Esteri

IL LIBRO

Quando il popolo eleggeva il Papa
storie e misteri alle radici del Conclave

Esce per Viella, "Morte e elezione del papa" di Agostino Paravicini Bagliani. Un volume di storia di grandissima attualità che si legge come un affascinante racconto. E che fa pensare, davanti ai fatti di questi giorni, come anche le norme che regolano la successione al soglio di Pietro, possano avere enorme importanza nel futuro della Chiesa

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ROMA - Per oltre mille anni e per 154 volte il sommo pontefice vescovo di Roma venne eletto dal popolo della città eterna riunito in assemblea con i notabili e i rappresentanti del clero. Solo dal 1059 la nomina passò nelle mani dei cardinali, ma solo dal 1274, con il decreto "Ubi periculum" voluto da Papa Gregoxio X, i cardinali furono costretti a riunirsi in conclave dopo la morte del pontefice e a sbrigarsi nell'eleggere il suo successore pena finire per diversi giorni chiusi in una sola sala (unicum conclave) a pane e acqua.

Queste e altre affascinanti vicende si possono leggere in "Morte e elezione del papa - Norme, riti e conflitti" opera di Agostino Paravicini Bagliani, professore onorario di Storia medievale all'Università di Losanna. Il volume (Editore Viella, 25 euro) è appena arrivato in libreria ed è frutto di un lungo lavoro di scavo storico che era giunto a conclusione nelle scorse settimane. Le recentissime vicende hanno spinto autore ed editore ad accelerare rifiniture e stampa. Il risultato è un pregevole e complesso lavoro che assume la freschezza e l'utilità di un "instant book" mantenendo la precisione e la profondità di un'importante opera storica. Il libro, tra l'altro, è il primo di una coppia e tratta la questione della morte e dell'elezione del Papa dai primi anni del cristianesimo fino a tutto il medioevo e al pontificato di Pio II (1458-1464). Il secondo volume, della professoressa Maria Antonietta Visceglia, condurrà il lettore per altri quattro secoli fino all'inizio dell'Ottocento.

Di Conclave e dei rituali densi di significati che accompagnano il passaggio dell'anello piscatorio da un pontefice all'altro, si finisce per parlare e scrivere sui giornali, appunto, "ad ogni morte di Papa". Le straordinarie circostanze delle dimissioni di Benedetto XVI hanno riportato davanti agli occhi di tutto il mondo questioni millenarie che sembravano acquisite e, comunque, non più oggetto di discussione se non tra teologi ed esperti. Questa volta, infatti, i problemi dei tempi del Conclave, dell'assenza della fase delle esequie, della trattativa tra i cardinali, delle modalità della scelta sono diventati tutti importanti e significativi. Non si tratta, infatti, (almeno per quello che si percepisce in queste convulse giornate) di scegliere solo l'uomo giusto più o meno ispirati dallo Spirito Santo, ma di decidere la portata e la direzione di un cambiamento del modo di essere della Chiesa che molti si aspettano (e sperano) profondo ed epocale ed altri (forse) vorrebbero frenare.

Così il professore Paravicini Bagliani ci racconta come funzionava la faccenda dell'elezione del Papa nei primi secoli dopo Cristo. I materiali sono rari e le fonti, spesso, relativamente inconsistenti, ma ce n'è abbastanza per capire e immaginare la folla dei cristiani riunita in una chiesa romana per eleggere il successore di Papa Antero (235-236), con i nobili e i rappresentanti del clero (diaconi e presbiteri delle diverse chiese romane). Di solito, allora, il pontefice indicava il suo successore affidandogli per tempo la carica di arcidiacono (primo tra i diaconi e amministratore della santa sede). Quella volta, però, la decisione tardava, quando, stando alla leggenda, una colomba bianca scese dal cielo e si posò sulla testa di un fedele da poco arrivato a Roma dalla campagna, di nome Fabiano. Il popolo vide subito in questa scena un segno della volontà divina e Fabiano, perfettamente sconosciuto e, per giunta laico, fu eletto papa per acclamazione.

Così pure, veniamo a sapere, del problema del divieto di "traslazione", cioé delle norme che, per lungo tempo, impedirono ai vescovi delle diocesi non romane di accedere al soglio pontificio. Questi vescovi, infatti, partecipavano all'elezione del papa, ma non potevano essere eletti perché ciascuno di loro era legato a vita alla sua diocesi e il Papa era comunque il vescovo di Roma. Il primo a rompere questo schema fu il vescovo di Cerveteri, Marino (882-884) che, da giovane aveva fatto parte del clero romano e manteneva anche il ruolo di arcidiacono della chiesa romana.

E ci volle un millennio, si diceva, prima che la nomina del Papa diventasse prerogativa esclusiva del collegio cardinalizio. All'origine, nel 1057, ci fu una crisi e uno scontro tra riformatori e conservatori che portò alla nomina di due papi: Benedetto X e Niccolò II. Il primo era stato eletto in fretta e furia dall'aristocrazia romana che aveva saputo strumentalizzare a dovere il popolo elettore. In questo caso, dunque, furono i riformatori, usciti vincitori dalla contesa, a stabilire nuovi criteri e a spostare nelle mani dei cardinali la delicatissima incombenza di eleggere il Papa.

Quanto al conclave, ci si arrivò solo nel 1274. Anche qui in seguito a scontri di potere e problemi dovuti alle misere ambizioni umane. Eleggere il Papa, in determinate circostanze, cominciava ad essere un problema. Non essendoci limiti temporali, la trattativa tra i cardinali rischiava di diventare una lentissima guerra di posizioni: fu così che, alla morte di Clemente IV (1268) i cardinali riuniti a Viterbo (dove il pontefice era deceduto) si gingillarono per mesi in estenuanti e poco produttive discussioni. Fu così che le autorità cittadine li chiusero nel palazzo papale e, in assenza di una decisione, cominciarono a tagliare i viveri e arrivarono addirittura a scoperchiare il tetto dell'edificio per lasciare i cardinali al freddo e alla pioggia. I sommi elettori non la presero bene e, dall'interno, minacciarono scomuniche e anatemi vari. Alla fine, come Dio volle (ma solo nel 1271) fecero il nuovo Papa, Tedaldo Visconti, arcidiacono di Liegi con il nome di Gregorio X. Fu quella la più lunga "sede vacante" della storia del papato. E lo stesso Gregorio X decise di correre ai ripari con il decreto "Ubi periculum". Paravicini Bagliani parla di una vera e propria "Carta costituzionale" del conclave che, con le ovvie (e numerose) modifiche è arrivata praticamente ai giorni nostri. Il testo introduce rigide norme in materia di tempi e stabilisce minuziosamente regole in materia di cibo, assistenza medica, logistica interna, numero di domestici a disposizione e via elencando. Per anni a venire, i cardinali discussero e cercarono di mitigare queste norme che prevedevano persino menù da fame in caso di conclave troppo lungo.

Di questo e molto altro (anche in materia della morte del Papa e delle cerimonie di avvento, quelle, cioé, che seguono l'elezione) racconta il libro. E, davvero, leggendone alla luce dei fatti odierni, vien fatto di pensare al significato di quelle regole ai tempi nostri. E mai, forse, come adesso le leggi (scritte e non) che governano queste giornate e le prossime quando il conclave sarà riunito, potrebbero diventare determinanti per la vittoria dell'una o dell'altra fazione all'interno della Chiesa del terzo millennio.