MILANO - Proveniente da New Delhi, ha toccato terra poco prima delle 18, all'aeroporto milanese della Malpensa, il volo della compagnia Jet Airways che ha riportato in Italia Paolo Bosusco, la guida turistica piemontese sequestrata il 14 marzo tra le montagne dello stato indiano dell'Orissa dai guerriglieri maoisti e liberato nella notte tra mercoledi e giovedi dopo una lunga e complessa trattativa. Poco dopo, il commosso abbraccio con il padre Azelio e la nipote Karin.
Paolo si è quindi presentato alla folla di cronisti e fotografi. Non indossava più la bianca tunica con cui era stato ritratto dopo la liberazione e che vestiva anche stamattina, quando l'ambasciatore italiano Giacomo Sanfelice lo accompagnato fino all'imbarco a New Delhi. Per il ritorno in Italia e alla sua vita quotidiana, Paolo ha indossato una camicia a quadretti e jeans, sulle spalle lo zaino da trekking con 'gli attrezzi del mestiere', bussola e gps e un carico di ricordi destinati a diventare un libro.
"Sono contento, la preoccupazione è stata soprattutto per i miei familiari, per mio padre - le sue prime parole una volta in Italia -. Sono un selvatico, abituato alla giungla, non mi è mancata l'Italia, ci torno ogni anno". Bosusco ha quindi ribadito quanto dichiarato ieri, subito dopo il rilascio, sui sentimenti provati nei riguardi dei suoi sequestratori: "Le persone vanno conosciute, non si può mai dire cattivo, la gente va giudicata per quello che ha fatto e quelle sono persone che hanno sofferto gravi ingiustizie".
"Ho avuto momenti di paura - ha continuato nel suo racconto -, all'inizio qualcuno voleva ammazzarci, ma ho provato anche momenti di pura poesia". La paura, ha spiegato Paolo, soprattutto nelle prime due ore del sequestro, "preso a calci da gente armata. Poi, i primi giorni c'è stata una discussione interna perché alcuni dei ribelli volevano ammazzarci. C'è stata la paura di morire, ma è momentanea, poi passa. Io sono un fifone, ho sempre paura, ma non ho mai provato panico durante il rapimento. Mi sentivo che sarebbe finita bene. Ho avuto per due volte la malaria, ma tutto sommato ci hanno trattato bene, ora sono contento di essere tornato a casa".
"Quelle che ci hanno rapito - ha ripetuto Bosusco - sono persone che hanno subito grandi ingiustizie, ma hanno scelto un sentiero sbagliato. Sono stato felice quando hanno liberato Claudio Colangelo perchè era allo stremo delle forze e ora spero di rivederlo".
Paolo si è ancora una volta scusato per la battuta sui "28 giorni di vacanza pagata". "Ho fatto una battutaccia di cui oggi mi pento, l'ho fatto per sciogliere la tensione e per tranquillizzare la mia famiglia". Prima di congedarsi dai giornalisti, Bosusco ha tenuto a "ringraziare l'ambasciatore italiano" Giacomo Sanfelice, che ieri sera gli ha offerto "una cena meravigliosa".
Insieme ai parenti, Bosusco ha salutato i reporter e si è infilato nell'auto che lo riporterà a casa. Raggiunto al telefono, ha detto che stasera lo aspetta una cena "insieme ai miei parenti, nel torinese. Poi mi dedicherò al disbrigo di alcune pratiche obbligatorie dopo quello che è successo. Sono molto contento". E da domani, cosa farà Paolo Bosusco? Ha in programma di scrivere un libro sulla sua esperienza e non sa se in futuro tornerà in India, dove per anni ha lavorato come guida turistica. "Tutte le aree che interessano a me sono chiuse al turismo".
In serata, Bosusco ha raccontato a "Le Invasioni barbariche", su La7, la sua prigionia. E ha rivelato che non era la prima volta che veniva rapito in India. Ha poi precisato che a rapirlo, in altre occasioni, "ma solo per poche ore, sono state le tribù locali. Ma non ho detto nulla - ha aggiunto - per non creare problemi".
In poco più di mezz'ora Bosusco ha raccontato i 28 giorni di prigionia, da quando fu sorpreso con il turista romano Claudio Colangelo e con due suoi assistenti indiani fino al momento della liberazione: "Ci hanno accerchiati, gettati a terra, legati e presi a calci in pancia. Poi ci hanno bendati e condotti nella jungla fino dal comandante. Qui abbiamo incontrato il comandante. Lui ci ha detto subito che il loro obiettivo era scambiarci con dei loro attivisti tenuti in carcere. Quando insistevo perchè Claudio fosse liberato rispondeva che non ha mai ammazzato nemmeno un pollo".
Durante la prigionia, ha rivelato, gli è stato chiesto di fare appelli, ma lui si è rifiutato: "Non volevo fare l'ostaggio che piange - ha spiegato - e dare ai miei familiari l'impressione che andasse tutto bene".
Ha raccontato di avere sofferto la fame. "I maoisti - ha spiegato - ci davano quello che trovavano: una patata, due chapati (pane non lievitato indiano) e riso di pessima qualità". Nonostante gli ostaggi non fossero legati, ogni tentativo di fuga era impossibile, ha spiegato, "perchè dovevi conoscere la loro disposizione difensiva. C'erano sentinelle lontane chilometri, tutte armate. E poi Claudio non sarebbe stato in grado di starmi dietro".
Tra gli episodi che ricorda c'è l'uccisione di un cobra a due metri dalla sua tenda. "Invece, mi ha fatto piangere il racconto di uno dei rapitori, la cui sorella è stata presa, incarcerata e violentata dalla polizia. Quando l'ho saputo, ho detto al comandante che se era vero avremmo dovuto aspettare che fosse liberata prima di liberare me".
Bosusco ha ribadito che le richieste dei ribelli "sono genuine, come l'assistenza medica per i tribali e le lezioni scolastiche nella loro lingua".
Prima di chiudere, però, Bosusco ha lanciato un appello: "Mi offro come guida in tutti i posti del mondo dove c'è la giungla, gli animali".
Paolo si è quindi presentato alla folla di cronisti e fotografi. Non indossava più la bianca tunica con cui era stato ritratto dopo la liberazione e che vestiva anche stamattina, quando l'ambasciatore italiano Giacomo Sanfelice lo accompagnato fino all'imbarco a New Delhi. Per il ritorno in Italia e alla sua vita quotidiana, Paolo ha indossato una camicia a quadretti e jeans, sulle spalle lo zaino da trekking con 'gli attrezzi del mestiere', bussola e gps e un carico di ricordi destinati a diventare un libro.
"Sono contento, la preoccupazione è stata soprattutto per i miei familiari, per mio padre - le sue prime parole una volta in Italia -. Sono un selvatico, abituato alla giungla, non mi è mancata l'Italia, ci torno ogni anno". Bosusco ha quindi ribadito quanto dichiarato ieri, subito dopo il rilascio, sui sentimenti provati nei riguardi dei suoi sequestratori: "Le persone vanno conosciute, non si può mai dire cattivo, la gente va giudicata per quello che ha fatto e quelle sono persone che hanno sofferto gravi ingiustizie".
"Ho avuto momenti di paura - ha continuato nel suo racconto -, all'inizio qualcuno voleva ammazzarci, ma ho provato anche momenti di pura poesia". La paura, ha spiegato Paolo, soprattutto nelle prime due ore del sequestro, "preso a calci da gente armata. Poi, i primi giorni c'è stata una discussione interna perché alcuni dei ribelli volevano ammazzarci. C'è stata la paura di morire, ma è momentanea, poi passa. Io sono un fifone, ho sempre paura, ma non ho mai provato panico durante il rapimento. Mi sentivo che sarebbe finita bene. Ho avuto per due volte la malaria, ma tutto sommato ci hanno trattato bene, ora sono contento di essere tornato a casa".
"Quelle che ci hanno rapito - ha ripetuto Bosusco - sono persone che hanno subito grandi ingiustizie, ma hanno scelto un sentiero sbagliato. Sono stato felice quando hanno liberato Claudio Colangelo perchè era allo stremo delle forze e ora spero di rivederlo".
Paolo si è ancora una volta scusato per la battuta sui "28 giorni di vacanza pagata". "Ho fatto una battutaccia di cui oggi mi pento, l'ho fatto per sciogliere la tensione e per tranquillizzare la mia famiglia". Prima di congedarsi dai giornalisti, Bosusco ha tenuto a "ringraziare l'ambasciatore italiano" Giacomo Sanfelice, che ieri sera gli ha offerto "una cena meravigliosa".
Insieme ai parenti, Bosusco ha salutato i reporter e si è infilato nell'auto che lo riporterà a casa. Raggiunto al telefono, ha detto che stasera lo aspetta una cena "insieme ai miei parenti, nel torinese. Poi mi dedicherò al disbrigo di alcune pratiche obbligatorie dopo quello che è successo. Sono molto contento". E da domani, cosa farà Paolo Bosusco? Ha in programma di scrivere un libro sulla sua esperienza e non sa se in futuro tornerà in India, dove per anni ha lavorato come guida turistica. "Tutte le aree che interessano a me sono chiuse al turismo".
In serata, Bosusco ha raccontato a "Le Invasioni barbariche", su La7, la sua prigionia. E ha rivelato che non era la prima volta che veniva rapito in India. Ha poi precisato che a rapirlo, in altre occasioni, "ma solo per poche ore, sono state le tribù locali. Ma non ho detto nulla - ha aggiunto - per non creare problemi".
In poco più di mezz'ora Bosusco ha raccontato i 28 giorni di prigionia, da quando fu sorpreso con il turista romano Claudio Colangelo e con due suoi assistenti indiani fino al momento della liberazione: "Ci hanno accerchiati, gettati a terra, legati e presi a calci in pancia. Poi ci hanno bendati e condotti nella jungla fino dal comandante. Qui abbiamo incontrato il comandante. Lui ci ha detto subito che il loro obiettivo era scambiarci con dei loro attivisti tenuti in carcere. Quando insistevo perchè Claudio fosse liberato rispondeva che non ha mai ammazzato nemmeno un pollo".
Durante la prigionia, ha rivelato, gli è stato chiesto di fare appelli, ma lui si è rifiutato: "Non volevo fare l'ostaggio che piange - ha spiegato - e dare ai miei familiari l'impressione che andasse tutto bene".
Ha raccontato di avere sofferto la fame. "I maoisti - ha spiegato - ci davano quello che trovavano: una patata, due chapati (pane non lievitato indiano) e riso di pessima qualità". Nonostante gli ostaggi non fossero legati, ogni tentativo di fuga era impossibile, ha spiegato, "perchè dovevi conoscere la loro disposizione difensiva. C'erano sentinelle lontane chilometri, tutte armate. E poi Claudio non sarebbe stato in grado di starmi dietro".
Tra gli episodi che ricorda c'è l'uccisione di un cobra a due metri dalla sua tenda. "Invece, mi ha fatto piangere il racconto di uno dei rapitori, la cui sorella è stata presa, incarcerata e violentata dalla polizia. Quando l'ho saputo, ho detto al comandante che se era vero avremmo dovuto aspettare che fosse liberata prima di liberare me".
Bosusco ha ribadito che le richieste dei ribelli "sono genuine, come l'assistenza medica per i tribali e le lezioni scolastiche nella loro lingua".
Prima di chiudere, però, Bosusco ha lanciato un appello: "Mi offro come guida in tutti i posti del mondo dove c'è la giungla, gli animali".