ABUJA - Se anche il paese primo produttore al mondo di petrolio decide, di colpo, di raddoppiare il prezzo della benzina, è un miracolo se non scoppia una rivolta generale. Ma in Nigeria ci sono tutte le premesse.
Sconvolto dalla violenza religiosa che ha listato a lutto la vigilia di Natale, con oltre cinquanta morti e un centinaio di feriti, da parte del gruppo filo-talebani dei Boko Haram, il gigante africano affronta questo nuovo anno con il rincaro più antipopolare.
La risposta è stata immediata: a partire da lunedì le potenti confederazioni sindacali Nlc e Tuc hanno proclamato uno sciopero generale ad oltranza. Il rischio di una paralisi dell'intera economia della Nigeria è concreto; le ripercussioni si avvertirebbero anche tra le grandi compagnie petrolifere straniere che impiegano migliaia di dipendenti locali.
In Nigeria la benzina è un prodotto economico. Se ne produce e se ne raffina tanta e finora il prezzo della vendita al dettaglio era rimasto contenuto: 65 naria al litro, circa 30 centesimi di euro. Ma dal primo gennaio, senza alcun annuncio, dalla sera alla mattina, i 180 milioni di nigeriani si sono trovati davanti ad una bella sorpresa: il prezzo è stato più che raddoppiato a 145 naria, cioè 70 centesimi di euro. Se si considera che in Nigeria si campa con 1,50 euro al giorno, è facile intuire come anche l'oro nero, bene diffusissimo, sia diventato merce pregiata.
La sorpresa è stata una vera mazzata. Nel paese ci sono molte auto ma non tutti se le possono permettere. La maggior parte delle persone si sposta su mezzi pubblici che, naturalmente, hanno raddoppiato il prezzo del biglietto. Ma anche l'uso degli okada, le mototaxi, più popolari e più diffuse, è diventato proibitivo. L'aumento è scattato dopo l'abolizione da parte del governo dei sussidi (circa 8 miliardi di dollari) che riuscivano a calmierare i prezzi.
Il presidente Goodluck Jonathan si è presentato in tv e ha cercato di giustificare il rincaro. "Non si tratta di un provvedimento punitivo nei confronti dei nigeriani - ha detto - vogliamo solo liberare risorse per costruire infrastrutture, aumentare i salari e creare occupazione".
Ma la gente non capisce e non si fida. Toccare il prezzo del carburante in un paese impregnato di petrolio è vista come una provocazione. In tutto il Paese sono esplose manifestazioni spontanee di protesta. La polizia ha usato la mano pesante. A Kano, capitale del nord a forte presenza musulmana, ha sciolto a colpi di lacrimogeni dei blocchi stradali. La mattanza di cristiani a Natale ha fatto decretare lo stato d'emergenza negli Stati di Yobe, Borno, del Plateau e del Delta del Niger, nel nord-est e nel centro-ovest del paese.
Ogni assembramento è vietato; polizia ed esercito girano per i quartieri e procedono a molti arresti. Ma la protesta è diffusa. Altri leggeri scontri sono avvenuti lungo la strada che porta a Lagos, capitale cattolica del sud, dove un gruppo di giovani aveva alzato delle barricate e incendiato dei copertoni. "Non lasceremo la strada", aveva detto poco prima dell'intervento della polizia uno dei manifestanti, Tunde, mentre reggeva un bidone di gasolio per innaffiare i pneumatici, "fino a quando il prezzo non scenderà di nuovo a 65 naria".
Altre 200 persone hanno marciato in corteo per il centro della capitale economica lanciando slogan contro i rincari. Tra la folla si sono visti per la prima volta dei volti noti. Soprattutto artisti e scrittori. Tra questi Seun Kuti, affermato musicista nigeriano, figlio di Fela Kuti, re degli afro-beat, per anni detrattore della corruzione imperante dei diversi regimi nigeriani. "Il prezzo del carburante deve tornare ai 65 naria", hanno chiesto i segretari dei due sindacati. "Se il governo non tornerà sulle sue decisioni sarà responsabile delle paralisi del paese, delle manifestazioni e dei blocchi che si terranno a partire dal 9 gennaio".
Sconvolto dalla violenza religiosa che ha listato a lutto la vigilia di Natale, con oltre cinquanta morti e un centinaio di feriti, da parte del gruppo filo-talebani dei Boko Haram, il gigante africano affronta questo nuovo anno con il rincaro più antipopolare.
La risposta è stata immediata: a partire da lunedì le potenti confederazioni sindacali Nlc e Tuc hanno proclamato uno sciopero generale ad oltranza. Il rischio di una paralisi dell'intera economia della Nigeria è concreto; le ripercussioni si avvertirebbero anche tra le grandi compagnie petrolifere straniere che impiegano migliaia di dipendenti locali.
In Nigeria la benzina è un prodotto economico. Se ne produce e se ne raffina tanta e finora il prezzo della vendita al dettaglio era rimasto contenuto: 65 naria al litro, circa 30 centesimi di euro. Ma dal primo gennaio, senza alcun annuncio, dalla sera alla mattina, i 180 milioni di nigeriani si sono trovati davanti ad una bella sorpresa: il prezzo è stato più che raddoppiato a 145 naria, cioè 70 centesimi di euro. Se si considera che in Nigeria si campa con 1,50 euro al giorno, è facile intuire come anche l'oro nero, bene diffusissimo, sia diventato merce pregiata.
La sorpresa è stata una vera mazzata. Nel paese ci sono molte auto ma non tutti se le possono permettere. La maggior parte delle persone si sposta su mezzi pubblici che, naturalmente, hanno raddoppiato il prezzo del biglietto. Ma anche l'uso degli okada, le mototaxi, più popolari e più diffuse, è diventato proibitivo. L'aumento è scattato dopo l'abolizione da parte del governo dei sussidi (circa 8 miliardi di dollari) che riuscivano a calmierare i prezzi.
Il presidente Goodluck Jonathan si è presentato in tv e ha cercato di giustificare il rincaro. "Non si tratta di un provvedimento punitivo nei confronti dei nigeriani - ha detto - vogliamo solo liberare risorse per costruire infrastrutture, aumentare i salari e creare occupazione".
Ma la gente non capisce e non si fida. Toccare il prezzo del carburante in un paese impregnato di petrolio è vista come una provocazione. In tutto il Paese sono esplose manifestazioni spontanee di protesta. La polizia ha usato la mano pesante. A Kano, capitale del nord a forte presenza musulmana, ha sciolto a colpi di lacrimogeni dei blocchi stradali. La mattanza di cristiani a Natale ha fatto decretare lo stato d'emergenza negli Stati di Yobe, Borno, del Plateau e del Delta del Niger, nel nord-est e nel centro-ovest del paese.
Ogni assembramento è vietato; polizia ed esercito girano per i quartieri e procedono a molti arresti. Ma la protesta è diffusa. Altri leggeri scontri sono avvenuti lungo la strada che porta a Lagos, capitale cattolica del sud, dove un gruppo di giovani aveva alzato delle barricate e incendiato dei copertoni. "Non lasceremo la strada", aveva detto poco prima dell'intervento della polizia uno dei manifestanti, Tunde, mentre reggeva un bidone di gasolio per innaffiare i pneumatici, "fino a quando il prezzo non scenderà di nuovo a 65 naria".
Altre 200 persone hanno marciato in corteo per il centro della capitale economica lanciando slogan contro i rincari. Tra la folla si sono visti per la prima volta dei volti noti. Soprattutto artisti e scrittori. Tra questi Seun Kuti, affermato musicista nigeriano, figlio di Fela Kuti, re degli afro-beat, per anni detrattore della corruzione imperante dei diversi regimi nigeriani. "Il prezzo del carburante deve tornare ai 65 naria", hanno chiesto i segretari dei due sindacati. "Se il governo non tornerà sulle sue decisioni sarà responsabile delle paralisi del paese, delle manifestazioni e dei blocchi che si terranno a partire dal 9 gennaio".