BERLINO - Rivoluzionario della non violenza e grande intellettuale, martire della repressione nell'"Impero del Male" sovietico e sempre fautore del dialogo: con Vaclav Havel, leader dell'opposizione democratica clandestina sotto il comunismo, ispiratore della "rivoluzione di velluto" non violenta nell'autunno 1989 e poi capo dello Stato della Cecoslovacchia tornata alla democrazia, l'Europa e il mondo perdono una delle maggiori figure degli ultimi decenni, quasi una versione laica di Giovanni Paolo II. Con Lech Walesa e con papa Karol Wojtyla, con Jacek Kuron, Bronislaw Geremek e Adam Michnik, Havel fu uno dei massimi ispiratori della rivoluzione democratica che, iniziata con i movimenti dissidenti e poi partita nell'agosto 1980 a Danzica, Polonia, con l'alleanza per la libertà tra intellettuali e operai, nel 1989 rovesciò le dittature dell'Est e portò alla riunificazione dell'Europa.
"Una donna non può essere mezza incinta: o è incinta o non lo è, o aspetta un bambino o no. Così è anche per i sistemi politici: la mezza democrazia non esiste, la democrazia c'è o non c'è". Così mi disse la prima volta che lo incontrai, nell'umile appartamentino di Leninova ulice alla periferia operaia di Praga, dove - sorvegliato giorno e notte dalla Stb, Statnì tajna bezpecnost, la spietata polizia segreta - insieme alla moglie Olga riceveva instancabile i giornalisti del mondo libero in ogni momento in cui non era in prigione. Anni dopo, lo rividi insieme a Paolo Garimberti, ma al Palazzo presidenziale, il fastoso castello di Hradcany che domina la splendida Praga, dopo la 'rivoluzione di velluto'. La dittatura era caduta. E lui, eroe della lotta non violenta, era stato eletto plebiscitariamente presidente della risorta democrazia. Ricordò con humor quella battuta, "beh, sì, adesso si può parlare di gravidanza".
Umorismo e ironia non avevano mai lasciato Vaclav, nemmeno nei decenni più bui. Nato il 5 ottobre 1936, era figlio d'una ricca e colta famiglia borghese, in quegli anni in cui, prima dell'invasione nazista del 1938 (dopo che alla vergognosa conferenza di Monaco Francia e Regno Unito avevano dato a Hitler mano libera a est) la Cecoslovacchia era la sesta potenza economica e industriale del mondo, il paese moderno, democratico e civile che inventò lenti a contatto e motori Porsche. Vaclav crebbe in quel clima tra borghesi illuminati. Il padre, Vaclav Maria Havel, era proprietario d'un intero quartiere operaio, la madre Bozena Vavreckova fu diplomatica e giornalista di grido. Nel 1948 nell'Europa divisa tra parte libera (quella liberata dagli angloamericani) e centro-est occupato dall'Urss, il Partito comunista cecoslovacco vinse le elezioni politiche, promettendo di mantenere la democrazia. Non fu così. Il nuovo governo rifiutò il Piano Marshall, instaurò il totalitarismo del partito unico, e i dittatori che si susseguirono (Klement Gottwald, poi Antonìn Novotny) prendevano sempre e solo ordini da Mosca. L'avanzata struttura industriale fu asservita all'Urss, migliaia di prigionieri politici morirono contaminati dalle radiazioni perché deportati a lavorare nelle miniere d'uranio per l'atomica di Stalin.
Al giovane Vaclav, figlio di borghesi espropriati di tutto, fu vietato in nome dell'"odio di classe" stalinista l'accesso all'università. Vaclav si mantenne la vita con umili lavori e terminò gli studi serali, poi cominciò a studiare da solo inglese e tedesco, le lingue che dopo avrebbe continuato a perfezionare anche in prigione. Partecipò come simpatizzante, da giovane drammaturgo alla Primavera di Praga, il tentativo di riforma del socialismo reale che Alexander Dubcek (eletto segretario generale del Pc a gennaio 1968) tentò. Dubcek e il suo team di comunisti riformatori (Zdenek Mlynar che aveva studiato insieme a Gorbaciov, Ota Sik, Eduard Goldstucker, Jiri Hajek) speravano di far coesistere socialismo e democrazia. Furono otto mesi di sogno, dibattito libero e speranze. Stroncati all'alba del 21 agosto dall'invasione sovietica. Il leader sovietico Leonid Breznev, allora numero uno al Cremlino, aveva ordinato la guerra - cui parteciparono anche i paesi satelliti Romania esclusa - per fermare le riforme. Seguì la 'normalizzazione', una brutale ondata repressiva e di purghe che eliminò dal Pc, dallo Stato, dall'economia e dall'università ogni simpatizzante delle riforme. La Cecoslovacchia cadde nel buio, nel declino economico e nella corruzione più spaventosa.
Havel fu cronista dell'invasione e della resistenza non violenta del popolo nei commenti quotidiani di Radio Cecoslovacchia libera, che poi gli invasori individuarono e chiusero. Per anni si guadagnò da vivere lavorando in una birreria. Continuò a scrivere i suoi drammi. E nel 1977, in risposta a un ottuso atto repressivo del regime (un'intera rock band, popolarissima, i Plastic people of the universe, era finita in galera) Havel e altri dissidenti firmarono la Charta 77. Fu il manifesto per la democrazia, chiedeva una lotta non violenta e una resistenza passiva, scriveva che ormai dopo l'invasione erano morte le speranze di cambiare il sistema dall'interno.
Charta 77 fu una svolta importante nella lotta per la libertà nell'impero sovietico. Sfidando la repressione, agì in contatto con gli oppositori polacchi del Kor (Comitato di difesa dei lavoratori, di Kuron, Michnik, Geremek) e altri gruppi di dissenso. Havel pagò con anni di prigione, che poi raccontò nello splendido, autobiografico Lettere a Olga. "Verità e amore devono prevalere su menzogna e odio", era il suo motto.
Con l'inizio nel 1980 della rivoluzione polacca, poi con l'arrivo di Gorbaciov a Mosca, il regime neostalinista instaurato dai Panzer di Breznev a Praga era sempre più isolato. Mosca dove cominciava la perestrojka, e al suo fianco Varsavia dove la giunta del generale Jaruzelski aprì trattative con Solidarnosc, il movimento democratico-rivoluzionario, non violento come le idee di Havel e di Wojtyla. Le elezioni semilibere polacche, vinte dai democratici (i generali scavalcarono il Pc e nominarono premier Tadeusz Mazowiecki, intellettuale di Solidarnosc amico di Havel e del Papa) fu la svolta. Uno dopo l'altro, i regimi neostaliniani caddero, rovesciati da manifestazioni di massa per la democrazia. Cadde Praga, cadde a Berlino Est il Muro e con esso la dittatura, cadde con una sanguinosa guerra civile la tirannide di Ceausescu.
Alle libere elezioni del 1990 Havel trionfò come presidente. Lui, gli altri democratici, e il vecchio Dubcek presidente del Parlamento, restaurarono la libertà e rilanciarono un'economia rovinata da dittatura e sfruttamento coloniale sovietico: da sesta potenza economica mondiale la Cecoslovacchia era divenuta paese più povero del Portogallo. Non riuscirono a evitare la secessione della Slovacchia. Ma portarono la Repubblica cèca nella Nato e nell'Unione europea, di cui oggi sia Repubblica cèca stessa sia Slovacchia sono prosperi, affidabili membri.
Havel fu presidente cèco fino al 2003. Affrontò prove dolorose: dalla morte della moglie Olga, nel 1996, al cancro al polmone, che lo colpì nello stesso anno imponendogli pesanti terapie. Anche dopo aver lasciato l'incarico, continuò il suo attivismo intellettuale e letterario, con a fianco la giovane, bellissima attrice Dagmar Veskrnova come compagna dell'ultima parte della vita. Vaclav non si risparmiava, anzi si divertì anche a partecipare ai lavori di un film sulla sua vita. In un memorabile servizio esclusivo, il collega Nicola Lombardozzi, che lo conosceva bene, narrò su Repubblica i giorni sul set insieme al presidente-intellettuale-rivoluzionario. Leader come Havel, all'est e nel mondo in generale, sono sempre più rari.
"Una donna non può essere mezza incinta: o è incinta o non lo è, o aspetta un bambino o no. Così è anche per i sistemi politici: la mezza democrazia non esiste, la democrazia c'è o non c'è". Così mi disse la prima volta che lo incontrai, nell'umile appartamentino di Leninova ulice alla periferia operaia di Praga, dove - sorvegliato giorno e notte dalla Stb, Statnì tajna bezpecnost, la spietata polizia segreta - insieme alla moglie Olga riceveva instancabile i giornalisti del mondo libero in ogni momento in cui non era in prigione. Anni dopo, lo rividi insieme a Paolo Garimberti, ma al Palazzo presidenziale, il fastoso castello di Hradcany che domina la splendida Praga, dopo la 'rivoluzione di velluto'. La dittatura era caduta. E lui, eroe della lotta non violenta, era stato eletto plebiscitariamente presidente della risorta democrazia. Ricordò con humor quella battuta, "beh, sì, adesso si può parlare di gravidanza".
Umorismo e ironia non avevano mai lasciato Vaclav, nemmeno nei decenni più bui. Nato il 5 ottobre 1936, era figlio d'una ricca e colta famiglia borghese, in quegli anni in cui, prima dell'invasione nazista del 1938 (dopo che alla vergognosa conferenza di Monaco Francia e Regno Unito avevano dato a Hitler mano libera a est) la Cecoslovacchia era la sesta potenza economica e industriale del mondo, il paese moderno, democratico e civile che inventò lenti a contatto e motori Porsche. Vaclav crebbe in quel clima tra borghesi illuminati. Il padre, Vaclav Maria Havel, era proprietario d'un intero quartiere operaio, la madre Bozena Vavreckova fu diplomatica e giornalista di grido. Nel 1948 nell'Europa divisa tra parte libera (quella liberata dagli angloamericani) e centro-est occupato dall'Urss, il Partito comunista cecoslovacco vinse le elezioni politiche, promettendo di mantenere la democrazia. Non fu così. Il nuovo governo rifiutò il Piano Marshall, instaurò il totalitarismo del partito unico, e i dittatori che si susseguirono (Klement Gottwald, poi Antonìn Novotny) prendevano sempre e solo ordini da Mosca. L'avanzata struttura industriale fu asservita all'Urss, migliaia di prigionieri politici morirono contaminati dalle radiazioni perché deportati a lavorare nelle miniere d'uranio per l'atomica di Stalin.
Al giovane Vaclav, figlio di borghesi espropriati di tutto, fu vietato in nome dell'"odio di classe" stalinista l'accesso all'università. Vaclav si mantenne la vita con umili lavori e terminò gli studi serali, poi cominciò a studiare da solo inglese e tedesco, le lingue che dopo avrebbe continuato a perfezionare anche in prigione. Partecipò come simpatizzante, da giovane drammaturgo alla Primavera di Praga, il tentativo di riforma del socialismo reale che Alexander Dubcek (eletto segretario generale del Pc a gennaio 1968) tentò. Dubcek e il suo team di comunisti riformatori (Zdenek Mlynar che aveva studiato insieme a Gorbaciov, Ota Sik, Eduard Goldstucker, Jiri Hajek) speravano di far coesistere socialismo e democrazia. Furono otto mesi di sogno, dibattito libero e speranze. Stroncati all'alba del 21 agosto dall'invasione sovietica. Il leader sovietico Leonid Breznev, allora numero uno al Cremlino, aveva ordinato la guerra - cui parteciparono anche i paesi satelliti Romania esclusa - per fermare le riforme. Seguì la 'normalizzazione', una brutale ondata repressiva e di purghe che eliminò dal Pc, dallo Stato, dall'economia e dall'università ogni simpatizzante delle riforme. La Cecoslovacchia cadde nel buio, nel declino economico e nella corruzione più spaventosa.
Havel fu cronista dell'invasione e della resistenza non violenta del popolo nei commenti quotidiani di Radio Cecoslovacchia libera, che poi gli invasori individuarono e chiusero. Per anni si guadagnò da vivere lavorando in una birreria. Continuò a scrivere i suoi drammi. E nel 1977, in risposta a un ottuso atto repressivo del regime (un'intera rock band, popolarissima, i Plastic people of the universe, era finita in galera) Havel e altri dissidenti firmarono la Charta 77. Fu il manifesto per la democrazia, chiedeva una lotta non violenta e una resistenza passiva, scriveva che ormai dopo l'invasione erano morte le speranze di cambiare il sistema dall'interno.
Charta 77 fu una svolta importante nella lotta per la libertà nell'impero sovietico. Sfidando la repressione, agì in contatto con gli oppositori polacchi del Kor (Comitato di difesa dei lavoratori, di Kuron, Michnik, Geremek) e altri gruppi di dissenso. Havel pagò con anni di prigione, che poi raccontò nello splendido, autobiografico Lettere a Olga. "Verità e amore devono prevalere su menzogna e odio", era il suo motto.
Con l'inizio nel 1980 della rivoluzione polacca, poi con l'arrivo di Gorbaciov a Mosca, il regime neostalinista instaurato dai Panzer di Breznev a Praga era sempre più isolato. Mosca dove cominciava la perestrojka, e al suo fianco Varsavia dove la giunta del generale Jaruzelski aprì trattative con Solidarnosc, il movimento democratico-rivoluzionario, non violento come le idee di Havel e di Wojtyla. Le elezioni semilibere polacche, vinte dai democratici (i generali scavalcarono il Pc e nominarono premier Tadeusz Mazowiecki, intellettuale di Solidarnosc amico di Havel e del Papa) fu la svolta. Uno dopo l'altro, i regimi neostaliniani caddero, rovesciati da manifestazioni di massa per la democrazia. Cadde Praga, cadde a Berlino Est il Muro e con esso la dittatura, cadde con una sanguinosa guerra civile la tirannide di Ceausescu.
Alle libere elezioni del 1990 Havel trionfò come presidente. Lui, gli altri democratici, e il vecchio Dubcek presidente del Parlamento, restaurarono la libertà e rilanciarono un'economia rovinata da dittatura e sfruttamento coloniale sovietico: da sesta potenza economica mondiale la Cecoslovacchia era divenuta paese più povero del Portogallo. Non riuscirono a evitare la secessione della Slovacchia. Ma portarono la Repubblica cèca nella Nato e nell'Unione europea, di cui oggi sia Repubblica cèca stessa sia Slovacchia sono prosperi, affidabili membri.
Havel fu presidente cèco fino al 2003. Affrontò prove dolorose: dalla morte della moglie Olga, nel 1996, al cancro al polmone, che lo colpì nello stesso anno imponendogli pesanti terapie. Anche dopo aver lasciato l'incarico, continuò il suo attivismo intellettuale e letterario, con a fianco la giovane, bellissima attrice Dagmar Veskrnova come compagna dell'ultima parte della vita. Vaclav non si risparmiava, anzi si divertì anche a partecipare ai lavori di un film sulla sua vita. In un memorabile servizio esclusivo, il collega Nicola Lombardozzi, che lo conosceva bene, narrò su Repubblica i giorni sul set insieme al presidente-intellettuale-rivoluzionario. Leader come Havel, all'est e nel mondo in generale, sono sempre più rari.