WASHINGTON - "La prova che sono state usate armi chimiche in Siria cambierebbe tutto, farebbe rivedere tutta la gamma delle nostre risposte strategiche": Barack Obama parla della situazione in Siria in una conferenza stampa dalla Casa Bianca. Attacca il presidente Bashar Al Assad, che "ha perso credibilità, ha ucciso innocenti e deve lasciare il potere aprendo a una soluzione politica". E accusa: ciò che sta accadendo in Siria è una macchia per la comunità internazionale.
Poi, il tema più caldo, il fattore in grado di mutare la situazione in modo radicale: "Ci sono prove che siano state usate armi chimiche in Siria, ma non sappiamo dove, come, quando e chi le abbia usate". La questione delle armi chimiche è un "game changer", ovvero un elemento che può cambiare completamente lo scenario. "Si aprirebbero nuove opzioni", dice Obama, "saremmo pronti a rivedere la nostra strategia".
Ma prima di rischiare un'escalation incontrollata, è necessario avere certezze. Servono ulteriori prove prima di decidere come agire in Siria, ribadisce il capo della Casa Bianca. Bisogna continuare a investigare, "per raggiungere certezze" perché giudizi affrettati potrebbero rendere più difficile mobilitare la comunità internazionale. Obama aggiunge di aver già chiesto da un anno "a Pentagono e intelligence" di preparare opzioni per un'azione in Siria.
Il presidente americano, che in passato aveva definito il possibile uso di armi chimiche come uno spartiacque nella crisi siriana, non ha voluto dire quali passi potrebbe ora intraprendere. Secondo il Washington Post, l'amministrazione è pronta a inviare alle forze dell'opposizione direttamente armi, e non più solo aiuti "non letali" come ha fatto finora. La decisione non sarebbe comunque imminente: Obama, scrive il Wp, "prenderà una decisione finale nelle settimane che precedono l'incontro programmato" con il presidente russo Vladimir Putin a giugno.
Autobomba a Damasco. La situazione in Siria rimane gravissima. Anche oggi un'autobomba, parcheggiata nei pressi dell'uscita posteriore del ministero dell'Interno, nel centralissimo quartiere di Marjeh, a Damasco, è stata fatta esplodere in pieno giorno, provocando una carneficina. Almeno 14 persone hanno perso la vita e una settantina sono rimaste ferite.
Tensione per il giornalista Quirico. E continua l'apprensione per il giornalista italiano Domenico Quirico, de La Stampa, che non dà più notizie da venti giorni. Il giornale ha "deciso di mettere sulla testata un fiocchetto giallo, come fanno le famiglie che attendono il ritorno di una persona cara di cui non si hanno notizie", ha detto il direttore Mario Calabresi. A seguire il caso è personalmente il ministro Emma Bonino e "la Farnesina sta operando attraverso l'Unità di Crisi e in raccordo con tutte le strutture dello Stato interessate".
Amedeo Ricucci, un altro giornalista, della Rai, fermato per giorni in Siria insieme ad altri colleghi, si augura che Quirico stia bene e stia scrivendo, magari in una zona dove non è possibile comunicare. In quella zona della Siria "puoi andare solo al seguito di belligeranti - spiega - e ti fanno spegnere il cellulare per non essere rintracciati dal segnale. Poi da lì è difficile uscire dalla Siria, riattraversando il confine libanese in montagna".
Ma in Siria, dice Ricucci, i giornalisti sono diventati bersagli, anzi "strumenti di guerra". E' tanto pericoloso che "le grandi testate non mandano più inviati". Quirico, ricorda, è l'ennesimo caso: 36 giornalisti uccisi in due anni. E sono solo quelli dichiarati, aggiunge.
Poi, il tema più caldo, il fattore in grado di mutare la situazione in modo radicale: "Ci sono prove che siano state usate armi chimiche in Siria, ma non sappiamo dove, come, quando e chi le abbia usate". La questione delle armi chimiche è un "game changer", ovvero un elemento che può cambiare completamente lo scenario. "Si aprirebbero nuove opzioni", dice Obama, "saremmo pronti a rivedere la nostra strategia".
Ma prima di rischiare un'escalation incontrollata, è necessario avere certezze. Servono ulteriori prove prima di decidere come agire in Siria, ribadisce il capo della Casa Bianca. Bisogna continuare a investigare, "per raggiungere certezze" perché giudizi affrettati potrebbero rendere più difficile mobilitare la comunità internazionale. Obama aggiunge di aver già chiesto da un anno "a Pentagono e intelligence" di preparare opzioni per un'azione in Siria.
Il presidente americano, che in passato aveva definito il possibile uso di armi chimiche come uno spartiacque nella crisi siriana, non ha voluto dire quali passi potrebbe ora intraprendere. Secondo il Washington Post, l'amministrazione è pronta a inviare alle forze dell'opposizione direttamente armi, e non più solo aiuti "non letali" come ha fatto finora. La decisione non sarebbe comunque imminente: Obama, scrive il Wp, "prenderà una decisione finale nelle settimane che precedono l'incontro programmato" con il presidente russo Vladimir Putin a giugno.
Autobomba a Damasco. La situazione in Siria rimane gravissima. Anche oggi un'autobomba, parcheggiata nei pressi dell'uscita posteriore del ministero dell'Interno, nel centralissimo quartiere di Marjeh, a Damasco, è stata fatta esplodere in pieno giorno, provocando una carneficina. Almeno 14 persone hanno perso la vita e una settantina sono rimaste ferite.
Tensione per il giornalista Quirico. E continua l'apprensione per il giornalista italiano Domenico Quirico, de La Stampa, che non dà più notizie da venti giorni. Il giornale ha "deciso di mettere sulla testata un fiocchetto giallo, come fanno le famiglie che attendono il ritorno di una persona cara di cui non si hanno notizie", ha detto il direttore Mario Calabresi. A seguire il caso è personalmente il ministro Emma Bonino e "la Farnesina sta operando attraverso l'Unità di Crisi e in raccordo con tutte le strutture dello Stato interessate".
Amedeo Ricucci, un altro giornalista, della Rai, fermato per giorni in Siria insieme ad altri colleghi, si augura che Quirico stia bene e stia scrivendo, magari in una zona dove non è possibile comunicare. In quella zona della Siria "puoi andare solo al seguito di belligeranti - spiega - e ti fanno spegnere il cellulare per non essere rintracciati dal segnale. Poi da lì è difficile uscire dalla Siria, riattraversando il confine libanese in montagna".
Ma in Siria, dice Ricucci, i giornalisti sono diventati bersagli, anzi "strumenti di guerra". E' tanto pericoloso che "le grandi testate non mandano più inviati". Quirico, ricorda, è l'ennesimo caso: 36 giornalisti uccisi in due anni. E sono solo quelli dichiarati, aggiunge.