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Cina, i nuovi leader attaccano gli Usa.
Il premier: "Chiuderemo i campi di lavoro"

Li Keqiang ha promesso la revisione e la fine dei lavori forzati, che coinvolgono tra i 150 e i 350 mila reclusi. Molti funzionari hanno protestato apertamente. Ma parte all'attacco di Obama e dell'America "che deve finire di rivolgerci accuse infondate" dal nostro corrispondente GIANPAOLO VISETTI
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PECHINO  -  Rivoluzione economica, lotta alla corruzione, esercito "capace di vincere le battaglie" e riforme tali da "far sognare una grande rinascita nazionale". La "nuova generazione" dei leader di Pechino inaugura il decennio che può segnare lo storico sorpasso sugli Stati Uniti chiarendo ai cinesi e al resto del mondo che la stagione dei grigi tecnocrati cresciuti con Mao è finita. All'interno si apre l'era della "storica riconversione di un sistema di sviluppo senza più spinta e della seconda fase dell'urbanizzazione". Sul fronte internazionale quella di una Cina riarmata e assai più assertiva sia con gli Usa e che verso i vicini dell'Asia, a partire dal Giappone. Il neo premier Li Keqiang, chiusa l'Assemblea nazionale del popolo che ha segnato la transizione del potere, sul fronte delle riforme si è spinto anche un passo più in là.

Nel suo primo incontro con i giornalisti ha prome…
PECHINO  -  Rivoluzione economica, lotta alla corruzione, esercito "capace di vincere le battaglie" e riforme tali da "far sognare una grande rinascita nazionale". La "nuova generazione" dei leader di Pechino inaugura il decennio che può segnare lo storico sorpasso sugli Stati Uniti chiarendo ai cinesi e al resto del mondo che la stagione dei grigi tecnocrati cresciuti con Mao è finita. All'interno si apre l'era della "storica riconversione di un sistema di sviluppo senza più spinta e della seconda fase dell'urbanizzazione". Sul fronte internazionale quella di una Cina riarmata e assai più assertiva sia con gli Usa e che verso i vicini dell'Asia, a partire dal Giappone. Il neo premier Li Keqiang, chiusa l'Assemblea nazionale del popolo che ha segnato la transizione del potere, sul fronte delle riforme si è spinto anche un passo più in là.

Nel suo primo incontro con i giornalisti ha promesso la revisione dei campi di lavoro entro il 2013. Diversi funzionari, le scorse settimane, avevano anticipato la possibilità che dopo 56 anni lo scandalo dei lavori forzati fosse prossimo a cessare. Il fatto che il nuovo premier abbia voluto assumere un impegno esplicito nella sua prima uscita ufficiale, conferma che un vento nuovo soffia sulla Cina e che la rinnovata classe dirigente è pronta per "grandi e necessari cambiamenti". I "laoijao", da non confondere con i famigerati "laogai" (veri e propri campi di prigionia) soppressi nel 1997, restano lo strumento supremo dell'arbitrio della polizia, che può rinchiudervi chiunque per tre e fino a otto anni in assenza di processo. Si calcola che tra 150 e 350 mila reclusi, un misto di piccoli delinquenti, oppositori e fedeli disobbedienti al partito, siano costretti a lavorare per le industrie di Stato con paghe da fame. Calare il sipario sull'epoca della schiavitù in Cina è il segnale che nessun argomento è più protetto da tabù ideologici, che Pechino è decisa a ristabile il diritto anche all'interno degli apparati di sicurezza e che la crisi di manodopera è tale da permettere ai prigionieri liberati di trovare immediatamente occupazione. "Del resto la Cina  -  ha detto Li Keqiang  -  oggi non ha alternativa alla riforma del suo sistema economico".

E' lo storico passaggio dal modello industriale fondato sull'export a quello orientato ai servizi e ai consumi interni. Il premier è tornato così a insistere sul via alla "fase due dell'urbanizzazione", non finalizzata ad allargare ancora di più le metropoli, ma "concentrata sulle città minori di seconda e terza fascia". "Per questo  -  ha detto  -  c'è bisogno di coraggio, saggezza e tenacia". La sfida delle riforme lanciata da Li Keqiang e dal neo presidente Xi Jinping è l'unica strada per evitare che il potere del partito venga travolto da quello della classe media e i due leader della "quinta generazione" hanno rilanciato ieri il mantra recitato a partire dal congresso di novembre: lotta alla corruzione, sobrietà e fine degli sprechi, massimo sforzo contro il dramma dell'inquinamento e del cibo tossico. La grande novità sono stati però i sottolineati toni nazionalistici, l'attenzione riservata alle forze armate e le critiche esplicite agli Stati Uniti. "Gli Usa  -  ha detto Li Keqiang  -  devono smetterla di rivolgerci accuse infondate, che si trasformano in una presunzione di colpevolezza". Il riferimento era agli attacchi informatici e alle dichiarazioni di Barack Obama, che ha accusato Pechino e il suo esercito di "spionaggio e hackeraggio ai danni di governi e aziende". "La Cina non solo non appoggia, ma anzi si oppone a tali attacchi  -  ha detto il premier  -  e sarebbe meglio usare il tempo per fare insieme cose pratiche che contribuiscano alla cyber-sicurezza".

Una freddezza anti-Usa evidente, senza precedenti per un esordio, rafforzata dalla notizia che Xi Jinping, prossimo a volare a Mosca da Putin e poi in Sudafrica, non incontrerà Obama prima del G20 dell'autunno a San Pietroburgo. Lo spostamento di parte dello scudo americano dall'Europa in Alaska, ufficialmente in funzione anti Corea del Nord, a Pechino non è piaciuta affatto e il primo discorso di Xi da presidente è stato implicemente diretto anche alla Casa Bianca. Il successore di Hu Jintao ha esortato i quasi 3 mila delegati a "perseguire con volontà indomabile il grande sogno cinese", a "realizzare la grande rinascita della nazione" e a "recuperare la spirito nazionale combinato con il patriottismo" per "mantenere unito il popolo grazie al socialismo con caratteristiche cinesi". Non solo retorica da regime. Un ambizioso programma politico, piuttosto, deciso a portare la Cina alla guida del secolo partendo dalla ricostruzione dell'esercito. "Tutti i soldati e gli ufficiali  -  ha detto Xi Jinping  -  guidati dal partito devono essere capaci di vincere le battaglie e di difendere la sovranità e la sicurezza nazionali". La corsa al riarmo cinese è dunque partita, Pechino promette di superare le spese di Washington e nel Pacifico i campanelli d'allarme suonano sempre più forte, dal Giappone alle Filippine. Riforme economiche, trasparenza, aperture interne e nuovo ruolo globale: i "principi rossi" cercano di assicurare al comunismo di mercato un altro decennio di successo, ma la proiezione di Pechino oltre la Grande Muraglia si profila come la prova più decisiva per la definizione dei nuovi equilibri del presente.