PECHINO - "Compagne, copritevi". La primavera, in Cina, non comprende l'altra metà del cielo, copyright di Mao Zedong per definire l'universo delle donne. Il caldo a Pechino è una condanna, ma per milioni di signore cambiare il guardaroba secondo la stagione non è ancora un diritto. Accorciare la gonna e allungare la scollatura moltiplica il rischio dei molestatori in agguato, ma per le autorità prendere atto che l'estate è alla porte resta una colpa che si può sempre espiare. Come? Semplice: sudando, infagottate nei vestiti "anti-stupro" della nonna. A certificarlo, la guida a come affrontare l'afa sui mezzi pubblici, diffusa ieri dal dipartimento per il traffico della potente Commissione per la pubblica sicurezza della capitale.
Preso scientificamente atto che nei mesi estivi le molestie sessuali a bordo di autobus e metrò subiscono un boom imbarazzante, le autorità hanno stilato il decalogo per "non andarsela a cercare". Regola numero uno: "Evitare di risultare provocanti", ossia fare di tutto per passare inosservate. I funzionari rossi, al culmine dell'impopolarità nazionale per gli investimenti delle tangenti in concubine, consigliano dunque di abolire minigonne, t-shirt trasparenti, magliette con generosi décolleté, aderenze varie e soprattutto i famigerati tacchi a spillo. Per sicurezza, il vademecum dell'estate cinese castigata non dimentica i comportamenti da evitare: non sedersi al secondo piano degli autobus, non sostare sulle scale quando si indossa la gonna (per evitare che i passeggeri di sotto trascorrano il viaggio con il naso oscenamente all'insù), non stare in piedi nel metrò tra i mucchi di maschi delle ore di punta.
La stessa polizia, ricorrendo al web, ammonisce le donne dal rischio di un look "che riveli troppo" e che "possa istigare al disturbo". Un'ammissione di impotenza, rafforzata da un anonimo funzionario che al "China Daily" ha confidato come "la maggior parte dei mezzi pubblici di Pechino siano sprovvisti di telecamere", particolare che per i giudici "rende difficile accertare le denunce di molestie sessuali". "Come dire - dicono alcune donne online - che se una donna in minigonna viene violentata sul bus, per il governo è peggio per lei". I comandamenti anti-seduzione non chiariscono quali siano gli indumenti garantiti dallo Stato e per la prima volta il tabù della violenza contro le donne cede il passo a un dibattito pubblico.
La gente chiede alle autorità di chiarire se considera gli abusi colpa delle vittime o responsabilità da parte degli autori e di spiegare perché l'editto anti-scollatura non abbia ricordato le pene contro i molestatori, o pensato di rafforzare le pattuglie sui mezzi pubblici. Un'ondata di vergogna tale da spingere un'associazione maschile di Pechino, fondata per combattere il maschilismo, a minacciare di occupare in slip autobus e metrò in segno di solidarietà. Un incubo peggiore dei monsoni in arrivo, insufficiente però a scoraggiare i pensatori del partito, come il professor Jiang Yue, che dall'università di Xiamen ha tuonato: "Ciò che davvero serve oggi alla Cina è una legge per prevenire le molestie contro i maschi". Colpi di sole collettivi, combattuti da un'inedita dissidenza trasversale che ha sottoscritto un contro-appello tombale: "Compagne, quando a Pechino fa caldo trasferiamoci in Alaska".
Preso scientificamente atto che nei mesi estivi le molestie sessuali a bordo di autobus e metrò subiscono un boom imbarazzante, le autorità hanno stilato il decalogo per "non andarsela a cercare". Regola numero uno: "Evitare di risultare provocanti", ossia fare di tutto per passare inosservate. I funzionari rossi, al culmine dell'impopolarità nazionale per gli investimenti delle tangenti in concubine, consigliano dunque di abolire minigonne, t-shirt trasparenti, magliette con generosi décolleté, aderenze varie e soprattutto i famigerati tacchi a spillo. Per sicurezza, il vademecum dell'estate cinese castigata non dimentica i comportamenti da evitare: non sedersi al secondo piano degli autobus, non sostare sulle scale quando si indossa la gonna (per evitare che i passeggeri di sotto trascorrano il viaggio con il naso oscenamente all'insù), non stare in piedi nel metrò tra i mucchi di maschi delle ore di punta.
La stessa polizia, ricorrendo al web, ammonisce le donne dal rischio di un look "che riveli troppo" e che "possa istigare al disturbo". Un'ammissione di impotenza, rafforzata da un anonimo funzionario che al "China Daily" ha confidato come "la maggior parte dei mezzi pubblici di Pechino siano sprovvisti di telecamere", particolare che per i giudici "rende difficile accertare le denunce di molestie sessuali". "Come dire - dicono alcune donne online - che se una donna in minigonna viene violentata sul bus, per il governo è peggio per lei". I comandamenti anti-seduzione non chiariscono quali siano gli indumenti garantiti dallo Stato e per la prima volta il tabù della violenza contro le donne cede il passo a un dibattito pubblico.
La gente chiede alle autorità di chiarire se considera gli abusi colpa delle vittime o responsabilità da parte degli autori e di spiegare perché l'editto anti-scollatura non abbia ricordato le pene contro i molestatori, o pensato di rafforzare le pattuglie sui mezzi pubblici. Un'ondata di vergogna tale da spingere un'associazione maschile di Pechino, fondata per combattere il maschilismo, a minacciare di occupare in slip autobus e metrò in segno di solidarietà. Un incubo peggiore dei monsoni in arrivo, insufficiente però a scoraggiare i pensatori del partito, come il professor Jiang Yue, che dall'università di Xiamen ha tuonato: "Ciò che davvero serve oggi alla Cina è una legge per prevenire le molestie contro i maschi". Colpi di sole collettivi, combattuti da un'inedita dissidenza trasversale che ha sottoscritto un contro-appello tombale: "Compagne, quando a Pechino fa caldo trasferiamoci in Alaska".