TUNISI - Il partito islamista Ennahda ha avuto oltre il il 40% dei consensi nelle elezioni per l'assemblea costituente che dovrà redigere la nuova Costituzione del Paese, e avrà quasi la metà dei seggi nell'organismo che ridefinirà le regole del gioco in Tunisia.
Buona sintesi del volto di questo Islam moderato tollerante (come lo definisce il New York Times) o forse meglio sarebbe dire "Islam globalizzato", sono le donne attiviste del partito. La rivoluzione tunisina insieme alla destituzione del dittatore ha portato un desiderio di affermazione dell'identità arabo musulmana e di libertà che passano anche attraverso l'uso del velo, percepito con insofferenza durante il regime "laico" ma autoritario di Ben Ali.
Quella del velo è diventata così una "riappropriazione" libertaria delle donne. Mal vista dalle numerose associazioni di femministe, proprio per la sua portata simbolica, ha però preso subito piede. Così le strade di Tunisi si sono riempite a dismisura rispetto al passato di donne velate, creando un singolare choc con la post modernità che pure si affaccia nel paese: occupano il paesaggio urbano immensi manifesti pubblicitari con immagini di donne esposte fino al ridicolo mentre passano donne giovanissime e anziane sempre più velate.
Questa affermazione identitaria (al pari di quelle che si stanno costruendo in Europa) rischia però di rivelarsi una modesta vittoria per le donne. Durante le elezioni capolista sono stati quasi sempre uomini. Pochissime così saranno le donne che potranno battersi per i propri diritti da affermare nella Costituzione, come anche le conquiste del passato appaiono ulteriormente minacciate dall'ondata conservatrice.
Giurano però il contrario le attiviste del partito Ennahda, ricco e mediatizzato fino all'ingenuità di mettere la farmacista Souad Abderrahim capolista a Tunisi, a simboleggiare la modernità. Souad non porta il velo, ha i capelli rossi tinti e veste all'occidentale. Parure di brillanti griffata, rilascia interviste a tutti i media: " Ho conquistato la fiducia dei tunisini e questo mi basta. Avevo iniziato a fare politica con Bourghiba quando ero all'università, poi ho smesso perché era diventato impossibile e ho deciso di rifare politica dopo la rivoluzione". Souad parla come una navigata politica della nostra maggioranza. Snocciola dati, fotografa con orgoglio le donne tunisine senza mai dire come ottenere i brillanti obiettivi: "Questo partito rispetta le donne, la libertà e le loro competenze. Tutte le donne devono lavorare, anche perché il tasso di riuscita all'università è maggiore rispetto agli uomini".
A riguardo, il giornalista e scrittore Khémais Khayati osserva: "Nel programma di Ennahda hanno fissato 365 punti, con tutto e il suo contrario. Un sacco di fesserie, come i 590.000 posti di lavoro in cinque anni. Ma dove stanno in Tunisia? Guarda caso corrispondono precisamente al lavoro delle donne. In realtà Ennahda vuole solo ricominciare "dal basso" e la vera mira sono le prossime municipali. Entrare nelle piccole comunità, dove poco a poco vieteranno tutto, in nome dell'Islam. Come sta facendo Erdogan. Inoltre se tutto si deve fare nel rispetto dell'Islam, tanto per dirne una, si può tranquillamente reintrodurre la poligamia".
Anche Soumaya Gannoushi è in prima linea nel partito vincitore. Una delle figlie del leader Rashid Gannoushi (in esilio per vent'anni a Londra durante il governo di Ben Ali), è una giovane donna, vissuta e formata nelle università inglesi, tornata in Tunisia assieme alle sorelle per sostenere il padre nella campagna elettorale. Porta il velo come la maggior parte delle donne all'interno del partito. Eloquio brillantissimo, inglese senza accento, parla ovviamente l' arabo, e poco francese (parlato sempre meno in Tunisia):
"Non c'è da avere paura. I nostri nemici hanno fatto leva sul timore che le donne perdessero i diritti acquisiti. E anche Ben Ali ha fatto la stessa cosa: ha voluto far passare Ennahda come un partito di fondamentalisti. Mio padre incarna un'interpretazione progressista dell'Islam, si è sempre occupato di diritti umani, di diritti delle donne, compreso il diritto di una donna di diventare presidente della nazione. Né c'è contraddizione tra modernità, democrazia, diritti delle donne e Islam. E' molto importante per noi determinare le proprie scelte personali. Ennahda respinge pertanto il modo di trattare le donne in Arabia Saudita e in Iran, e intende conservare il Csp". Il riferimento è al Code du Statu Personnel, un insieme di norme assolutamente invidiabile in tutta la regione del Maghreb che garantisce l'eguaglianza tra uomo e donna, vieta la poligamia, garantisce un matrimonio basato sulla volontà reciproca, stabilisce una procedura giuridica per il divorzio. Un insieme di norme rinforzato nel 1993 da Ben Ali per perseguire i suoi obiettivi di modernizzazione, sempre in ottica conservatrice.
Nel programma di Ennahda - introdotto dalla frase : "Nel nome di Dio misericordioso" disponibile in tre lingue (francese inglese arabo) su elegante carta patinata c'è un capitolo dedicato ai diritti delle donne e la riprovazione di ogni imposizione e marginalizzazione. Anche se le idee di una delle capolista, Jawhara Etiss, nel Tataouine regione sud della Tunisia, ispirano poca modernità. Abito lungo e velo, non parla francese, solo inglese e arabo: "Per me l'identità arabo-musulmana è la Oumma, tante nazioni islamiche in un'unica e sola nazione". E a smentire immediatamente le ambizioni di autodeterminazione, ecco un uomo tunisino che vaga all'interno della sede del partito e propone a tutti la moglie "con dottorato in civilizzazione araba, a disposizione per ogni intervista".
Ennahda, sostenuto da Arabia Saudita e Qatar, ha potuto seguire i metodi di comunicazione occidentali durante la sua campagna elettorale, beneficiando inoltre dell'appoggio di France 24 in arabo, e della seguitissima rete satellitare Al Jazeera, di proprietà dell'emiro del Qatsar. Questo, mentre i media tunisini davano prova di grande democrazia e pluralismo, fino al rischio di azzerare la comunicazione per saturazione: tutti i 118 partiti politici hanno avuto uno spazio di visibilità garantito in egual misura. Forse ha ragione la blogger Emna Ben Jemaa che alla domanda "La rivoluzione è finita?" ha risposto "deve ancora cominciare".
Buona sintesi del volto di questo Islam moderato tollerante (come lo definisce il New York Times) o forse meglio sarebbe dire "Islam globalizzato", sono le donne attiviste del partito. La rivoluzione tunisina insieme alla destituzione del dittatore ha portato un desiderio di affermazione dell'identità arabo musulmana e di libertà che passano anche attraverso l'uso del velo, percepito con insofferenza durante il regime "laico" ma autoritario di Ben Ali.
Quella del velo è diventata così una "riappropriazione" libertaria delle donne. Mal vista dalle numerose associazioni di femministe, proprio per la sua portata simbolica, ha però preso subito piede. Così le strade di Tunisi si sono riempite a dismisura rispetto al passato di donne velate, creando un singolare choc con la post modernità che pure si affaccia nel paese: occupano il paesaggio urbano immensi manifesti pubblicitari con immagini di donne esposte fino al ridicolo mentre passano donne giovanissime e anziane sempre più velate.
Questa affermazione identitaria (al pari di quelle che si stanno costruendo in Europa) rischia però di rivelarsi una modesta vittoria per le donne. Durante le elezioni capolista sono stati quasi sempre uomini. Pochissime così saranno le donne che potranno battersi per i propri diritti da affermare nella Costituzione, come anche le conquiste del passato appaiono ulteriormente minacciate dall'ondata conservatrice.
Giurano però il contrario le attiviste del partito Ennahda, ricco e mediatizzato fino all'ingenuità di mettere la farmacista Souad Abderrahim capolista a Tunisi, a simboleggiare la modernità. Souad non porta il velo, ha i capelli rossi tinti e veste all'occidentale. Parure di brillanti griffata, rilascia interviste a tutti i media: " Ho conquistato la fiducia dei tunisini e questo mi basta. Avevo iniziato a fare politica con Bourghiba quando ero all'università, poi ho smesso perché era diventato impossibile e ho deciso di rifare politica dopo la rivoluzione". Souad parla come una navigata politica della nostra maggioranza. Snocciola dati, fotografa con orgoglio le donne tunisine senza mai dire come ottenere i brillanti obiettivi: "Questo partito rispetta le donne, la libertà e le loro competenze. Tutte le donne devono lavorare, anche perché il tasso di riuscita all'università è maggiore rispetto agli uomini".
A riguardo, il giornalista e scrittore Khémais Khayati osserva: "Nel programma di Ennahda hanno fissato 365 punti, con tutto e il suo contrario. Un sacco di fesserie, come i 590.000 posti di lavoro in cinque anni. Ma dove stanno in Tunisia? Guarda caso corrispondono precisamente al lavoro delle donne. In realtà Ennahda vuole solo ricominciare "dal basso" e la vera mira sono le prossime municipali. Entrare nelle piccole comunità, dove poco a poco vieteranno tutto, in nome dell'Islam. Come sta facendo Erdogan. Inoltre se tutto si deve fare nel rispetto dell'Islam, tanto per dirne una, si può tranquillamente reintrodurre la poligamia".
Anche Soumaya Gannoushi è in prima linea nel partito vincitore. Una delle figlie del leader Rashid Gannoushi (in esilio per vent'anni a Londra durante il governo di Ben Ali), è una giovane donna, vissuta e formata nelle università inglesi, tornata in Tunisia assieme alle sorelle per sostenere il padre nella campagna elettorale. Porta il velo come la maggior parte delle donne all'interno del partito. Eloquio brillantissimo, inglese senza accento, parla ovviamente l' arabo, e poco francese (parlato sempre meno in Tunisia):
"Non c'è da avere paura. I nostri nemici hanno fatto leva sul timore che le donne perdessero i diritti acquisiti. E anche Ben Ali ha fatto la stessa cosa: ha voluto far passare Ennahda come un partito di fondamentalisti. Mio padre incarna un'interpretazione progressista dell'Islam, si è sempre occupato di diritti umani, di diritti delle donne, compreso il diritto di una donna di diventare presidente della nazione. Né c'è contraddizione tra modernità, democrazia, diritti delle donne e Islam. E' molto importante per noi determinare le proprie scelte personali. Ennahda respinge pertanto il modo di trattare le donne in Arabia Saudita e in Iran, e intende conservare il Csp". Il riferimento è al Code du Statu Personnel, un insieme di norme assolutamente invidiabile in tutta la regione del Maghreb che garantisce l'eguaglianza tra uomo e donna, vieta la poligamia, garantisce un matrimonio basato sulla volontà reciproca, stabilisce una procedura giuridica per il divorzio. Un insieme di norme rinforzato nel 1993 da Ben Ali per perseguire i suoi obiettivi di modernizzazione, sempre in ottica conservatrice.
Nel programma di Ennahda - introdotto dalla frase : "Nel nome di Dio misericordioso" disponibile in tre lingue (francese inglese arabo) su elegante carta patinata c'è un capitolo dedicato ai diritti delle donne e la riprovazione di ogni imposizione e marginalizzazione. Anche se le idee di una delle capolista, Jawhara Etiss, nel Tataouine regione sud della Tunisia, ispirano poca modernità. Abito lungo e velo, non parla francese, solo inglese e arabo: "Per me l'identità arabo-musulmana è la Oumma, tante nazioni islamiche in un'unica e sola nazione". E a smentire immediatamente le ambizioni di autodeterminazione, ecco un uomo tunisino che vaga all'interno della sede del partito e propone a tutti la moglie "con dottorato in civilizzazione araba, a disposizione per ogni intervista".
Ennahda, sostenuto da Arabia Saudita e Qatar, ha potuto seguire i metodi di comunicazione occidentali durante la sua campagna elettorale, beneficiando inoltre dell'appoggio di France 24 in arabo, e della seguitissima rete satellitare Al Jazeera, di proprietà dell'emiro del Qatsar. Questo, mentre i media tunisini davano prova di grande democrazia e pluralismo, fino al rischio di azzerare la comunicazione per saturazione: tutti i 118 partiti politici hanno avuto uno spazio di visibilità garantito in egual misura. Forse ha ragione la blogger Emna Ben Jemaa che alla domanda "La rivoluzione è finita?" ha risposto "deve ancora cominciare".