G.B., referendum sull'Unione europea:
Cameron presenta un progetto di legge
dal nostro corrispondnete ENRICO FRANCESCHINI
Il premier affronta in questo modo la fronda interna al suo partito e l'avanzata degli eurofobi dell'Ukip. Promette che si impegnerà a far votare sì alla consultazione, che si terrà nel 2017. Ma quello che doveva essere uno stratagemma per riguardagnare consensi rischia di trasformarsi in un grande problema per il Paese e per la Ue
LONDRA - E' cominciato come uno stratagemma di David Cameron per respingere un attacco da destra e riguadagnare qualche consenso perduto. Rischia di diventare un clamoroso scivolo per portare la Gran Bretagna fuori dall'Unione Europea, e magari minacciare l'esistenza stessa della Ue. Il referendum sull'appartenenza all'Unione indetto dal primo ministro britannico per il 2017 aveva uno scopo fondamentale: fermare l'ascesa dell'Ukip, il partito euroscettico anzi eurofobo che critica i conservatori di Cameron giudicandoli troppo tiepidi nei confronti di Bruxelles. Vedendo la crescita dell'Ukip nei sondaggi, il capo del governo ha pensato che la convocazione di un referendum sarebbe bastata a far tornare a votare per il suo partito quegli elettori che lo giudicavano non abbastanza anti-europeo. Nel referendum, Cameron dice che si impegnerà a far votare a favore di un "sì", cioè di una permanenza del Regno Unito nella Ue, ma solo dopo che Londra avrà r…
LONDRA - E' cominciato come uno stratagemma di David Cameron per respingere un attacco da destra e riguadagnare qualche consenso perduto. Rischia di diventare un clamoroso scivolo per portare la Gran Bretagna fuori dall'Unione Europea, e magari minacciare l'esistenza stessa della Ue. Il referendum sull'appartenenza all'Unione indetto dal primo ministro britannico per il 2017 aveva uno scopo fondamentale: fermare l'ascesa dell'Ukip, il partito euroscettico anzi eurofobo che critica i conservatori di Cameron giudicandoli troppo tiepidi nei confronti di Bruxelles. Vedendo la crescita dell'Ukip nei sondaggi, il capo del governo ha pensato che la convocazione di un referendum sarebbe bastata a far tornare a votare per il suo partito quegli elettori che lo giudicavano non abbastanza anti-europeo. Nel referendum, Cameron dice che si impegnerà a far votare a favore di un "sì", cioè di una permanenza del Regno Unito nella Ue, ma solo dopo che Londra avrà rinegoziato i suoi poteri con Bruxelles, riprendendosi una buona fetta della sua autonomia.
Senonché la convocazione del referendum non ha fermato affatto l'avanzata dell'Ukip, che alle recenti elezioni amministrative ha superato il 20 per cento dei voti, una crescita senza precedenti negli ultimi quarant'anni di vita politica britannica; e al contrario ha creato un conflitto sempre più forte all'interno del partito conservatore, con un numero crescente di dirigenti e deputati che dicono di voler votare "no" alla Ue. Gli ultimi sono stati il sindaco di Londra, Boris Johnson (uno che non nasconde il desiderio di prendere il posto di Cameron a Downing Street), il ministro dell'Istruzione Michael Gove e quello della Difesa Philip Hammond. Quando la settimana scorsa la regina Elisabetta ha presentato in Parlamento i progetti di legge per il 2013-2014, e dal suo elenco è mancato ogni riferimento al referendum sull'Europa, i conservatori sono insorti, minacciando un dibattito alla Camera dei Comuni e un rapido voto per dare forza di legge alla consultazione popolare, nel timore che il loro leader ci stesse ripensando e volesse cercare una scusa per rimandare o annullare il progetto.
Messo di fronte a una sommossa interna che, sommata ai problemi economici e ai litigi continui con il partner di minoranza della sua coalizione (i liberaldemocratici) potrebbe anche travolgerlo, il premier è corso ai ripari: oggi il governo ha presentato un progetto di legge sul referendum del 2017, in modo che nessuno abbia più dubbi sul fatto che si farà. Ma il dubbio sempre più forte, a questo punto, è se i "sì" riusciranno a prevalere, tenuto conto che da un lato la Ue non manifesta per il momento alcuna intenzione di rinegoziare a favore di Londra i termini della partecipazione britannica all'Unione, e dall'altro la faida anti-europea si allarga di giorno in giorno su questa riva della Manica. Paradossalmente, Cameron ha appreso della rivolta anti-europea dei suoi compagni di partito mentre si trovava in visita a Washington, dove il presidente Obama non ha perso l'occasione di ripetergli, ancora una volta che "se la Gran Bretagna non facesse parte dell'Unione Europea, avrebbe meno influenza sugli Stati Uniti". La macchina del referendum, tuttavia, si è ormai messa in moto, gli animi si sono scaldati e il rischio che un piccolo stratagemma politico diventi un grande guaio è sempre più alto.
Senonché la convocazione del referendum non ha fermato affatto l'avanzata dell'Ukip, che alle recenti elezioni amministrative ha superato il 20 per cento dei voti, una crescita senza precedenti negli ultimi quarant'anni di vita politica britannica; e al contrario ha creato un conflitto sempre più forte all'interno del partito conservatore, con un numero crescente di dirigenti e deputati che dicono di voler votare "no" alla Ue. Gli ultimi sono stati il sindaco di Londra, Boris Johnson (uno che non nasconde il desiderio di prendere il posto di Cameron a Downing Street), il ministro dell'Istruzione Michael Gove e quello della Difesa Philip Hammond. Quando la settimana scorsa la regina Elisabetta ha presentato in Parlamento i progetti di legge per il 2013-2014, e dal suo elenco è mancato ogni riferimento al referendum sull'Europa, i conservatori sono insorti, minacciando un dibattito alla Camera dei Comuni e un rapido voto per dare forza di legge alla consultazione popolare, nel timore che il loro leader ci stesse ripensando e volesse cercare una scusa per rimandare o annullare il progetto.
Messo di fronte a una sommossa interna che, sommata ai problemi economici e ai litigi continui con il partner di minoranza della sua coalizione (i liberaldemocratici) potrebbe anche travolgerlo, il premier è corso ai ripari: oggi il governo ha presentato un progetto di legge sul referendum del 2017, in modo che nessuno abbia più dubbi sul fatto che si farà. Ma il dubbio sempre più forte, a questo punto, è se i "sì" riusciranno a prevalere, tenuto conto che da un lato la Ue non manifesta per il momento alcuna intenzione di rinegoziare a favore di Londra i termini della partecipazione britannica all'Unione, e dall'altro la faida anti-europea si allarga di giorno in giorno su questa riva della Manica. Paradossalmente, Cameron ha appreso della rivolta anti-europea dei suoi compagni di partito mentre si trovava in visita a Washington, dove il presidente Obama non ha perso l'occasione di ripetergli, ancora una volta che "se la Gran Bretagna non facesse parte dell'Unione Europea, avrebbe meno influenza sugli Stati Uniti". La macchina del referendum, tuttavia, si è ormai messa in moto, gli animi si sono scaldati e il rischio che un piccolo stratagemma politico diventi un grande guaio è sempre più alto.