralisti e conservatori. Ci spera il mondo occidentale, Usa in testa, che considera l'Oman un alleato strategico nella regione. E anche Puccini può servire.
Ora si vedrà se anche l'autunno avrà qualche effetto, portando un po' più di democrazia. Perché oggi qui, nella punta sud-orientale dell'Arabia, si vota e sono elezioni da osservare con attenzione perché sono le prime dopo le rivolte degli scorsi mesi. A breve, entro fine 2011, toccherà a Tunisia, Marocco, Egitto, Giordania.
In Oman si inizierà a capire che aria tira. In più queste sono elezioni democratiche. Almeno secondo gli standard della zona: partiti non ce ne sono, la libertà di stampa è relativa, e non sono state ammesse Ong internazionali per monitorare la correttezza del voto. Però è stata una campagna elettorale libera, con una serie di incontri tra elettori e aspiranti eletti in cui si è potuto discutere di tutto senza vincoli. E le strade della capitale Mascate - una Los Angeles musulmana, vasta 1500 chilometri quadrati stretta tra montagne e mare e percorribile solo in automobile - sono costellate di faccioni di candidati. Quasi tutti maschi, però qua e là spuntano anche le donne. Che qui dal 1994 possono non solo votare, ma pure essere votate.
Ce ne sono in corsa 82 (e almeno 5 dovrebbero farcela) su 1.133 aspiranti a uno degli 84 seggi della Shura, l'assemblea nazionale. Che, altra sorpresa per la zona, non è solo simbolica: ulteriore effetto della Primavera araba è stato che Qabus bin Said ha conferito poteri legislativi e di controllo del governo al Consiglio d'Oman, formato dalla Shura e da un Consiglio di Stato designato dal sovrano.
Sovrano di cui vale la pena di parlare perché è una figura decisamente diversa da dittatori alla Mubarak o alla Gheddafi: amatissimo dal popolo, Qabus bin Said è sul trono dal 1971, anno dell'indipendenza dal Regno Unito. E in 41 anni ha rivoltato l'Oman come un calzino, modernizzandolo non solo nella politica, ma anche nelle infrastrutture e nei servizi sociali.
L'Onu ha decretato l'Oman come il Paese che negli ultimi 40 anni ha fatto più progressi di tutti in termini di sviluppo umano sulla base di criteri come scolarità, assistenza sanitaria, lotta alla povertà, tutela della donna (nel governo attuale ci sono due ministre) e dell'infanzia.
Merito anche dell'educazione che il sultano ha ricevuto in gioventù in Inghilterra. Che gli ha lasciato tra l'altro due cose. Una certa simpatia per le democrazie liberali, a cui probabilmente vuole portare l'Oman, ma senza scossoni per evitare contraccolpi (i ritmi lenti, in tutto, sono uno stile di vita qui). E un amore sconfinato per la musica: ieri sera si è inaugurata a Mascate la Royal Opera House, un magnifico teatro per musica classica e non solo, voluta da lui.
In scena c'era la Turandot con la regia teatrale di Franco Zeffirelli e quella musicale di Placido Domingo, in un allestimento curato dalla Fondazione Arena di Verona. Uno spettacolo perfetto per sfarzo, messinscena e teatralità che ha lasciato a bocca aperta gli omaniti, che il sultano vuole sempre più avvicinare alla cultura occidentale (in cartellone tra l'altro, a prezzi decisamente politici, Bocelli e il jazzista Wynton Marsalis).
Per la verità l'Oman sembra già molto occidentalizzato: le donne, oltre che votare, possono anche guidare e qualcuna si azzarda anche a girare senza velo, nei suk le t-shirt dei campioni statunitensi di wrestling stanno tranquillamente accanto ai thawb, le classiche tuniche bianche arabe, e l'influenza più tangibile della religione musulmana è il muezzin che a mezzogiorno e al tramonto intona litanie dalla torretta della moschea.
La nascita della Royal Opera House non soddisfa solo la melomania del sultano (che spesso ama dirigere personalmente un'orchestra), ma anche il desiderio di attirare un certo tipo di visitatori da tutta la regione araba se non dal mondo. Per cercare di uscire dalla - piacevolissima - dittatura economica del petrolio e diventare sempre più un centro turistico di qualità, grazie anche a un deserto tutto da vedere e a un mare pulitissimo. Come Mascate, dove non si vede una cartaccia per terra neanche a pagarla.
Anche per questo laicismo, oltre che per le concessioni di Qabus bin Said della scorsa primavera, le elezioni dovrebbero portare a un successo dei candidati meno integralisti e conservatori. Ci spera il mondo occidentale, Usa in testa, che considera l'Oman un alleato strategico nella regione. E anche Puccini può servire.