MOORE (Oklahoma) - Jenae ha i capelli neri legati con le treccine e gli occhiali grossi dove ballano gli occhi sorridenti. Jenae ha nove anni. Jenae è tra i bambini portati via dal tornado che ha colpito Moore, la cittadina a sud di Oklahoma City. Sono dieci, nel bilancio finale ci sono anche due neonati. Sono i piccoli che adesso il paese ricorda nella chiesa rimasta in piedi vicino alla Plaza Tower Elementary School, dove i genitori e gli amici continuano a passare. Lasciano un fiore, dicono una preghiera, si abbracciano. Viene anche Joshua, il papà di Jenae, gli hanno telefonato dal Medical Center e prima ancora di rispondere lui sa già quello che non vuole sentire: "Non ci credo, non ci credo. Spero ancora che mi dicano che è tutto un errore, che si sono sbagliati". Poi racconta, usando sempre il presente: "Lei è la mia vita. Cerco sempre di stare più tempo possibile con lei. È così dolce, una palla di amore, così piena di energia e felicità. La bambina migliore del mondo". Lunedì Joshua sente la notizia della tempesta in arrivo, prende l'auto e va alla scuola della figlia. Parcheggia dietro l'angolo e corre, ma quando arriva è troppo tardi: "C'erano solo macerie, solo macerie".
Sotto il cumulo di fango, legno e cemento ci sono anche Antonia Candelaria e Emily Conatzer, entrambe di nove anni. Sono amiche inseparabili. Abitano vicino da quando sono nate. Giocano sempre assieme. E in classe hanno i banchi uniti. I soccorritori le trovano che si tengono mano nella mano, strette forte forte. La madre di Antonia, Brandie, piange quando la intervistano. Singhiozza, poi prova a consolarsi: "Per noi è un motivo di grande conforto sapere che sino all'ultimo sono state una con l'altra. Sono sicura che si sono fatte coraggio a vicenda".
Kyle Davis ha otto anni. I capelli biondi, il viso tondo e un corpo massiccio. Sorride spavaldo e allegro nelle foto che la mamma Mikki tiene tra le mani. Nella squadra di calcio lo chiamano "The Wall", il muro: "Gli piaceva giocare, era bravo. Quando gli altri bambini gli finivano contro, rimbalzavano. Niente da fare, il pallone mica glielo toglievi. E poi adorava guardare le gare dei camion alla tv con il nonno Marvin". Per questa donna c'è dolore dentro dolore. Le avevano detto che Kyle era tra i bambini al sicuro poi, dopo una notte di controlli e ricerche, la verità: "Mi hanno spiegato che è morto all'istante, i mattoni lo hanno colpito sulla testa. Io so che adesso è in un posto migliore, mi aspetta". L'altra figlia, Kaylee, che ha undici anni, è salva e adesso è con lei, non si lasciano un secondo.
Poi ci sono Sydney, Nicolas, Cristopher tutti di nove anni. Il più picolo è Case che ha solo tre mesi. Megan, sua madre, lo sta portando a spasso lunedì pomeriggio quando ancora prima di vederlo, sente che arriva il rumore del tornado. E' nata qui, sa cosa significa, ma capisce anche subito che non c'è molto da fare. Disperata si infila dentro un piccolo negozio di alimentari. Muri troppo sottili, come quasi tutti in questa parte d'America, che non proteggono lei e il suo neonato. Anche Karrina, che ha quattro anni, e sua sorella Sydnee di sette mesi muoiono con la mamma. Sono tutte e tre in casa, la donna sbarra finestre e porte. Spera basti. Ma il legno è carta, non puó far da scudo contro la potenza di un'atomica, come l'hanno definita gli esperti.
Ma Moore vuole asciugarsi in fretta le lacrime. La ricostruzione è l'antidoto contro il pianto. L'autostrada che da Oklahoma City scende sin qui è intasata di camion: portano legno, materiali edili, ruspe, scavatrici. Bisogna rimettere in piedi le case e farlo in fretta. È una questione di carattere: "Oklahoma is strong", è forte, ripetono gli speaker delle radio e delle tv locali alla fine di ogni annuncio. Da tutti gli Stati Uniti arrivano donazioni: soldi, viveri e qualunque cosa serva. Mancano gas ed elettricità. In molte zone non c'è l'acqua corrente e allora ecco i volontari con le autopompe. Gli abitanti ringraziano e sono già nei loro metri quadri di niente a lavorare. Per ripartire. Zappe, rastrelli, a mani nude: puliscono dai detriti, cercano di salvare qualche ricordo. Tutto attorno, in un raggio ben più grande di quello dell'epicentro ora chiuso dai militari, sembra il giorno dopo di un carnevale triste: in terra migliaia di minuscoli coriandoli. Un mondo in briciole.
I pochi che non hanno avuto i negozi distrutti provano a riavviare l'attività. I centri commerciali che delimitano il paese sono già aperti: in bella mostra fuori, sul piazzale, tra i mezzi di soccorso, ci sono fiori e pezzi di erba da piantare. Molti sfollati, quelli che possono, sono da amici e parenti. Gli altri trovano rifugio nel campus dell'University of Oklahoma che ha aperto alloggi e parco per loro. Molti però non si muovono. Piantano la tenda davanti al cumulo di macerie che chiamano ancora casa o dormono nei pick up.
I danni sono da record: tre miliardi di dollari, 2.400 le case danneggiate e diecimila le persone colpite. Obama verrà domenica. C'è polemica perché nella Plaza Towers Elementary School non c'era una stanza di sicurezza ma è più un argomento che appassiona la politica a Washington. Qui si pensa al futuro, a cose pratiche: "La metteremo in tutte le case", giura il sindaco Glenn Lewis. Poi torna a darsi da fare.
Dal megastore esce Dorise. Si ferma. "Guarda, guarda là", dice indicando un ammasso di macerie poco dentro la linea rossa. "Io sono uscita da quel buco e a chi mi chiede cosa farò adesso rispondo: io non mi arrendo. Qui c'è la nostra anima, il nostro cuore. Dobbiamo riprenderci la vita. Lo dobbiamo ai bambini che adesso ci guardano da lassù". Sospira, poi se ne va. Sale sulla Ford rossa e saluta il soldato della Guardia Nazionale che le sorride, tutto sudato. Sotto questo sole, che ora sembra qualcosa a metà tra una speranza e una promessa.
Sotto il cumulo di fango, legno e cemento ci sono anche Antonia Candelaria e Emily Conatzer, entrambe di nove anni. Sono amiche inseparabili. Abitano vicino da quando sono nate. Giocano sempre assieme. E in classe hanno i banchi uniti. I soccorritori le trovano che si tengono mano nella mano, strette forte forte. La madre di Antonia, Brandie, piange quando la intervistano. Singhiozza, poi prova a consolarsi: "Per noi è un motivo di grande conforto sapere che sino all'ultimo sono state una con l'altra. Sono sicura che si sono fatte coraggio a vicenda".
Kyle Davis ha otto anni. I capelli biondi, il viso tondo e un corpo massiccio. Sorride spavaldo e allegro nelle foto che la mamma Mikki tiene tra le mani. Nella squadra di calcio lo chiamano "The Wall", il muro: "Gli piaceva giocare, era bravo. Quando gli altri bambini gli finivano contro, rimbalzavano. Niente da fare, il pallone mica glielo toglievi. E poi adorava guardare le gare dei camion alla tv con il nonno Marvin". Per questa donna c'è dolore dentro dolore. Le avevano detto che Kyle era tra i bambini al sicuro poi, dopo una notte di controlli e ricerche, la verità: "Mi hanno spiegato che è morto all'istante, i mattoni lo hanno colpito sulla testa. Io so che adesso è in un posto migliore, mi aspetta". L'altra figlia, Kaylee, che ha undici anni, è salva e adesso è con lei, non si lasciano un secondo.
Poi ci sono Sydney, Nicolas, Cristopher tutti di nove anni. Il più picolo è Case che ha solo tre mesi. Megan, sua madre, lo sta portando a spasso lunedì pomeriggio quando ancora prima di vederlo, sente che arriva il rumore del tornado. E' nata qui, sa cosa significa, ma capisce anche subito che non c'è molto da fare. Disperata si infila dentro un piccolo negozio di alimentari. Muri troppo sottili, come quasi tutti in questa parte d'America, che non proteggono lei e il suo neonato. Anche Karrina, che ha quattro anni, e sua sorella Sydnee di sette mesi muoiono con la mamma. Sono tutte e tre in casa, la donna sbarra finestre e porte. Spera basti. Ma il legno è carta, non puó far da scudo contro la potenza di un'atomica, come l'hanno definita gli esperti.
Ma Moore vuole asciugarsi in fretta le lacrime. La ricostruzione è l'antidoto contro il pianto. L'autostrada che da Oklahoma City scende sin qui è intasata di camion: portano legno, materiali edili, ruspe, scavatrici. Bisogna rimettere in piedi le case e farlo in fretta. È una questione di carattere: "Oklahoma is strong", è forte, ripetono gli speaker delle radio e delle tv locali alla fine di ogni annuncio. Da tutti gli Stati Uniti arrivano donazioni: soldi, viveri e qualunque cosa serva. Mancano gas ed elettricità. In molte zone non c'è l'acqua corrente e allora ecco i volontari con le autopompe. Gli abitanti ringraziano e sono già nei loro metri quadri di niente a lavorare. Per ripartire. Zappe, rastrelli, a mani nude: puliscono dai detriti, cercano di salvare qualche ricordo. Tutto attorno, in un raggio ben più grande di quello dell'epicentro ora chiuso dai militari, sembra il giorno dopo di un carnevale triste: in terra migliaia di minuscoli coriandoli. Un mondo in briciole.
I pochi che non hanno avuto i negozi distrutti provano a riavviare l'attività. I centri commerciali che delimitano il paese sono già aperti: in bella mostra fuori, sul piazzale, tra i mezzi di soccorso, ci sono fiori e pezzi di erba da piantare. Molti sfollati, quelli che possono, sono da amici e parenti. Gli altri trovano rifugio nel campus dell'University of Oklahoma che ha aperto alloggi e parco per loro. Molti però non si muovono. Piantano la tenda davanti al cumulo di macerie che chiamano ancora casa o dormono nei pick up.
I danni sono da record: tre miliardi di dollari, 2.400 le case danneggiate e diecimila le persone colpite. Obama verrà domenica. C'è polemica perché nella Plaza Towers Elementary School non c'era una stanza di sicurezza ma è più un argomento che appassiona la politica a Washington. Qui si pensa al futuro, a cose pratiche: "La metteremo in tutte le case", giura il sindaco Glenn Lewis. Poi torna a darsi da fare.
Dal megastore esce Dorise. Si ferma. "Guarda, guarda là", dice indicando un ammasso di macerie poco dentro la linea rossa. "Io sono uscita da quel buco e a chi mi chiede cosa farò adesso rispondo: io non mi arrendo. Qui c'è la nostra anima, il nostro cuore. Dobbiamo riprenderci la vita. Lo dobbiamo ai bambini che adesso ci guardano da lassù". Sospira, poi se ne va. Sale sulla Ford rossa e saluta il soldato della Guardia Nazionale che le sorride, tutto sudato. Sotto questo sole, che ora sembra qualcosa a metà tra una speranza e una promessa.