Oggi sono qui perché Chicago è la mia città. Qui sono nata e cresciuta. Qui ho costruito la mia carriera. Qui vivono molti dei miei capi. Ex capi (risate). Qui ho incontrato e sposato l'amore della mia vita. Qui ho allevato le mie figlie le quali, detto per inciso, si riferiscono ancora a Chicago come a "casa". Perciò lasciate che vi dica che, quando si tratta di garantire la salute, la crescita e il successo dei ragazzi di questa città, stiamo parlando di una cosa che mi appassiona, che considero la mia missione.
VIDEO L'intervento di Michelle Obama a Chicago
È anche grazie a questa città che la nostra vita ci ha offerto tante opportunità. Abbiamo usufruito di buone scuole pubbliche. Io stessa sono il frutto di una di queste scuole. Abbiamo frequentato i campi estivi del Chicago Park District. E durante quei campi estivi ho ricevuto parecchi premi di cui sono piuttosto fiera... (risate). Abbiamo giocato a basket nei campi di gioco cittadini. Le nostre chiese organizzavano corsi che ci hanno avvicinato alla musica e all'arte.
A quel tempo, i nostri genitori sapevano che se ci avessero amato e incoraggiato, se ci avessero tenuto lontani dalle strade, se avessero fatto le scelte giuste, noi avremmo avuto delle opportunità. Ma oggi, per troppe famiglie e troppi ragazzi di questa città, le cose non stanno più così. Oggi troppi ragazzi di questa città, ragazzi che vivono a volte solo a qualche isolato da grattacieli scintillanti, da parchi rigogliosi e da musei e università, è come se vivessero in un altro stato, addirittura in un altro continente. Perché tanti di quei ragazzi non sono mai stati all'Art Institute o al Millenium Park. Molti di loro non sanno nemmeno dell'esistenza dell'Università di Chicago. Alcuni di loro non hanno neanche mai visto il lago. Perché invece di trascorrere le giornate godendo delle ricchezze della città, devono guardarsi le spalle. Hanno paura di camminare da soli. Hanno paura di camminare in gruppo, perché potrebbero essere scambiati per membri di una gang e questo li metterebbe in pericolo. Migliaia di ragazzi vivono in quartieri nei quali il funerale di un adolescente è considerato un fatto sventurato ma non insolito.
Questi sono i pericoli che tanti ragazzi si trovano ad affrontare in questa città: ragazzi come Hadiya Pendleton, al cui funerale ho assistito lo scorso febbraio. Aveva 15 anni ed era una delle migliori studentesse del King College Prep. Veniva da una famiglia perbene. Gente che frequenta la chiesa. La madre di Hadiya aveva fatto tutto il possibile per sua figlia. L'aveva iscritta a tutte le attività che si possono immaginare - corsi di cheerleading, majorette, danza liturgica - pur di tenerla occupata e lontana dalle strade. E mentre partecipavo assieme ai Pendleton al funerale di Hadiya, non potevo fare a meno di pensare a come mi sembrasse di conoscerli bene. Perché mi sono resa conto che la famiglia di Hadiya era simile alla mia. Hadiya Pendleton era me, e io ero Hadiya. Ma io ho avuto la possibilità di crescere, di frequentare la facoltà di giurisprudenza a Princeton e ad Harvard, di avere un lavoro e una famiglia e la vita più felice che potessi mai immaginare. E Hadiya? Appena una settimana dopo la sua esibizione alla cerimonia di inaugurazione del mandato di mio marito, è andata in un parco assieme a degli amici e le hanno sparato nella schiena perché un ragazzo ha pensato che appartenesse a una gang. E questa storia è una storia che in questa città e in questo Paese leggiamo giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.
Non sto parlando di cose che accadono in zone di guerra, in qualche angolo del mondo. Parlo di una cosa che accade nella città che consideriamo casa nostra. Questo genere di violenza è ciò che ragazzi come Hadiya Pendleton devono affrontare ogni singolo giorno. E che devono affrontare anche i due ragazzi accusati dell'omicidio. Cosa sarebbe accaduto se, invece di andarsene in giro armati, quei ragazzi avessero avuto accesso ad un laboratorio di informatica, ad un centro sociale o ad un campo da basket vero e proprio? Forse le cose sarebbero andate diversamente. Proprio in queste ore, mio marito sta lottando con tutte le sue forze, coinvolgendo quante più persone possibile, perché siano approvate delle riforme ispirate al buon senso che proteggano i nostri figli dalla violenza delle armi. E queste riforme meritano un voto del Congresso.
Non possiamo fermare tutta la violenza del mondo. Ma se c'è anche soltanto una cosa che possiamo fare, anche soltanto un'iniziativa che possiamo prendere non abbiamo il dovere di provare? Penso che mio marito si sia espresso molto bene quando si è rivolto alla gente di Newtown, Connecticut, lo scorso dicembre, dicendo: "Questo è il nostro primo dovere, occuparci dei nostri figli. Questo è quello per cui saremo giudicati. E, su quel metro di giudizio, possiamo affermare onestamente che, come nazione, abbiamo assolto i nostri doveri?". È una domanda che dovremmo porci anche a Chicago e in ogni angolo di questo Paese. Perciò, oggi voglio incitarvi a unirvi e fare qualcosa che sia degno della memoria di Hadiya e del futuro dei nostri figli. Unitevi a me, ai compagni di classe di Hadiya e ai ragazzi di questa città che stanno ancora combattendo così duramente per vincere questa battaglia. Dobbiamo dimostrare loro - con i fatti - che in questa lotta non sono soli. Dobbiamo dimostrare che crediamo in loro e dargli tutto ciò che è necessario perché abbiano fiducia in se stessi. Grazie di cuore. Buona fortuna e Dio vi benedica.
(Traduzione di Antonella Cesarini)
VIDEO L'intervento di Michelle Obama a Chicago
È anche grazie a questa città che la nostra vita ci ha offerto tante opportunità. Abbiamo usufruito di buone scuole pubbliche. Io stessa sono il frutto di una di queste scuole. Abbiamo frequentato i campi estivi del Chicago Park District. E durante quei campi estivi ho ricevuto parecchi premi di cui sono piuttosto fiera... (risate). Abbiamo giocato a basket nei campi di gioco cittadini. Le nostre chiese organizzavano corsi che ci hanno avvicinato alla musica e all'arte.
A quel tempo, i nostri genitori sapevano che se ci avessero amato e incoraggiato, se ci avessero tenuto lontani dalle strade, se avessero fatto le scelte giuste, noi avremmo avuto delle opportunità. Ma oggi, per troppe famiglie e troppi ragazzi di questa città, le cose non stanno più così. Oggi troppi ragazzi di questa città, ragazzi che vivono a volte solo a qualche isolato da grattacieli scintillanti, da parchi rigogliosi e da musei e università, è come se vivessero in un altro stato, addirittura in un altro continente. Perché tanti di quei ragazzi non sono mai stati all'Art Institute o al Millenium Park. Molti di loro non sanno nemmeno dell'esistenza dell'Università di Chicago. Alcuni di loro non hanno neanche mai visto il lago. Perché invece di trascorrere le giornate godendo delle ricchezze della città, devono guardarsi le spalle. Hanno paura di camminare da soli. Hanno paura di camminare in gruppo, perché potrebbero essere scambiati per membri di una gang e questo li metterebbe in pericolo. Migliaia di ragazzi vivono in quartieri nei quali il funerale di un adolescente è considerato un fatto sventurato ma non insolito.
Questi sono i pericoli che tanti ragazzi si trovano ad affrontare in questa città: ragazzi come Hadiya Pendleton, al cui funerale ho assistito lo scorso febbraio. Aveva 15 anni ed era una delle migliori studentesse del King College Prep. Veniva da una famiglia perbene. Gente che frequenta la chiesa. La madre di Hadiya aveva fatto tutto il possibile per sua figlia. L'aveva iscritta a tutte le attività che si possono immaginare - corsi di cheerleading, majorette, danza liturgica - pur di tenerla occupata e lontana dalle strade. E mentre partecipavo assieme ai Pendleton al funerale di Hadiya, non potevo fare a meno di pensare a come mi sembrasse di conoscerli bene. Perché mi sono resa conto che la famiglia di Hadiya era simile alla mia. Hadiya Pendleton era me, e io ero Hadiya. Ma io ho avuto la possibilità di crescere, di frequentare la facoltà di giurisprudenza a Princeton e ad Harvard, di avere un lavoro e una famiglia e la vita più felice che potessi mai immaginare. E Hadiya? Appena una settimana dopo la sua esibizione alla cerimonia di inaugurazione del mandato di mio marito, è andata in un parco assieme a degli amici e le hanno sparato nella schiena perché un ragazzo ha pensato che appartenesse a una gang. E questa storia è una storia che in questa città e in questo Paese leggiamo giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.
Non sto parlando di cose che accadono in zone di guerra, in qualche angolo del mondo. Parlo di una cosa che accade nella città che consideriamo casa nostra. Questo genere di violenza è ciò che ragazzi come Hadiya Pendleton devono affrontare ogni singolo giorno. E che devono affrontare anche i due ragazzi accusati dell'omicidio. Cosa sarebbe accaduto se, invece di andarsene in giro armati, quei ragazzi avessero avuto accesso ad un laboratorio di informatica, ad un centro sociale o ad un campo da basket vero e proprio? Forse le cose sarebbero andate diversamente. Proprio in queste ore, mio marito sta lottando con tutte le sue forze, coinvolgendo quante più persone possibile, perché siano approvate delle riforme ispirate al buon senso che proteggano i nostri figli dalla violenza delle armi. E queste riforme meritano un voto del Congresso.
Non possiamo fermare tutta la violenza del mondo. Ma se c'è anche soltanto una cosa che possiamo fare, anche soltanto un'iniziativa che possiamo prendere non abbiamo il dovere di provare? Penso che mio marito si sia espresso molto bene quando si è rivolto alla gente di Newtown, Connecticut, lo scorso dicembre, dicendo: "Questo è il nostro primo dovere, occuparci dei nostri figli. Questo è quello per cui saremo giudicati. E, su quel metro di giudizio, possiamo affermare onestamente che, come nazione, abbiamo assolto i nostri doveri?". È una domanda che dovremmo porci anche a Chicago e in ogni angolo di questo Paese. Perciò, oggi voglio incitarvi a unirvi e fare qualcosa che sia degno della memoria di Hadiya e del futuro dei nostri figli. Unitevi a me, ai compagni di classe di Hadiya e ai ragazzi di questa città che stanno ancora combattendo così duramente per vincere questa battaglia. Dobbiamo dimostrare loro - con i fatti - che in questa lotta non sono soli. Dobbiamo dimostrare che crediamo in loro e dargli tutto ciò che è necessario perché abbiano fiducia in se stessi. Grazie di cuore. Buona fortuna e Dio vi benedica.
(Traduzione di Antonella Cesarini)